L'altra è colei che s'ancise amorosa,
e ruppe fede al cenere di Sicheo;
poi è Cleopatràs lussuriosa
(Dante Alighieri, Commedia, Inferno, V, 61-63)
Tutti quanti
conosciamo la storia della regina Cleopatra (Cleopatra VII 69 a. C./
30 a. C.), ultima rappresentante della dinastia dei Tolomei e amante
di Giulio Cesare e di Marco Antonio. Nell'immaginario collettivo la
sovrana è rimasta famosa per le sua bellezza, il suo fascino e il
suo drammatico suicidio dopo la battaglia di Azio (31 a. C.). La
letteratura, il teatro ed il cinema hanno frequentemente tratto
ispirazione da questa drammatica storia d'amore permettendo in tal
modo la sopravvivenza di questi personaggi anche presso un pubblico
di non specialisti. La figura di Cleopatra assume una rilevanza
notevole all'interno della storia antica perché si colloca in un
momento storico decisivo per le sorti di Roma. La sua presenza era
temuta a Roma e suscitava sospetti, dal momento che, essendo legata a
due personalità politiche così influenti (Giulio Cesare e Marco
Antonio), c'era chi pensava che Roma sarebbe diventata sotto la sua
influenza una sorta di monarchia di stampo orientale. Ad ogni modo,
con questa donna finisce l'antico regno d'Egitto dei Tolomei
(l'Egitto diventa provincia romana) e Roma, in seguito al progressivo
emergere di Ottaviano (figlio adottivo di Giulio Cesare), abbandona
l'ordinamento repubblicano per diventare di fatto una monarchia.
Cleopatra, più che essere bella, poteva contare su un fascino che
era alimentato da una profonda cultura, curiosità intellettuale e
seria preparazione. Nella Vita di Antonio Plutarco
(46 d. C. ca./127) ci ha lasciato un ritratto memorabile e suggestivo
(27, 3-5) che, in parte, contraddice l'immagine della regina
consolidata ormai presso il grande pubblico:
καὶ γὰρ
ἦν ὡς λέγουσιν αὐτὸ μὲν καθ' αὑτὸ τὸ
κάλλος αὐτῆς οὐ πάνυ δυσπαράβλητον
οὐδ' οἷον ἐκπλῆξαι τοὺς ἰδόντας,
ἁφὴν δ' εἶχεν ἡ συνδιαίτησις ἄφυκτον,
ἥ τε μορφὴ μετὰ τῆς ἐν τῷ διαλέγεσθαι
πιθανότητος καὶ τοῦ περιθέοντος
ἅμα πως περὶ τὴν ὁμιλίαν ἤθους ἀνέφερέ
τι κέντρον. ἡδονὴ δὲ καὶ φθεγγομένης
ἐπῆν τῷ ἤχῳ· καὶ τὴν γλῶτταν
ὥσπερ ὄργανόν τι πολύχορδον εὐπετῶς
τρέπουσα καθ' ἣν βούλοιτο διάλεκτον,
ὀλίγοις παντάπασι δι'ἑρμηνέως ἐνετύγχανε
βαρβάροις, τοῖς δὲ πλείστοις αὐτὴ δι'
αὑτῆς ἀπεδίδου τὰς ἀποκρίσεις, οἷον
Αἰθίοψι Τρωγλοδύταις Ἑβραίοις Ἄραψι
Σύροις Μήδοις Παρθυαίοις. πολλῶν δὲ
λέγεται καὶ ἄλλων ἐκμαθεῖν γλώττας,
τῶν πρὸ αὐτῆς βασιλέων οὐδὲ τὴν
Αἰγυπτίαν ἀνασχομένων παραλαβεῖν
διάλεκτον, ἐνίων δὲ καὶ τὸ μακεδονίζειν
ἐκλιπόντων.
"A
quanto dicono la sua bellezza in sé non era del tutto incomparabile
né tale da colpire chi la guardava; ma la sua conversazione aveva un
fascino irresistibile, e da un lato il suo aspetto, insieme alla
seduzione della parola, dall'altro il carattere, che pervadeva
contemporaneamente i suoi colloqui, erano un pungiglione penetrante.
Dolce era il suono della sua voce quando parlava; la lingua, come uno
strumento musicale dalle molte corde, la piegava facilmente
all'idioma che voleva usare. Pochissimi erano i barbari con i quali
trattava mediante un interprete; alla maggior parte dava da sé le
risposte, come a Etiopi, Trogloditi, Ebrei, Arabi, Siri, Medi, Parti.
Dicono anche che conoscesse la lingua di molti altri popoli, mentre i
re precedenti non si erano sottoposti nemmeno ad apprendere
l'egiziano e alcuni avevano dimenticato anche il dialetto macedone"
(trad. di Carlo Carena)
Questo passo
ci restituisce l'immagine di una donna straordinariamente colta,
dall'intelligenza viva e in piena sintonia con l'ambiente culturale
della raffinata Alessandria. La città, che era stata fondata per
volere di Alessandro Magno intorno al 331 a. C., grazie
all'istituzione del Museo e della Biblioteca era diventata la
capitale culturale del mondo greco. Il lavoro filologico sui testi
della grande tradizione letteraria ellenica, la catalogazione delle
opere letterarie del glorioso passato (i Pinakes di
Callimaco), e la nascita di studi scientifici di altissimo livello
avevano reso Alessandria un vero e proprio polo di attrazione per le
menti più brillanti di quei tempi.
Ma la
testimonianza plutarchea relativa all'aspetto fisico della donna -
non certo quello di una Liz Taylor - ha trovato un puntuale riscontro
in alcune testimonianze archeologiche (volti marmorei tra i quali la
celeberrima Cleopatra capitolina e una moneta del 32
a. C.). A questo dato archeologico / letterario va aggiunto un
difetto fisico chiaramente evidente dai ritratti conservati: il
prognatismo (sporgenza della mandibola).
Busto marmoreo di Cleopatra VII conservato all'Altes Museum di Berlino
Servizio in cui il Prof. Paolo Moreno presenta la famosa Cleopatra Capitolina
Ad ogni modo, stando sempre
a quanto riferisce Plutarco, la regina riuscì ad assoggettare il
generale romano Marco Antonio manipolandolo come se fosse un ragazzo
(29, 1 διεπαιδαγώγει) e ricorrendo addirittura ad
incantesimi e filtri magici (25, 6 μαγγανεύμασι καὶ
φίλτροις vedi anche Cassio Dione, Storia romana, L, 5, 3). Dietro ad una simile caratterizzazione del
personaggio doveva esserci la precisa volontà di delegittimare Marco
Antonio agli occhi dei romani e trovare il pretesto per una guerra.
Ottaviano seppe, dunque, sfruttare (e alimentare) abilmente tutte
queste voci facendo credere che il rivale fosse completamente
incapace di intendere e di volere. Insomma, un burattino nelle mani
di una regina straniera. A questa folle e insana passione amorosa
(36, 1 δεινὴ συμφορὰ) va aggiunto il fatto che Antonio,
pur essendo sposato con Ottavia (sorella di Ottaviano), aveva avuto
da Cleopatra due gemelli (nati nel 40 a. C.) che furono riconosciuti
dal padre (36, 5). Come osserva Plutarco (53, 9-10) il matrimonio con
Ottavia era stato contratto per ragioni puramente politiche, mentre l'unione con la
regina d'Egitto agli occhi dei Romani e del diritto romano era solo
una relazione extraconiugale. Malgrado ciò, Antonio fra il maggio e
il giugno del 32 a. C. prese la decisione di divorziare dalla moglie determinando in tal modo la definitiva rottura con Ottaviano. A questo punto niente e nessuno
avrebbe potuto impedire uno scontro fra i due più potenti uomini di
Roma. Se il secondo triumvirato (43 a. C.), infatti, aveva previsto
la spartizione dei domini territoriali di Roma in tre zone di
influenza, con l'uscita di scena di Lepido dalla vita politica
Ottaviano ed Antonio si erano spartiti, rispettivamente, l'occidente
e l'oriente.
L'evento che
comunque fece precipitare gli eventi è rappresentato dalla lettura
del testamento di Antonio da parte di Ottaviano in senato (32 a. C.).
Leggiamo le testimonianze di Plutarco (Antonio, 58, 5-8) e
Svetonio (Augusto, 17, 1):
ἀπέκειντο
δ' αὗται παρὰ ταῖς Ἑστιάσι παρθένοις,
καὶ Καίσαρος αἰτοῦντος οὐκ ἔδωκαν·
εἰ δὲ βούλοιτο λαμβάνειν, ἐλθεῖν αὐτὸν
ἐκέλευον. ἔλαβεν οὖν ἐλθών, καὶ πρῶτον
μὲν αὐτὸς ἰδίᾳ τὰ γεγραμμένα διῆλθε,
καὶ παρεσημήνατο τόπους τινὰς
εὐκατηγορήτους, ἔπειτα τὴν βουλὴν
ἀθροίσας ἀνεγίνωσκε, τῶν πλείστων
ἀηδῶς ἐχόντων. ἀλλόκοτον γὰρ ἔδοξεν
εἶναι καὶ δεινόν, εὐθύνας τινὰ διδόναι
ζῶντα περὶ ὧν ἐβουλήθη γενέσθαι μετὰ
τὴν τελευτήν. ἐπεφύετο δὲ τῶν γεγραμμένων
μάλιστα τῷ περὶ τῆς ταφῆς. ἐκέλευε
γὰρ αὑτοῦ τὸ σῶμα, κἂν ἐν Ῥώμῃ
τελευτήσῃ, δι' ἀγορᾶς πομπευθὲν εἰς
Ἀλεξάνδρειαν ὡς Κλεοπάτραν ἀποσταλῆναι.
"Il
testamento era depositato presso le vergini Vestali; Cesare
(Ottaviano) lo chiese, non lo consegnarono; lo inviarono a recarsi di
persona, se voleva prenderlo. Andò quindi e lo prese. Prima scorse
di persona privatamente lo scritto e segnò a fianco certi punti
facilmente attaccabili, poi radunò il senato e li lesse, con
disgusto dei più. Parve infatti assurdo ed enorme che un uomo
dovesse rendere conto da vivo delle cose da lui volute per dopo la
sua scomparsa. Cesare si appigliò specialmente alla clausola
riguardante la sepoltura. Infatti Antonio disponeva che il suo corpo,
in caso di morte a Roma, dopo il corteo nel foro fosse spedito ad
Alessandria, a Cleopatra". (trad. di Carlo Carena)
M.
Antonii societatem semper dubiam et incertam reconciliationibusque
uariis male focilatam abrupit tandem, et quo magis degenerasse eum a
ciuili more approbaret, testamentum, quod is Romae etiam de Cleopatra
liberis inter heredes nuncupatis reliquerat, aperiundum recitandumque
pro contione curauit.
"L'alleanza
con Marco Antonio era sempre stata dubbia ed incerta, mal rabberciata
da varie riconciliazioni: alla fine egli la ruppe definitivamente, e,
per meglio dimostrare che si trattava di un cittadino degenere, fece
aprire e leggere pubblicamente il testamento che quello aveva
lasciato a Roma designando tra gli eredi anche i figli avuti da
Cleopatra”. (trad. it. di Francesco Casorati)
Il tempio di Vesta come appare oggi nel Foro Romano
La Curia Iulia nel Foro Romano, sede del Senato
A questo
punto Ottaviano, avendo ottenuto la fedeltà dell'Italia e delle
province occidentali (Res Gestae, 25), non dichiara guerra
direttamente a Marco Antonio, ma alla regina Cleopatra (Dione Cassio, Storia romana, L, 4, 3). Non si tratta
di un dettaglio di poco conto, dal momento che a livello formale la
guerra veniva intesa non come una nuova guerra civile, ma come un
bellum iustum. Plutarco (Antonio, 60, 1) arriva a dire
che, secondo la propaganda di Ottaviano, Antonio, a causa
dell'influsso negativo della donna (topos letterario antico e
ben diffuso nelle letterature classiche), avrebbe completamente perso
il senno:
Ἐπεὶ
δὲ παρεσκεύαστο Καῖσαρ ἱκανῶς,
ψηφίζεται Κλεοπάτρᾳ πολεμεῖν, ἀφελέσθαι
δὲ τῆς ἀρχῆς Ἀντώνιον ἧς ἐξέστη
γυναικί· καὶ προσεπεῖπε Καῖσαρ, ὡς
Ἀντώνιος μὲν ὑπὸ φαρμάκων οὐδ' αὑτοῦ
κρατοίη.
“Quando
Cesare fu adeguatamente preparato, viene decretata la guerra contro
Cleopatra e di privare Antonio del potere che aveva ceduto ad una
donna. Cesare aggiunse che Antonio, sotto l'effetto di droghe, non
era padrone neppure di sé stesso” (trad. di Carlo Carena)
Lo scontro decisivo avvenne ad Azio il 2 settembre del 31 a. C.
. Le sorti di questa battaglia sono note: la resa della flotta e la
fuga in Egitto di Antonio e Cleopatra. La testimonianza più
emblematica di come questa battaglia veniva vista a Roma (soprattutto
dalla propaganda augustea) è contenuta in un passo dell'Eneide
di Virgilio (VIII, 675 segg.) tratto dalla famosa scena dello scudo
di Enea:
In medio
classis aeratas, Actia bella,
cernere
erat, totumque instructo Marte uideres
feruere
Leucaten auroque effulgere fluctus.
hinc
Augustus agens Italos in proelia Caesar
cum
patribus populoque, penatibus et magnis dis,
stans
celsa in puppi, geminas cui tempora flammas
laeta
uomunt patriumque aperitur uertice sidus.
parte
alia uentis et dis Agrippa secundis
arduus
agmen agens, cui, belli insigne superbum,
tempora
nauali fulgent rostrata corona.
hinc ope
barbarica uariisque Antonius armis,
uictor ab
Aurorae populis et litore rubro,
Aegyptum
uirisque Orientis et ultima secum
Bactra
uehit, sequiturque (nefas) Aegyptia coniunx.
una omnes
ruere ac totum spumare reductis
conuulsum
remis rostrisque tridentibus aequor.
alta
petunt; pelago credas innare reuulsas
Cycladas
aut montis concurrere montibus altos,
tanta
mole uiri turritis puppibus instant.
stuppea
flamma manu telisque uolatile ferrum
spargitur,
arua noua Neptunia caede rubescunt.
regina in
mediis patrio uocat agmina sistro,
necdum
etiam geminos a tergo respicit anguis.
omnigenumque
deum monstra et latrator Anubis
contra
Neptunum et Venerem contraque Mineruam
tela
tenent. saeuit medio in certamine Mauors
caelatus
ferro, tristesque ex aethere Dirae,
et scissa
gaudens uadit Discordia palla,
quam cum
sanguineo sequitur Bellona flagello.
Actius
haec cernens arcum intendebat Apollo
desuper;
omnis eo terrore Aegyptus et Indi,
omnis
Arabs, omnes uertebant terga Sabaei.
ipsa
uidebatur uentis regina uocatis
uela dare
et laxos iam iamque immittere funis.
illam
inter caedes pallentem morte futura
fecerat
ignipotens undis et Iapyge ferri,
contra
autem magno maerentem corpore Nilum
pandentemque
sinus et tota ueste uocantem
caeruleum
in gremium latebrosaque flumina uictos.
Gonfiava
in mezzo una marina d’oro
con la
spuma d’argento, e con delfini
d’argentino
color, che con le code
givan
guizzando, e con le schiene in arco
gli
aurati flutti a loco a loco aprendo.
E i liti
e ’l mare e ’l promontorio tutto
si vedea
di Leucàte a l’azia pugna
star
preparati; e d’una parte Augusto
sovra
d’un’alta poppa aver d’intorno
Europa,
Italia, Roma e i suoi Quiriti,
e ’l
senato e i Penati e i grandi iddii.
Di tre
stelle il suo volto era lucente.
Due ne
facea con gli occhi, ed una sempre
del divo
padre ne portava in fronte.
Ne
l’altro corno Agrippa era con lui
del
marittimo stuolo invitto duce,
ch’altero,
e ’l capo alteramente adorno
de la
rostrata sua naval corona,
i vènti
e i numi avea fausti e secondi.
Da
l’altra parte vincitore Antonio,
di vèr
l’aurora e di vèr l’onde rubre
barbari
aiuti, esterne nazïoni
e diverse
armi dal Cataio al Nilo
tutto
avea seco l’Orïente addotto:
e la
zingara moglie era con lui,
milizia
infame. Ambe le parti mosse
se ne
gian per urtarsi, e d’ambe il mare
scisso
da’ remi e da’ stridenti rostri
lacero si
vedea, spumoso e gonfio.
Prendean
de l’alto i legni in tanta altezza,
che
Cicladi con Cicladi divelte
parean
nel mar gir a ’ncontrarsi, o ’n terra
monti con
monti: da sí fatte moli
avventavan
le genti e foco e ferro,
onde il
mar tutto era sanguigno e roggio.
Stava
qual Isi la regina in mezzo
col
patrio sistro, e co’ suoi cenni il moto
dava alla
pugna; e non vedea (meschina!)
quai due
colúbri le venian da tergo.
L’abbaiatore
Anúbi e i mostri tutti,
ch’eran
suoi dii, contra Nettuno e contra
Venere e
Palla armati eran con lei,
e Marte
in mezzo, che nel campo d’oro
di ferro
era scolpito, or questi or quelli
a la
zuffa infiammava: e l’empie Furie
co’ lor
serpenti, la Discordia pazza
col suo
squarciato ammanto, con la sferza
di sangue
tinta la crudel Bellona
sgominavan
le genti; e l’azio Apollo
saettava
di sopra: agli cui strali
l’Egitto
e gl’Indi e gli Arabi e i Sabei
davan
le spalle. E già chiamare i vènti,
scioglier
le funi, inalberar le vele
si vedea
la regina a fuggir vòlta;
già del
pallor de la futura morte,
ond’era
dal gran fabbro il volto aspersa,
in
abbandono a l’onde, e de la Puglia
ne giva
al vento. Avea d’incontro il Nilo,
un vasto
corpo, che, smarrito e mesto,
a’
vinti aperto il seno e steso il manto,
i
latebrosi suoi ridotti offriva.
(trad. it di
Annibal Caro)
Il tramonto
e la fine del generale romano sono drammaticamente tratteggiati da un
episodio narrato nella Vita di Antonio di Plutarco (75, 4-6) e
meritatamente famoso perché ha fornito l'ispirazione ad una celebre
lirica di Kavafis (Il dio abbandona Antonio):
A mezzanotte,
d'improvviso,
quando al suono di una
musica che esulta
fuori si sentono passare
non visti
gli attori in allegra
brigata – ebbene
sulla fortuna che sta per
lasciarti, sulle tue
imprese fallite coi
progetti della vita
che si palesarono
illusori, non t’impietosire!
Ma da uomo preparato per
tempo, da forte
salutala, la tua
Alessandria che dilegua.
Non t'illudere,
soprattutto non dire che fu un sogno
che le orecchie
t'ingannarono; rifiuta
queste vane speranze. Come
un uomo
preparato per tempo, da
forte cui s'addice
l'esser degno di una città
come questa,
avvicinati con passo fermo
alla finestra
e commosso ma senza
l'abbandono
i lamenti e le suppliche
dei vili
concediti quest'ultimo
piacere! ascolta il suono
il dolcissimo concerto
della mistica brigata
e saluta la tua
Alessandria che tu perdi
ἐν ταύτῃ
τῇ νυκτὶ λέγεται μεσούσῃ σχεδόν, ἐν
ἡσυχίᾳ καὶ κατηφείᾳ τῆς πόλεως διὰ
φόβον καὶ προσδοκίαν τοῦ μέλλοντος
οὔσης, αἰφνίδιον ὀργάνων τε παντοδαπῶν
ἐμμελεῖς φωνὰς ἀκουσθῆναι καὶ βοὴν
ὄχλου μετ' εὐασμῶν καὶ πηδήσεων
σατυρικῶν, ὥσπερ θιάσου τινὸς οὐκ
ἀθορύβως ἐξελαύνοντος· εἶναι δὲ τὴν
ὁρμὴν ὁμοῦ τι διὰ τῆς πόλεως μέσης
ἐπὶ τὴν πύλην ἔξω τὴν τετραμμένην
πρὸς τοὺς πολεμίους, καὶ ταύτῃ τὸν
θόρυβον ἐκπεσεῖν πλεῖστον γενόμενον.
ἐδόκει δὲ τοῖς ἀναλογιζομένοις τὸ
σημεῖον ἀπολείπειν ὁ θεὸς Ἀντώνιον,
ᾧ μάλιστα συνεξομοιῶν καὶ συνοικειῶν
ἑαυτὸν διετέλεσεν.
“Durante
la notte (fra il 31 luglio e il 1 agosto del 31 a. C.), si dice,
verso la metà, mentre la città era silenziosa e prostrata nel
timore e nell'attesa di ciò che stava per accadere, furono uditi
improvvisamente suoni armoniosi di strumenti di ogni sorta e grida di
una turba che inneggiava a Euio e saltava come i Satiri, quasi una
schiera di baccanti che usciva tumultuosamente; nella loro corsa si
lanciavano tutti insieme più o meno attraverso il centro della città
verso la porta esterna verso il nemico, dove il tumulo si spegneva
dopo aver raggiunto il punto più alto. A quanti vi riflettevano
parve fosse il segnale che il dio più imitato ed eguagliato da
Antonio per tutta la vita, lo abbandonasse”. (trad. di Carlo
Carena)
Il
dio di cui parla Plutarco è, ovviamente, Dioniso. In effetti, Marco
Antonio sarebbe stato identificato come un Nuovo Dioniso già ad
Efeso a partire dal 41 a. C. (Plutarco, Antonio,
24, 4-5). L'identificazione Antonio/Dioniso, come si può facilmente
immaginare, divenne una tematica prediletta dalla propaganda di
Ottaviano. Dietro a tutto ciò c'era la contrapposizione fra due
mondi diversi: l'occidente latino e un oriente visto come immorale,
subdolo e monarchico. Antonio, dunque, viene dipinto come un ubriaco
dedito alla lussuria e ormai lontano dall'etica austera del mos
maiorum. In altri termini, come
uno che ha rinnegato la propria patria e la propria tradizione.
Emblematica, a tal proposito, è la testimonianza di Cassio Dione
(Storia romana, L, 5):
“Antonio
talvolta portava alla cintola un pugnale di tipo orientale, e si
abbigliava in un modo incompatibile con i costumi della sua patria
(ἐσθῆτί τε ἔξω τῶν πατρίων ἐχρῆτο).
Anche in pubblico si mostrava sdraiato su un divano come Dioniso o su
un trono dorato come un re. Nei dipinti e nelle statue si faceva
raffigurare insieme a Cleopatra come Osiride o Dioniso, mentre la
regina era Selene o Iside. Fu soprattutto questo a suscitare
l'impressione che Antonio fosse stregato da lei”.
E
se Antonio in certi comportamenti sembrava rifarsi a Dioniso,
Ottaviano si richiamava ad Apollo, dio della misura, dell'ordine e
della razionalità. Il 1 agosto del 31 a. C. Antonio pose fine alla
sua vita suicidandosi e spirando fra le braccia della regina da lui
amata. La narrazione plutarchea (76-77) ci parla di un drammatico
equivoco: venuto a sapere della morte di Cleopatra (falsa) il
generale romano si colpì al ventre con la spada e spirò più tardi,
dopo esser stato portato nel sepolcro il cui si era rifugiata la
regina (77, 3-7):
οὐδὲν ἐκείνου
λέγουσιν οἰκτρότερον γενέσθαι οἱ
παραγενόμενοι θέαμα. πεφυρμένος γὰρ
αἵματι καὶ δυσθανατῶν εἵλκετο, τὰς
χεῖρας ὀρέγων εἰς ἐκείνην καὶ
παραιωρούμενος. οὐ γὰρ ἦν γυναικὶ
ῥᾴδιον τὸ ἔργον, ἀλλὰ μόλις ἡ Κλεοπάτρα
ταῖν χεροῖν ἐμπεφυκυῖα καὶ κατατεινομένη
τῷ προσώπῳ τὸν δεσμὸν ἀνελάμβανεν,
ἐπικελευομένων τῶν κάτωθεν αὐτῇ καὶ
συναγωνιώντων. δεξαμένη δ' αὐτὸν οὕτως
καὶ κατακλίνασα, περιερρήξατό τε τοὺς
πέπλους ἐπ' αὐτῷ, καὶ τὰ στέρνα
τυπτομένη καὶ σπαράττουσα ταῖς χερσί,
καὶ τῷ προσώπῳ τοῦ αἵματος ἀναματτομένη,
δεσπότην ἐκάλει καὶ ἄνδρα καὶ
αὐτοκράτορα· καὶ μικροῦ δεῖν ἐπιλέληστο
τῶν αὑτῆς κακῶν οἴκτῳ τῶν ἐκείνου.
καταπαύσας
δὲ τὸν θρῆνον
αὐτῆς Ἀντώνιος ᾔτησε πιεῖν οἶνον,
εἴτε διψῶν εἴτε συντομώτερον ἐλπίζων
ἀπολυθήσεσθαι. πιὼν δὲ παρῄνεσεν
αὐτῇ, τὰ μὲν ἑαυτῆς ἂν ᾖ μὴ μετ'
αἰσχύνης σωτήρια τίθεσθαι, μάλιστα τῶν
Καίσαρος ἑταίρων Προκληίῳ πιστεύουσαν,
αὐτὸν δὲ μὴ θρηνεῖν ἐπὶ ταῖς ὑστάταις
μεταβολαῖς, ἀλλὰ μακαρίζειν ὧν ἔτυχε
καλῶν, ἐπιφανέστατος ἀνθρώπων γενόμενος
καὶ πλεῖστον ἰσχύσας, καὶ νῦν οὐκ
ἀγεννῶς Ῥωμαῖος ὑπὸ Ῥωμαίου κρατηθείς.
“Chi
fu presente alla scena riferisce che mai vi fu spettacolo più
pietoso. Bagnato di sangue e in lotta con la morte, Antonio veniva
issato penzoloni, con le mani protese verso di lei. Non era
un'operazione facile per una donna, ma a stento Cleopatra, stringendo
forte le mani e col viso contratto tirava su la corda, mentre quelli
in basso l'incitavano e prendevano parte al suo spasimo. Una volta
che l'ebbe accolto e fatto adagiare, si stracciò le vesti su di lui,
si batté e lacerò il petto con le mani, gli deterse col viso il
sangue; e lo chiamava signore, e marito, e generale. Quasi dimenticò
i propri guai per compassione dei suoi. Antonio pose termine ai suoi
lamenti chiedendo del vino, o perché avesse sete o con la speranza
di liberarsi più speditamente della vita. Dopo aver bevuto, la
esortò a pensare alla propria salvezza, se poteva ottenerla senza
vergogna, confidando soprattutto, fra i compagni di Cesare, in
Proculeio, e a non spargere lamenti su di lui per i suoi ultimi
rovesci, bensì felicitarsi con lui per i beni che gli erano toccati,
poiché era stato il più illustre degli uomini, il più potente, e
ora era stato vinto in modo non ignobile, lui Romano da un Romano”.
(trad.
di Carlo Carena)
A
questo punto alla regina rimangono due alternative: o sottomettersi
ad Ottaviano ed essere portata probabilmente come prigioniera in trionfo per la Via
Sacra del Foro Romano fino in Campidoglio oppure morire e raggiungere
il proprio amato nell'Aldilà. Plutarco (Antonio,
84, 4-7) ci presenta un monologo di Cleopatra sul sepolcro di Antonio
che ci riporta ai toni della tragedia greca:
“ὦ φίλ' Ἀντώνιε”
εἶπεν “ἔθαπτον μέν σε πρώην ἔτι χερσὶν
ἐλευθέραις, σπένδω δὲ νῦν αἰχμάλωτος
οὖσα καὶ φρουρουμένη μήτε κοπετοῖς
μήτε θρήνοις αἰκίσασθαι τὸ δοῦλον
τοῦτο σῶμα καὶ τηρούμενον ἐπὶ τοὺς
κατὰ σοῦ θριάμβους. ἄλλας δὲ μὴ
προσδέχου τιμὰς ἢ χοάς· ἀλλ' αὗταί
σοι τελευταῖαι Κλεοπάτρας ἀγομένης.
ζῶντας μὲν γὰρ ἡμᾶς οὐθὲν ἀλλήλων
διέστησε, κινδυνεύομεν δὲ τῷ θανάτῳ
διαμείψασθαι τοὺς τόπους, σὺ μὲν ὁ
Ῥωμαῖος ἐνταῦθα κείμενος, ἐγὼ δ' ἡ
δύστηνος ἐν Ἰταλίᾳ, τοσοῦτο τῆς σῆς
μεταλαβοῦσα χώρας μόνον. ἀλλ' εἰ δή
τις τῶν ἐκεῖ θεῶν ἀλκὴ καὶ δύναμις
– οἱ γὰρ ἐνταῦθα προὔδωκαν ἡμᾶς –
, μὴ πρόῃ ζῶσαν τὴν σεαυτοῦ γυναῖκα,
μηδ' ἐν ἐμοὶ περιίδῃς
θριαμβευόμενον
σεαυτόν, ἀλλ' ἐνταῦθά με κρύψον μετὰ
σεαυτοῦ καὶ σύνθαψον, ὡς ἐμοὶ μυρίων
κακῶν ὄντων οὐδὲν οὕτω μέγα καὶ
δεινόν ἐστιν, ὡς ὁ βραχὺς οὗτος χρόνος
ὃν σοῦ χωρὶς ἔζηκα.”
(Il Foro Romano verso il Campidoglio: da sinistra la Basilica Iulia, il Tempio di Saturno, il Tabularium, il tempio di Vespasiano e Tito; il tempio della Concordia, i rostri e l'arco di Settimio Severo. In alto sulla sinistra il tempio di Giove Ottimo Massimo luogo in cui terminavano la solenni processioni trionfali)
"«O
amato Antonio, poco fa ti seppellivo con mani ancora libere; ora libo
prigioniera esorvegliata affinché non deturpi né con i colpi al
petto né con lacrime questo corpo schiavo, conservato per i trionfi
che si celebrerannosu di te. Non aspettare altri onori o libagioni;
questi sono gli ultimi di Cleopatra trascinata via prigioniera. In
vita nulla ci separò l'uno dall'altra; in morte rischiamo di
scambiarci i luoghi, tu Romano giacendo qui, io infelice in Italia, e
solo quella parte riceverò della tua terra. Ma se gli dei di laggiù
hanno qualche forza e potenza – poiché quelli di lassù ci hanno
tradito –, non abbandonare la tua donna finché sia viva, e non
permettere che si trionfi su di te nella mia persona; nascondimi
invece e seppelliscimi qui con te, poiché degli infiniti miei mali
nessuno è grande e terribile quanto questo breve tempo in cui sono
vissuta senza di te»" (trad.
di Carlo Carena)
Questo
passo bellissimo anticipa quella che sarà, a breve, la fine della
più famosa regina della storia. Ottaviano ammirò il coraggio della
donna e fece in modo che i due amanti potessero riposare per sempre
in uno stesso sepolcro (Plutarco, Antonio,
86, 7; Svetonio, Augusto,
17) che secondo recenti scoperte archeologiche in Egitto sembrerebbe
essere collocato al di sotto del tempio di Iside
(http://www.repubblica.it/2006/08/gallerie/spettacoliecultura/cleopatra/1.html)
E a Roma quale fu la reazione nei confronti della morte della regina
e di Marco Antonio? Per Antonio Ottaviano decretò una sorta di
damnatio
memoriae che
si concretizzò nella distruzione delle statue del generale
(Plutarco, Antonio,
86, 9), mentre dalla Vita
di Cicerone
(49, 6) risulta che sotto il consolato del figlio di Cicerone (49, 6)
il senato ordinò che nessun Antonio portasse più il prenome Marco.
Per Cleopatra il discorso è in parte diverso, dal momento che,
essendo in Egitto una figura di culto, la distruzione delle sue
statue avrebbe procurato ad Ottaviano non pochi problemi religiosi e
politici. La più celebre reazione alla notizia della morte di
Cleopatra è senza alcun dubbio un carme di Orazio (Odi,
I, 37) in cui, pur essendo Cleopatra rappresentata negativamente,
acquista dignità proprio per il coraggio dimostrato nella morte:
Nunc
est bibendum, nunc pede libero
pulsanda
tellus, nunc Saliaribus
ornare
puluinar deorum
tempus
erat dapibus, sodales.
Antehac
nefas depromere Caecubum
cellis
auitis, dum Capitolio
regina
dementis ruinas
funus
et imperio parabat
contaminato
cum grege turpium
morbo
uirorum, quidlibet impotens
sperare
fortunaque dulci
ebria.
Sed minuit furorem
uix
una sospes nauis ab ignibus,
mentemque
lymphatam Mareotico
redegit
in ueros timores
Caesar,
ab Italia uolantem
remis
adurgens, accipiter uelut
mollis
columbas aut leporem citus
uenator
in campis niualis
Haemoniae,
daret ut catenis
fatale
monstrum. Quae generosius
perire
quaerens nec muliebriter
expauit
ensem nec latentis
classe
cita reparauit oras,
ausa
et iacentem uisere regiam
uoltu
sereno, fortis et asperas
tractare
serpentes, ut atrum
corpore
conbiberet uenenum,
deliberata
morte ferocior:
saeuis
Liburnis scilicet inuidens
priuata
deduci superbo,
non
humilis mulier, triumpho.
Ora
bisogna bere, ora bisogna battere la terra
con
il piede libero,
ora
era tempo di ornare le immagini degli dei
con
vivande degne dei Salii o amici.
Prima
di ora non era lecito estrarre il cecubo
dalle
cantine degli antenati
mentre
una regina preparava folli rovine
al
campidoglio e il funerale all'Impero
con
un gregge di uomini turpi
contaminato
dalla malattia,
sfrenata
a sperare qualsiasi cosa
ed
ubriaca per la dolce fortuna.
Ma
una sola nave a stento superstite all'incendio
ne
diminuì la
follia
e riportò ai giusti timori
la
mente invasata dal vino Marotico.
Cesare
che con i remi incalzava la fuggente dall'Italia
come
uno sparviero le tenere colombe
o
un veloce cacciatore una lepre nelle campagne dell'Enonia
nevosa
per gettare in catene fatale
mostro,
che
volendo morire più nobilmente
non
temette la strada come fanno le donne
ne
si rifugiò con la flotta veloce in litorali nascosti,
osando
anche guardare la reggia abbattuta con volto sereno
coraggiosa
anche nel maneggiare serpenti squamosi
per
bere con il corpo il nero veleno,
più
fiera per la morte decisa:
rifiutando
evidentemente alle crudeli Libarne
di
essere condotta lei donna
di stirpe regale,
in
superbo trionfo come una donna qualsiasi.
Denario con Marco Antonio e Cleopatra coniato nel 32 a. C.
Malgrado
la censura augustea, comunque, il cammino della storia ha preso
un'altra direzione e ci ha consegnato intatto non solo il ricordo di
Marco Antonio, ma anche delle tormentate vicende della sua storia
d'amore con Cleopatra. Il loro suicidio fu solo l'inizio di una delle
più durature e fortunate storie dell'antichità.





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