La Trattazione del Mito Argonautico nella Pitica IV di Pindaro e in Apollonio Rodio
riproduco qui l'articolo pubblicato su Digressus, the internet journal for the classical world 11. 74-52

1. Pindaro e la poesia ellenistica [1]

La più importante testimonianza poetica (integra) anteriore alle Argonautiche e contenente una porzione di testo dedicato all'antichissimo[2] mito degli Argonauti sufficientemente estesa per poter essere messa a confronto con l’opera di Apollonio Rodio è rappresentata dalla Pitica IV[3] di Pindaro[4] (462 a. C.) dedicata al re di Cirene Arcesilao IV[5]. Tale accostamento è giustificato sia dal fatto che l’ode pindarica dedica un notevole numero di versi alla narrazione dell’impresa degli Argonauti[6] sia dalla cura riservata dai filologi alessandrini[7] nei confronti dell’opera del poeta tebano. Ovviamente, trattandosi di due opere appartenenti ad epoche e a generi letterari diversi (epica/lirica corale), si trovano significative divergenze che vanno a toccare complesse questioni di storia letteraria greca.
Il destinatario, la performance e l'occasione rappresentano una importante serie di elementi da prendere in considerazione. Nella Pitica IV l'occasione per ricordare l'impresa del vello d'oro è data dall'encomio di un sovrano che non è solo il destinatario stesso del carme, ma è anche personalmente legato a quell'antichissimo mito grazie ad alcuni rapporti genealogici messi in luce dal poeta nel corso del componimento. Il poema di Apollonio, invece, non sembra essere rivolto ad un particolare destinatario[8], se non quello della raffinata cerchia di lettori/uditori alessandrini capaci di cogliere dietro ad ogni verso la profonda rielaborazione, sorretta da una seria competenza filologica, del testo omerico. Le Argonautiche venivano pertanto trasmesse (almeno inizialmente) durante le pubbliche letture di parti del poema tenute all'interno della corte tolemaica[9] e del tutto lontane[10] dalla prassi della trasmissione/esecuzione orale dell'epica greca arcaica. E se è vero che anche durante l’età dei tre grandi esponenti della letteratura ellenistica (Callimaco, Apollonio Rodio e Teocrito) ritroviamo alcuni esempi di poesia encomiastica[11] (la famosa “Chioma di Berenice”[12] callimachea e l’inno in onore di Tolomeo Filadelfo dell’Idillio XVII di Teocrito[13]) e di veri e propri epinici[14], tuttavia, come la critica ha da tempo[15] messo in luce, l’occasione e la performance della poesia ellenistica in molti casi non rappresentano altro che il risultato della mimesi di un’occasione più pensata che reale. Insomma, un prodotto letterario nel senso moderno del termine. Del resto, pur rivestendo ancora un ruolo prestigioso presso la corte dei Tolomei la partecipazione agli agoni sportivi panellenici (soprattutto se si pensa alle implicazioni propagandistiche), sembra che l’epinicio cominci a decadere e a perdere il suo significato originario a partire dalla seconda metà del V sec. a. C[16]. Una delle ragioni di questo decadimento è quella che Gentili espone in questi termini: «le epigrafi onorarie e commemorative divengono ora (in età ellenistica) il mezzo privilegiato per la pubblica celebrazione della vittoria sportiva (…) non più la viva voce del poeta o del coro di cantori e la memoria, bensì il documento scritto inciso su pietra, e la statua di marmo o la raffigurazione vascolare di atleti in trionfo divengono i portavoce esclusivi dei valori e delle virtù atletiche»[17].

La cosa che, generalmente, più colpisce chi si accinge a leggere Pindaro è il fatto che spesso all'interno della struttura dell'epinicio[18] il presente ed il passato (con implicazioni anche sulla tematica tanto cara ai critici moderni dell'unità compositiva dei carmi) si (con)fondono[19] nella celebrazione del vincitore delle gare, quasi a sottolineare il senso di continuità fra le generazioni e le gloriose imprese umane. Come ha osservato Fränkel[20]«la sua esposizione salta senz'altro da un punto all'altro dell'arco temporale, e all'interno di una coerente sequenza di eventi procede a piacimento all'indietro o in avanti, oppure muta qua e là direzione. Il nostro senso del tempo è duramente messo alla prova, ma è il prezzo da pagare perché compaiano altre, più importanti connessioni».
Il poeta, dunque, nel caso specifico della Pitica IV, volendo celebrare (e incoraggiare) le virtù umane e politiche[21] di Arcesilao risale indietro nel tempo per rievocare le complesse vicende che hanno portato alla fondazione della colonia di Cirene[22]. Il legame fra la città e gli Argonauti è dato da Batto (Aristotele figlio di Polimnasto), il quale, presunto discendente[23] dell'argonauta Eufemo, ricevette dalla Pizia lo stesso oracolo[24] che 17 generazioni prima Medea aveva rivelato ad Eufemo: un destino regale e la fondazione di una nuova città nella lontana Libia. La complessità dell’intreccio narrativo consiste, dunque, nel fatto che la narrazione del mito argonautico è inserita all’interno del racconto della fondazione della città di Cirene. In pratica, si parte da un mito principale (vv. 4-63) e se ne inserisce un secondo (vv. 70-246), cronologicamente anteriore (ma strettamente connesso), per poi ritornare al primo (vv. 255-262). A questa struttura ad anello dobbiamo aggiungere i riferimenti al destinatario[25] del carme che ci riconducono al presente. In altri termini, all’hic et nunc.

All'epoca di Apollonio la tematica celebrata da Pindaro della fondazione di Cirene[26] (città che gravitava oramai nell’orbita del regno dei Tolomei) doveva essere ben conosciuta e doveva godere di particolare attenzione almeno per due buone ragioni: da quella importante colonia greca provenivano sia la moglie di Tolomeo III, la famosa Berenice II[27], sia Callimaco, il poeta più influente e maggior teorico della poesia ellenistica. Egli vantava[28] addirittura nel proprio albero genealogico una parentela con quel famoso Batto. Nella chiusa dell’Inno ad Apollo (vv. 65 segg.) riprendendo proprio la Pitica IV e V[29] del poeta tebano, Callimaco rievoca brevemente il tema della fondazione di Cirene[30] in virtù del legame con Apollo, la divinità che sta alla base della fondazione della città di Callimaco:

Φοῖβος καὶ βαθύγειον ἐμὴν πόλιν ἔφρασε Βάττῳ
καὶ Λιβύην ἐσιόντι κόραξ ἡγήσατο λαῷ,
δεξιὸς οἰκιστῆρι, καὶ ὤμοσε τείχεα δώσειν
ἡμετέροις βασιλεῦσιν· ἀεὶ δ' εὔορκος Ἀπόλλων.

Febo rivelò anche la ferace mia città a Batto,
ed al popolo che entrava in Libia fu guida, corvo
fausto al fondatore, e giurò di concedere mura
ai nostri re: sempre tiene fede ai giuramenti Apollo[31].

Pochi versi dopo viene aggiunto un interessante riferimento alla leggenda della ninfa Cirene, eroina eponima di Cirene, rapita da Apollo e condotta dalla Tessaglia in Libia nel luogo in cui sorgerà la futura città. Anche in questo caso ci troviamo di fronte a una ripresa di Pindaro. Si tratta della Pitica IX dedicata a Telesicrate di Cirene per celebrare la sua vittoria ai giochi pitici del 474 a.C. In questo testo, infatti, il poeta narra la storia (complementare alla precedente versione della fondazione della città libica), forse di origine esiodea[32], dell’amore di Apollo per Cirene, figlia del re dei Làpiti Ipseo. Non abbiamo la possibilità di approfondire in questa sede il mito[33], ma basti aggiungere che anche Apollonio, pur non facendo nel poema alcun preciso riferimento alla città libica, dimostra di conoscere questa leggenda in un passo del secondo libro (vv. 500 segg.), in cui per spiegare l’origine dei venti etesi narra la storia di Aristeo[34], figlio di Apollo e di Cirene. Non potremo mai essere certi se Apollonio volesse rendere omaggio a Callimaco[35] (cosa possibile, se si considera il silenzio del poeta in merito alla città) oppure a Pindaro, ma non è comunque inverosimile pensare che la tematica della fondazione di Cirene, tanto importante sia per la presenza di una regina originaria di quella città che per l’enorme influsso letterario/culturale esercitato da Callimaco, possa aver contribuito a riportare in auge i testi pindarici menzionati e che, di conseguenza, il mito argonautico contenuto nella Pitica IV possa essere stato utilizzato da Apollonio[36].

Torniamo alla tematica dell’uso del tempo. La tendenza a mescolare i diversi piani temporali che ritroviamo nella Pitica IV (Arcesilao IV/fondazione di Cirene/mito del vello d'oro/fondazione di Cirene/Arcesilao IV) e negli epinici pindarici giunti fino a noi è una pratica ampiamente documentata[37] anche nelle Argonautiche.
Spesso nel poema ellenistico essa prende la forma di aition. Si tratta, come è noto, di un forte salto indietro nel passato che interrompe momentaneamente il racconto per ricercare nei tempi antichi l'origine di determinate pratiche, culti e tradizioni in qualche modo ancora vive all'epoca del poeta. Questa tecnica alessandrina/callimachea dell'aition rappresenta, per così dire, l'espressione letteraria di una grecità che sente il bisogno di fare i conti con il proprio passato, con la propria identità e con l'immensa eredità lasciata dagli antichi[38]. Ma oltre all’aition, che in Apollonio è comunque impiegato in maniera piuttosto cauta e solitamente alla fine di un segmento narrativo, troviamo nei due poeti incroci di piani temporali, accelerazioni nella narrazione e analessi. In un testo epico come quello delle Argonautiche[39] un simile uso del tempo è tanto più vistoso in quanto rappresenta una rottura della linearità cronologica omerica. In Pindaro il discorso è diverso, almeno per due motivi:

1) in primo luogo perché egli appartiene ancora ad una cultura che, benché stia inesorabilmente passando verso una fase dominata dalla scrittura, è ancora profondamente legata all'oralità[40]. Ed è proprio a partire da questa cultura orale che può essere spiegato, in parte, quello stile complesso, ardito e, in certi punti, oscuro[41], che senza dubbio dovette creare sul pubblico[42] un effetto di meraviglia[43] amplificato dalla musica e dalla danza.

2) nell’epinicio l’utilizzo del tempo è legato a precise finalità che sono determinate dal committente, dall’occasione della performance e dall’intento politico. Il poeta, pertanto, gioca abilmente con i vari piani temporali per stabilire rapporti col mito, rallentando o accelerando la narrazione a seconda degli effetti che di volta in volta vuole ottenere sul suo pubblico. Nel caso della Pitica IV vanno osservati i vv. 247 segg., dove viene interrotto il racconto della mitica spedizione non solo per inserire una dichiarazione di poetica, ma anche per velocizzare una narrazione che avrebbe condotto il poeta, come diremmo noi, “fuori tema”[44].

E se nel poeta corale questo legame col passato, contenuto di solito nella sezione mitologica (anche se assai spesso pervade l'intera composizione), assume i connotati di una celebrazione politica dei valori eroici[45]/aristocratici (attualità del mito) concomitante con la crisi stessa del mondo aristocratico all'interno di molte poleis greche, in Apollonio e negli alessandrini esso, formalmente, si presenta come il risultato di una dotta riscoperta resa possibile dalla minuziosa pratica filologica[46] (non immune da polemiche[47]), condotta sui manoscritti raccolti nella biblioteca di Alessandria, e da una attenta selezione di un materiale letterario della più disparata provenienza (storici, geografi, tragici...). Lo studio del passato, dei fasti della grande poesia epica, lirica e tragica senza dubbio doveva esercitare sui poeti/filologi alessandrini non solo un senso nostalgico di meraviglia, ma anche la consapevolezza che quei tempi, pur dovendo essere studiati a fondo e protetti dall’oblio, non sarebbero più potuti tornare. L’eroismo di cui parlava Pindaro apparteneva ad un contesto politico-sociale completamente diverso e l’intellettuale cresciuto alla corte dei Tolomei lo sapeva bene. Non aveva più senso cercare di imitare maldestramente una poesia che rappresentava un mondo ormai lontano. Bisognava, pertanto, porre le basi per un nuovo mondo artistico capace di rinnovare profondamente la cultura greca. Contribuirono a questa rifondazione culturale anche lo sviluppo delle varie correnti filosofiche e quella scienza che proprio in età ellenistica toccherà i vertici per profondità speculativa e applicazioni pratiche[48]. Da un punto di vista strettamente letterario si ricercano nel mito episodi marginali[49] o meno codificati dai poeti più antichi, personaggi più umili, oppure, esattamente come fa Apollonio, si riscrive una gloriosa storia come quella degli Argonauti secondo un'ottica più moderna.
Le Argonautiche rappresentano, pertanto, una matura espressione di quella riflessione sulla poesia teorizzata e messa in pratica da Callimaco all’interno di una produzione letteraria tanto importante non solo per le sorti della letteratura antica successiva, ma anche di quella moderna[50]. Il ricorso a quelle parti del mito in cui agivano individui più semplici e meno grandiosi è legato non solo all'immenso influsso del teatro euripideo[51], ma appare anche condizionato dai profondi cambiamenti socio-economici che caratterizzano il mondo ellenistico. Tra questi, come abbiamo già avuto modo di osservare sopra (pp. 77-78), risultano fondamentali per il nostro discorso le nuove modalità di composizione e trasmissione delle opere[52]. Ma non bisogna sottovalutare un aspetto socio-psicologico particolarmente evidente negli Idilli di Teocrito, ossia il bisogno da parte del poeta-cortigiano (e del pubblico) ellenistico, chiuso all’interno della raffinata corte dei Tolomei, di evasione, di un contatto con una realtà più “bassa” che può assumere l’aspetto di una assolata campagna animata da poeti/pastori[53]oppure ‒ ed è il caso dell’Ecale di Callimaco ‒ di un ambiente modesto come quello dell’umile casa di una vecchia. Una attenzione, dunque, “realistica”[54] per un mondo quotidiano e per le piccole cose accompagnata dall’uso di una tecnica poetica raffinata, selettiva e fortemente innovativa.

Parlando dell'epinicio pindarico si è accennato all’effetto che doveva creare sugli spettatori. L'oscurità di questo stile, assai diverso nella sintassi dall'epica omerica e dagli stessi interventi corali dei drammi ateniesi[55], infatti, non è solo l'impressione degli esegeti e dei traduttori moderni troppo lontani da quel mondo arcaico. È Pindaro stesso che in un passo dell'Olimpica II ricorre all'immagine delle frecce nascoste nella faretra per esemplificare la non immediata accessibilità del proprio stile[56] (83 segg.):

πολλά μ<οι> ὑπ'
ἀγκῶνος ὠκέα βέλη
ἔνδον ἐντὶ φαρέτρας
φων<άε>ντα συνετοῖσιν· ἐς δὲ τὸ πὰν ἑρμανέων 
χατίζει.

Ho molte
frecce veloci sotto il mio braccio
dentro la faretra: hanno voce
per i saggi, ma per la massa reclamano
interpreti[57].

La difficoltà di questa tecnica inimitabile[58], personale e profondamente imbevuta di una sacralità ancora legata alla concezione arcaica del poeta intermediario degli dei[59], trova un certo riscontro nella ricerca da parte dei poeti ellenistici (Callimaco in primis) di un'arte raffinata e non più aperta ad un vasto pubblico come poteva essere quello dei rapsodi omerici[60]. All'oscurità oracolare pindarica si sostituisce la minuziosa variatio espressiva del modello oppure l'acribia del filologo che (ed è il caso di Apollonio), contro l'auctoritas della vulgata consolidata da secoli di trasmissione orale, propone attraverso i propri versi l'esegesi o la lezione corretta del passo più antico che sta prendendo come modello[61]. Si fa strada anche l'immagine di una poesia intesa come una sorgente pura contrapposta all'impurità di una grossa corrente (Callimaco, Inno ad Apollo, vv. 105-113) e il rifiuto per il poema ciclico di vaste dimensioni (Callimaco, epigramma XXVIII e Teocrito, Talisie, 45 segg). E come Pindaro esprime il rifiuto per una poesia, per così dire, “mercenaria” (Istmica II, 6-12), allo stesso modo Callimaco in un giambo (fr. 222 tramandatoci proprio grazie allo scolio relativo a quel passo pindarico), riprendendo il poeta tebano, manifesta la propria avversione nei confronti «dell'instaurazione di un rapporto automatico tra la produzione poetica e retribuzione monetaria» (D'Alessio[62]).
Un altro aspetto che va a toccare la concezione e il ruolo della poesia emerge dalla solenne apertura della Pitica I (470 a.C.) dove il poeta tebano celebra «il potere ammaliante e pacificatore esercitato dalla musica sull’intero ordine divino, sugli attributi di Zeus (l’aquila e la folgore) e sugli dei stessi tra i quali è selezionato Ares perché, come dio della guerra, è in apparenza il più insensibile e ostile all’armonia e alla concordia ispirate dalla cetra[63]». Nelle Argonautiche ritroviamo una visione assai simile[64] in un passo famoso[65] del primo libro (vv.494-515) in cui Orfeo[66] placa un litigio scoppiato tra gli eroi grazie al suo canto. Attraverso il dotto riferimento empedocleo[67] della “funesta contesa” cosmica (v.498) il poeta ellenistico si appropria di alcuni elementi teogonici (Ferecide di Siro[68] ed Esiodo) e celebra il magico potere della poesia ricollegando abilmente il νεῖκος cosmico a quello degli Argonauti. Chiara, dunque, l’analogia tra le forze della natura che hanno portato le cose all’esistenza e il potere del cantore che ripristina un ordine momentaneamente sconvolto[69]. Del resto, il ruolo di Orfeo e, implicitamente, quello della poesia era emerso già a partire dall’apertura del poema in cui, elencando gli eroi che hanno partecipato all’impresa, Apollonio aveva aperto tale catalogo proprio con il mitico cantore e i suoi “miracoli” (I, 23-34) compiuti sulle forze della natura (rocce, fiumi, querce[70]). E sarà proprio il cantore di Tracia a salvare gli Argonauti in un momento difficile della fase di ritorno: l’incontro con le Sirene (IV, 905 segg.).
Se leggiamo le pagine di Pindaro e dei grandi maestri della poesia ellenistica possiamo trovare la presenza di un marcato individualismo che, come abbiamo visto, è caratterizzato dall’uso del tempo non lineare e da precise dichiarazioni di stile e poetica. Nelle Argonautiche questo aspetto trova un possibile parallelismo in tutta quella serie di interventi diretti del narratore che interrompono il fluire del racconto per manifestare stati d’animo o per esprimere commenti sulle azioni dei personaggi. Per noi moderni lettori di romanzi tutto ciò può sembrare naturale, ma per un componimento epico, che di statuto prevede una quasi totale impersonalità del poeta, il fatto è senza dubbio degno di nota. Nello specifico vi sono alcuni casi in cui Apollonio, come Pindaro, interviene nella narrazione o per manifestare la propria ritrosia nel riferire episodi mitici macabri e raccapriccianti[71] o semplicemente per allontanare da sé l'accusa di empietà. Ad esempio, in II, 705 segg. Apollonio si scusa con il suo pubblico per aver insinuato che le chiome di Apollo non erano intonse, oppure in IV 984-985 chiede scusa alle Muse per aver affrontato il tema sconveniente dell'evirazione di Urano da parte di Crono. Il precedente più celebre di questo approccio nei confronti del mito si ritrova nell'Olimpica I (vv. 46 segg.) in cui Pindaro rigetta la famosa e raccapricciante storia del banchetto offerto da Tantalo agli dei[72].
Ma è altrettanto interessante l'intervento dell’Olimpica IX in cui il poeta afferma di voler passare sotto silenzio[73] (v.36 ἀπό μοι λόγον/τοῦτον, στόμα, ῥῖψον) il tema della teomachia di Eracle contro Poseidone, Apollo e Ade. Questa visione del mito inteso come oggetto di discussione critica rappresenta senza alcun dubbio uno dei tratti più difficili da comprendere per un pubblico moderno abituato a ragionare sulla base di concetti religiosi quali ortodossia o eresia. In realtà, nel mondo greco, mancando testi rivelati e universalmente validi, il poeta poteva attingere liberamente dal repertorio dei miti con intenti di volta in volta diversi e aperti a nuove interpretazioni[74]. In tal senso, il caso delle opere drammatiche è emblematico. Questo atteggiamento nei confronti della “storia sacra” spiega, pertanto, la nascita e la diffusione di forme di pensiero come quelle di Senofane di Colofone e, in generale, di tutti i presocratici. Nel caso di Pindaro va detto che, comunque, un simile uso del mito più che avere delle precise implicazioni filosofiche[75] è strettamente connesso alle aspettative e allo status del destinatario e del pubblico.

Si ritrova, inoltre, nei nostri poeti anche la preoccupazione di non suscitare sul destinatario un senso di noia come conseguenza di una prolissità narrativa[76]. In Pindaro il problema assume spesso la dimensione di “sazietà” (κόρος) generata sul pubblico[77], mentre nel poeta ellenistico tale aspetto è legato alla poetica callimachea (il celebre ἄεισμα διηνεκές[78] del prologo degli Aitia) del rifiuto di una narrazione continua[79]. Per quanto riguarda l'epinicio pindarico questi due aspetti (selezione della materia del canto e sazietà del pubblico) sono determinati, come già si è detto, dal destinatario (nella pratica il poeta deve attentamente selezionare quelle tematiche più adatte alla celebrazione del committente[80]) e dal fatto che la performance dell'ode aveva dei limiti di tempo piuttosto precisi. Nella Pitica IV troviamo un esempio significativo[81] di questo fenomeno (vv. 247 segg.) in un passo in cui il poeta, resosi conto di aver raccontato per troppo tempo le vicende del mito argonautico, sente il tempo incalzare e commenta:

μακˈρά μοι νεῖσθαι κατ' ἀμαξιτόν· ὥρα
γὰρ συνάπτει καί τινα
οἶμον ἴσαμι βραχύν· πολ-
λοῖσι δ' ἅγημαι σοφίας ἑτέροις.

Sarebbe lungo tornare per la carreggiata;
il momento opportuno m’incalza;
un breve sentiero conosco:
e di molti sono guida nell’arte.

L’interesse per il passo è duplice, dal momento che Pindaro non si limita a valor ridimensionare il racconto del mito argonautico, ma inserisce ‒ e nel far questo emerge in primo piano l’individualismo del poeta ‒ una precisa dichiarazione di poetica: io sono abile a ricondurre la narrazione su un sentiero più breve (τινα οἶμον ἴσαμι βραχύν) e nella mia arte sono un vero e proprio maestro (πολλοῖσι δ' ἅγημαι σοφίας ἑτέροις). Tornando ai testi alessandrini, invece, la selettività della materia del canto e la preoccupazione di non annoiare i destinatari delle opere sono più che altro l'espressione di una ricerca di raffinatezza poetica e di alto sperimentalismo[82].

A questo punto, prima di riportare i passi contenenti lo sviluppo del mito argonautico nei due autori, intendo mettere in rilevo alcune significative differenze di ispirazione dei due testi.
Il primo aspetto da prendere in considerazione è la descrizione dei personaggi. Per quanto riguarda Apollonio tanto si è scritto a proposito dell'antieroismo di Giasone e della sua inadeguatezza come eroe epico[83] quanto della figura affascinante (ma inquietante) di Medea. In Pindaro, conformemente alla concezione eroica che ritroviamo nei suoi epinici, Giasone[84] è un guerriero (v.12 Ἰάσονος αἰχματᾶο) sicuro del proprio valore; il padre lo considera ἐξαίρετον γόνον...κάλλιστον ἀνδρῶν[85]; ha ricevuto la propria educazione dal centauro Chirone[86] (v.115); è il capo indiscusso della spedizione; un giovane ventenne (v.104) onesto (vv.104-105) e dotato di una notevole abilità oratoria[87] che gli permette di affrontare direttamente Pelia (vv. 94 segg.), dettando condizioni per una pacifica soluzione del conflitto: lasciare le ricchezze all'usurpatore, ma mantenere saldamente il trono (vv. 138-156). Questa caratterizzazione del personaggio mitologico, del resto, corrisponde sul piano dell’occasione e del destinatario dell’ode all’elogio del committente, che implicitamente viene accostato a Giasone[88].
L’origine del potere di Arcesilao viene fatta derivare da Apollo stesso (vv. 259-262), così come la dinastia dei Battiadi è destinata a regnare per una sorta di investitura divina (v. 69 θεόπομποι...τιμαὶ). Tornando al piano del mito, va osservato che l’immagine e il carattere dell’eroe vengono completati nel passo in cui il poeta, descrivendo il ricongiungimento con la famiglia (cronologicamente precedente all'incontro con Pelia), aggiunge anche dei tratti che mettono in luce l'animo sensibile del giovane e l'attaccamento nei confronti dei suoi cari (vv. 120 segg.). Da questo punto di vista la situazione delineata da Apollonio è profondamente diversa, se non altro perché l'attenzione del poeta ellenistico non si focalizza sulla gioia per il riavvicinamento con i genitori, ma sulla scena della dolorosa separazione madre/figlio (I, 278-291) prima della partenza. Inoltre, se in Pindaro Giasone assume da subito i tratti del comandante, nelle Argonautiche questa supremazia non viene data per scontata. Quando, ad esempio, prima della partenza dal porto di Pagase egli ordina ai compagni di scegliere la “migliore guida” (τὸν ἄριστον…ὄρχαμον I, vv. 338-339) per l’impresa, immediatamente lo sguardo ricade su Eracle e non su Giasone (I, 341-343)! La ricerca del vello d’oro, dunque, è sentita come una imposizione ed il poeta crea un’atmosfera carica di angoscia e incertezza (I, vv. 247-305; 440-449) che può essere sintetizzata da una sola parola chiave: ἀμηχανίη[89]. Probabilmente l'immagine che più ci colpisce della personalità di questo Giasone ellenistico e del suo atteggiamento nei confronti della fatica impostagli è quella che Apollonio abbozza al momento della partenza della nave Argo (I, 533-535):
       εἵλκετο δ' ἤδη
πείσματα καὶ μέθυ λεῖβον ὕπερθ' ἁλός, αὐτὰρ Ἰήσων
δακρυόεις γαίης ἀπὸ πατρίδος ὄμματ' ἔνεικεν.

Ormai
le gomene venivano ritirate, e si versava vino nel mare:
Giasone distoglieva piangendo lo sguardo dalla sua terra.

Si tratta di un sentimento che non è nuovo nell’epica greca e che ci rimanda all’Odissea. L’espressione del v. 535 δακρυόεις γαίης ἀπὸ πατρίδος appare modellata su quella di Od., X, 49 κλαίοντας, γαίης ἄπο πατρίδος (identica la sede metrica), dove sono i compagni di Odisseo a piangere perché portati lontano da Itaca in seguito all’apertura dell’otre di Eolo. Ma come non pensare alla scena in cui Omero ci descrive Odisseo che piange su un promontorio dell’isola di Ogigia con lo sguardo tristemente rivolto verso il mare (V, 82-84)? Certo, la differenza sostanziale è che nel caso delle Argonautiche questo sentimento di sconforto nasce ancora prima dell’impresa, mentre in Omero il dolore viene collocato dopo una lunga serie di fatiche.

Nelle Argonautiche la tematica del recupero del trono (trattata da Pindaro, come abbiamo visto, nel dialogo tra l'eroe e l'usurpatore) appare del tutto in secondo piano rispetto all'ansia per l'imposizione/svolgimento della fatica[90]. Riprendendo le categorie proposte da Detienne e Vernant di Metis e Themis[91], è stato osservato che nella Pitica IV l’agire di Giasone e di Pelia sarebbe strutturato sulla base di una «tensione fra metis e themis[92]». In pratica, ad un eroe (Giasone) che sta dalla parte del giusto e che utilizza le armi dell’accortezza, della diplomazia e dell’astuzia, si contrappone un usurpatore (Pelia) che agisce in una dimensione contraria alla themis e che usa tutti gli stratagemmi della sua metis pur di opporsi al corretto riequilibro della situazione. Sulla base di quanto è stato osservato a proposito del carattere di Giasone, appare naturale, pertanto, che nella Pitica IV il ricorso all’eros da parte dell’eroe ‒ tema tanto centrale nelle Argonautiche ‒ non intacchi minimamente il valore di Giasone. Si tratta, infatti, semplicemente di uno strumento utile al compimento dell’impresa e non tale da offuscare la grandezza di un personaggio che sembra già essere destinato ad un futuro glorioso.
Il tema dell’amore ci porta inevitabilmente alla complessa figura di Medea[93]. Purtroppo, a causa delle numerosissime perdite di testi letterari anteriori ad Apollonio, è difficile per noi avere una immagine completa di questo personaggio. Se la testimonianza di Euripide rappresenta senza dubbio il più importante documento in nostro possesso anteriore ad Apollonio, dobbiamo comunque tenere presente che la Medea euripidea è solo un’opera fra le tante dedicate a questo mito e che la centralità che essa ha per noi non rispecchia completamente la complessa realtà dell’Atene del V sec. a. C.. Cosa ha rappresentato per gli antichi Medea? Una donna fragile e innamorata che fugge dalla patria oppure una crudele assassina? Una maga o una creatura diabolica nella sua follia e nei suoi rapporti con le forze ctonie? Cominciamo a dire che la storia di Medea era nota ben prima della famosa tragedia di Euripide (431 a.C.), dal momento che la prima attestazione documentata del nome dell’eroina è contenuta nella Teogonia di Esiodo (956 segg.). Questo dato sembra essere confermato da alcune interessanti testimonianze iconografiche[94]. Dallo studio di queste raffigurazioni (principalmente ceramica) è emerso, infatti, non solo l’antichità della leggenda, ma anche l’enorme influsso esercitato dalla tragedia euripidea sulle rappresentazioni dei pittori. Questi gli elementi degni di nota[95]:

1) Anche se Medea non è un personaggio raffigurato spesso, essa può vantare una storia iconografica piuttosto lunga che va dal VII sec. a.C. fino agli inizi del III d. C..

2) La data della messa in scena della tragedia euripidea determina una profonda cesura nella rappresentazione dell'eroina, dal momento che essa viene raffigurata quasi esclusivamente in qualità di infanticida. Si è passati, in sostanza, dall'immagine di una maga benevola e sacerdotessa, che attraverso l'uso del calderone magico restituisce la giovinezza, a quella di una spietata assassina.

Il secondo dato archeologico trova conferma nei pochi frammenti di poesia arcaica incentrati sulle vicende della principessa della Colchide. Abbiamo, infatti, diverse testimonianze che ci restituiscono l’immagine di una maga buona, propensa ad aiutare piuttosto che a usare la magia come strumento di morte. Citerò solo alcuni esempi significativi:

1) Medea, figlia di Eeta ed Ecate e sorella di Circe, fece un uso buono della magia, dal momento che sottraeva sempre ai pericoli gli stranieri (Diodoro Siculo, IV, 46).

2) Medea nella Colchide ringiovanisce Giasone cuocendolo dentro ad un calderone (Ferecide FGrHist 3F 113 ab; Simonide, fr. 551 Page; Licofrone, Alessandra, 1315). L’episodio deriverebbe dal fatto che, secondo una versione alternativa del mito, Giasone prima di impossessarsi del vello sarebbe stato ingoiato o mutilato dal drago.

3) Giunta a Iolco, ringiovanisce Esone, il padre di Giasone (Nostoi, fr. 7 Bernabé).

4) Medea avrebbe ringiovanito, sempre attraverso la cottura, le nutrici di Dioniso e i loro mariti (Argomento della Medea di Euripide; Eschilo, fr. 246a Radt).

5) Medea, giunta a Corinto, avrebbe liberato gli abitanti da una carestia (scolio 74 g all’Olimpica XIII di Pindaro) sacrificando a Demetra e alle Ninfe lemnie.

6) Medea avrebbe cercato di rendere immortali i figli avuti con Giasone nascondendo i figli nel tempio di Era Akraia a Corinto (Eumelo, fr. 5 Bernabé).

Questa serie di testimonianze sembrano riportarci ad un sostrato più antico in cui la protagonista della tragedia euripidea e di una serie innumerevole di riprese letterarie contemporanee o più tarde (anche comiche[96]) doveva rivestire un ruolo ben diverso da quello della donna tradita vendicativa o della fanciulla innamorata. In particolare, l’uso del fuoco/cottura nel calderone per rendere immortali i bambini (Achille; Demofonte) o per restituire la vita (Pelope; Dioniso) non è altro che «l’esempio di un modo di agire tipico di grandi dee matronali situate ai margini fra mondo divino e mondo umano (come, appunto, erano Demetra e Tetide)[97]». Del resto, l’idea di una Medea quale sacerdotessa arcaica potrebbe essere presente in un passo della tragedia euripidea[98] dove si parla della morte dei figli in termini di sacrificio (vv. 1053-1055):

ὅτωι δὲ μὴ
θέμις παρεῖναι τοῖς ἐμοῖσι θύμασιν,
αὐτῶι μελήσει·

A chi non è lecito
Prender parte ai miei sacrifici,
è affar suo.

Questo dato testuale ha dei riscontri nell’arte figurativa, dal momento che la terribile scena dell’infanticidio è frequentemente ambientata proprio presso un altare (diversamente da Euripide, però, che sceglie l’interno della casa). L’interpretazione di questo gesto in senso sacrificale non è condivisa da tutti gli studiosi, ma, se si vede nell’altare una variante più moderna dell’immagine del calderone, è lecito pensare ad una Medea che «prima di diventare maga era stata una sacerdotessa divina[99]».
Fatte queste considerazioni, resta da chiarire il tipo di immagine costruita da Pindaro nella Pitica IV. Analizzando la sua Medea alla luce della testimonianza euripidea e di Apollonio Rodio troviamo alcuni punti di contatto ma anche significative differenze. O meglio, conformemente agli intenti dell’epinicio, diverso è il suo ruolo all'interno della riscrittura pindarica della leggenda. Proprio all'inizio dell'ode (v. 11), infatti, la donna ‒ definita solennemente δέσποινα Κόλχων[100]‒ ci viene presentata come una sorta di Pizia[101] invasata, coraggiosa (ζαμενής[102]) e immortale[103] che dispensa oracoli suscitando il silenzio e l’inquietudine degli Argonauti (v. 57). Un simile profilo, che forse nasconde il ricordo di una Medea dea/profetessa, si spiega considerando il fatto che l’eroina rappresenta per il poeta tebano la voce profetica[104] che ha determinato la nascita di quella città sui cui regna il destinatario dell'ode. Una simile connotazione è attestata anche in Eumelo (fr. 19 Bernabé), dove la donna fornisce al profeta Idmone (che nelle Argonautiche muore durante il viaggio di andata[105]) indicazioni sulla difficile prova che Giasone dovrà affrontare per ordine del padre. Ad un personaggio, dunque, che già è in possesso del dono della profezia, viene affiancata una Medea ancora più sapiente e dotata di conoscenza. A questo ruolo, per così dire, di profetessa Pindaro aggiunge il ricorso alla metis durante il viaggio di ritorno a sostegno di Giasone e dei compagni: è grazie ai “consigli di Medea”[106] (IV, 27 μήδεσιν) che gli Argonauti hanno portato sulle spalle la nave Argo dalla Sirte fino al lago Tritone. Proprio in questo passo il poeta sembra giocare sul legame etimologico fra il nome Μήδεια e il termine μῆδος[107]. Del resto, anche lo stesso atto del profetizzare viene definito “accorto consiglio” (v.58 πυκινὰν μῆτιν).
Passiamo alla tematica amorosa. Nell'epinicio è già accennato (senza, però, alcun indugio al pathos) il problema del dissidio interiore della protagonista, vittima passiva[108] delle trame di Afrodite, causato dalla paura/vergogna per il tradimento dei genitori (v. 218 τοκέων...αἰδῶ). Un senso di colpa che, tuttavia, non impedirà alla donna la fuga con lo straniero (v.250). Di lei Pindaro non ci fornisce alcuna descrizione fisica[109], mentre l'amore per Giasone viene efficacemente suggerito dall'immagine del fuoco amoroso (v. 219 ἐν φρασὶ καιομέναν), ripresa poi da Apollonio (III, 286-298[110]), e dallo svelamento allo straniero delle “vie delle prove paterne” (v. 220) quale segno di amore, dedizione e fiducia. La centralità dell’eros, dunque, non è una invenzione di Apollonio Rodio o di Euripide, ma trova precisi riscontri nella tradizione più antica. Pindaro non è stato certamente il primo a parlarne. Da un frammento di Mimnermo (10 PETFr) tramandato da Strabone (I, 2, 40), infatti, sembra proprio emergere che senza l’aiuto di Medea Giasone non avrebbe mai potuto riportare in patria il vello d’oro[111]. Un’idea che in Apollonio ritorna nell’apertura del III libro del poema (vv. 2-3). L'altra tematica centrale per i futuri sviluppi letterari della figura di Medea – la magia[112]– trova in Pindaro un riscontro puntuale nell'espressione παμφαρμάκου ξείνας[113] (v. 233) con cui viene commentata l'invincibilità di Giasone grazie ai filtri di Medea. Connesso a questa abilità[114] troviamo anche un rapido, ma importante, riferimento all'omicidio di Pelia (v.251 τὰν Πελίαο φονόν), episodio cui Apollonio allude quando anticipa la futura rovina del sovrano (dovuta al fatto che aveva trascurato il culto di Era[115]) proprio in seguito all’azione di Medea[116]. Va detto che in Pindaro questo episodio non assume alcuna connotazione negativa, dal momento che si inserisce pienamente nella dimensione della themis (legittima sconfitta dell’usurpatore[117]). Il ritratto di una Medea fredda assassina trova spazio (oltre che nella Medea), invece, nella drammatica scena delle Argonautiche in cui viene descritta la fine del fratello Assirto materialmente commessa da Giasone ma architettata da Medea (IV, vv. 411-474[118]).
Il particolare che più colpisce di questo episodio è senza dubbio l’immagine della donna con la veste e il velo imbrattati del sangue del fratello (vv. 471-474). Se sulla fine di Pelia il poeta tebano aveva ritenuto opportuno riferire il coinvolgimento di Medea per sottolineare comunque l’attuarsi della ricomposizione di un equilibrio e di una giustizia, viene del tutto messo a tacere ogni tipo di riferimento alla morte del fratello di Medea. Il motivo di questa omissione dipende sicuramente dal fatto che un simile comportamento avrebbe messo in cattiva luce non solo l’eroina, ma avrebbe anche creato imbarazzo nel committente e nel pubblico. Troviamo in questa scelta, dunque, la messa in pratica di un principio basilare seguito da Pindaro nell’utilizzo del mito: la conformità all’occasione, al pubblico e agli intenti encomiastici (cfr. supra, p. 92).

A questo punto ci resta da fare alcune osservazioni sulla tematica del viaggio. Per come viene trattato l’argomento, la distanza fra le due opere diventa consistente, perché dipende dal diverso retroterra culturale e dalla funzione stessa dei testi. Mentre Apollonio tratta la geografia (e l'etnografia) come un elemento portante del poema (ed anche in questa cura si dimostra essere pienamente partecipe della poetica callimachea), per Pindaro, invece, vale quanto ha osservato Fränkel: «il poeta era certo pratico della geografia (…) ma non dà alcuna indicazione che serva unicamente allo scopo di un orientamento spaziale (…) manca in lui ogni unitaria descrizione di terre o di popoli secondo le loro caratteristiche»[119]. E se la narrazione pindarica non poteva, per ovvie ragioni di spazio, fornire una descrizione completa della vicenda, è pur vero che, prescindendo dai riferimenti alla fondazione di Cirene, il poeta non offre significative descrizioni paesaggistiche[120] né dettagliate indicazioni dell'itinerario seguito dagli Argonauti: si parla di Iolco come punto di partenza (v. 188), dell'attraversamento della bocca del “mare Inospitale” (v. 203 ἐπ' Ἀξείνου στόμα) giungendo direttamente all'arrivo presso il fiume Fasi (v. 212). La fase di ritorno, invece, viene condensata in uno spazio ancora più breve (vv. 251-254) che determina una considerevole accelerazione della narrazione: il passaggio sul fiume Oceano, sul Mar Rosso, in Libia e a Lemno. Non troviamo neppure indicazioni temporali utili a stabilire la durata e il periodo del viaggio[121] e nessuno di quegli elementi che in Apollonio (in particolare nel II libro) scandiscono e preparano l'arrivo verso una terra barbara, ostile e del tutto estranea al mondo civilizzato ellenico. Per ulteriori dettagli rimando alle pagine seguenti.

2. Narrazioni parallele

La Pitica IV comincia con un intrecciarsi di profezie e oracoli appartenenti a piani temporali diversi[122]:

Σάμερον μὲν χρή σε παρ' ἀνδρὶ φίλῳ
στᾶμεν, εὐίππου βασιλῆϊ Κυράνας,
ὄφρα κωμάζοντι σὺν Ἀρκεσίλᾳ,
Μοῖσα, Λατοίδαισιν ὀφειλόμενον Πυ-
θῶνί τ' αὔξῃς οὖρον ὕμνων,
ἔνθα ποτὲ χρυσέων Διὸς αἰετῶν πάρεδρος
οὐκ ἀποδάμ<ου> Ἀπόλλωνος τυχόντος <ἱέ>ρεα
χρῆσεν οἰκιστῆρα Βάττον
καρποφόρου Λιβύας, ἱεράν
νᾶσον ὡς ἤδη λιπὼν κτίσσειεν εὐάρματον
πόλιν ἐν ἀργενν<όε>ντι μαστῷ,
καὶ τὸ Μηδείας ἔπος ἀγκομίσαι
ἑβδόμᾳ καὶ σὺν δεκάτᾳ γενεᾷ Θή-                     10
ραιον, Αἰήτα τό ποτε ζαμενής
παῖς ἀπέπνευσ' ἀθανάτου στόματος, δές-
ποινα Κόλχων. εἶπε δ' οὕτως
ἡμιθέοισιν Ἰάσονος αἰχματᾶο ναύταις· 

Oggi tu devi restare presso un uomo a me caro,
il re di Cirene dai belli cavalli,
per contribuire ad accrescere, o Musa,
per Arcesilao che celebra il trionfo,
il soffio propizio degli inni
dovuti ai figli di Latona e a Pito,
là dove un tempo la sacerdotessa
che siede presso le aquile d'oro di Zeus,
presente Apollo, predisse che Batto, colono
della Libia ferace di frutti,
lasciata l'isola sacra
avrebbe fondato
una città dai bei carri
sopra una candida mammella,
e avrebbe riscattato alla decima settima stirpe
la parola di Medea
che a Tera un giorno l'animosa figlia di Eeta
emise dalla bocca immortale,
la sovrana dei Colchi.
Ella così parlò ai marinai
semidivini del bellicoso Giàsone:

In questi versi, che precedono il discorso diretto di Medea (vv. 13-56) agli Argonauti, si trova la testimonianza di una tradizione mitografica diversa da quella seguita da Apollonio. Nelle Argonautiche, infatti, è Giasone stesso che nei pressi di Anafe[123] (una piccola isola delle Sporadi), spiegando a Eufemo il significato di un sogno, profetizza il destino legato alla zolla di terra che era stata ricevuta in Libia da Tritone come segno di diritto alla proprietà del suolo libico (IV, 1749-1754):

« πέπον, μέγα δή σε καὶ ἀγλαὸν ἔμμορε κῦδος.
βώλακα γὰρ τεύξουσι θεοὶ πόντονδε βαλόντι
νῆσον, ἵν' ὁπλότεροι παίδων σέθεν ἐννάσσονται
παῖδες, ἐπεὶ Τρίτων ξεινήιον ἐγγυάλιξεν
τήνδε τοι ἠπείροιο Λιβυστίδος· οὔ νύ τις ἄλλος
ἀθανάτων ἢ κεῖνος, ὅ μιν πόρεν ἀντιβολήσας.»

«Mio caro, ti attende un destino di grande e fulgida
gloria. La zolla che getterai in mare sarà trasformata
dagli dei in un'isola, dove abiteranno i figli più giovani
dei tuoi figli, poiché Tritone ti ha concesso come dono
ospitale questa porzione di terra Libica: era lui e nessun
altro dio, colui che ti è venuto incontro per affidartela.»

Dopo questa interpretazione del sogno (narrato poco sopra in IV, 1741-1745), il poeta, senza fare alcun preciso riferimento alla fondazione di Cirene[124] (dato sicuramente per scontato), riassume nei versi successivi le sorti della zolla (che diventerà Thera, chiamata da Apollonio Καλλίστη[125]) e della colonizzazione dell'isola (IV, 1755-1764) :

Ὧς ἔφατ'· οὐδ' ἁλίωσεν ὑπόκρισιν Αἰσονίδαο
Εὔφημος, βῶλον δὲ θεοπροπίῃσιν ἰανθείς
ἧκεν ὑποβρυχίην. τῆς δ' ἔκτοθι νῆσος ἀέρθη
Καλλίστη, παίδων ἱερὴ τροφὸς Εὐφήμοιο·
οἳ πρὶν μέν ποτε δὴ Σιντηίδα Λῆμνον ἔναιον,
Λήμνου τ' ἐξελαθέντες ὑπ' ἀνδράσι Τυρσηνοῖσιν
Σπάρτην εἰσαφίκανον ἐφέστιοι· ἐκ δὲ λιπόντας
Σπάρτην Αὐτεσίωνος ἐὺς πάις ἤγαγε Θήρας
Καλλίστην ἐπὶ νῆσον, ἀμείψατο δ' οὔνομα Θήρα
ἐκ σέθεν. ἀλλὰ τὰ μὲν μετόπιν γένετ' Εὐφήμοιο·  

Così disse, ed Eufemo fece tesoro della risposta
di Giasone: lieto per la profezia gettò in mare la zolla,
che aderì al profondo. Da questa si levò fuori dall'acqua
l'isola Bellissima, nutrice divina dei figli di Eufemo,
i quali prima abitarono in Lemno Sinteide, e in seguito,
cacciati di là dal popolo dei Tirreni, furono accolti
come supplici a Sparta. Più tardi lasciarono questa città,
e Terante, il valoroso figlio di Autesione, li guidò fino
all'isola Bellissima, che da te, o Terante, prese nuovo
nome. Ma ciò accadde molto dopo l'epoca di Eufemo.

La narrazione pindarica inverte, pertanto, l'ordine cronologico[126] degli eventi in maniera funzionale agli intenti politico/celebrativi dell'ode: prima l'episodio accaduto sul lago Tritone (fondamentale per i legami con la futura Cirene) poi, dopo un nuovo elogio del sovrano, ci si ricollega al tema dell'impresa degli Argonauti risalendo indietro nel tempo fino alle vicende anteriori alla spedizione La misteriosa aurea oracolare con cui Pindaro ha aperto l'ode viene ripresa all'inizio della seconda sezione della parte mitica (vv. 70-262). Questa volta si tratta dell'oracolo funesto che spinse Pelia a eliminare Giasone ricorrendo al pretesto della ricerca del vello d'oro nella lontana Colchide (vv. 71-78):

...θέσφατον ἦν[127] Πελίαν
ἐξ ἀγαυῶν Αἰολιδᾶν θανέμεν χεί-
ρεσσιν βουλαῖς ἀκνάμπτοις.
ἦλθε δέ οἱ κρυόεν πυκινῷ μάντευμα θυμῷ,
πὰρ μέσον ὀμφαλὸν εὐδένδροιο ῥηθὲν ματέρος 
τὸν μονοκρήπιδα πάντως
ἐν φυλακᾷ σχεθέμεν μεγάλᾳ,
εὖτ' ἂν αἰπεινῶν ἀπὸ σταθμῶν ἐς εὐδείελον
χθόνα μόλῃ κλειτᾶς Ἰ<αο>λκοῦ,
ξεῖνος αἴτ' ὦν ἀστός.

Era destino che Pelia perisse
per mano degli Eòlidi illustri
o per i loro disegni inflessibili.
E un oracolo venne
ad agghiacciargli il cuore sagace,
fu pronunciato presso l'ombelico,
il centro della madre terra dai begli alberi:
guardarsi bene
dall'uomo d'un solo calzare
quando dal rifugio rupestre
discenda alla campagna solatia
della celebre Iolco,
sia cittadino o straniero.

In Apollonio la presenza di questo oracolo di Apollo assume un’importanza fondamentale per i successivi sviluppi dell’azione e, per tale ragione, è inserito all’interno del proemio del poema (I, 5-7) :
Ἀρχόμενος σέο Φοῖβε παλαιγενέων κλέα φωτῶν
μνήσομαι οἳ Πόντοιο κατὰ στόμα καὶ διὰ πέτρας
Κυανέας βασιλῆος ἐφημοσύνῃ Πελίαο
χρύσειον μετὰ κῶας ἐύζυγον ἤλασαν Ἀργώ.
Τοίην γὰρ Πελίης φάτιν[128] ἔκλυεν, ὥς μιν ὀπίσσω      5
μοῖρα μένει στυγερή[129], τοῦδ' ἀνέρος ὅντιν' ἴδοιτο
δημόθεν οἰοπέδιλον ὑπ' ἐννεσίῃσι δαμῆναι·

Cominciando da te, Febo, ricorderò le imprese gloriose
degli antichissimi eroi, che per ordine del re Pelia spinsero
la solida nave Argo alla conquista del vello d'oro
attraverso le bocche del Ponto e le rocce Cianee.
Pelia aveva udito un oracolo, che in futuro lo attendeva
un destino terribile: la morte gli sarebbe stata ordita
dall'uomo che egli avesse visto fra i suoi sudditi venire
calzato un solo sandalo.

A parte alcune diversità stilistico-lessicali[130] e una maggiore precisione del poeta tebano nel delineare già in questi pochi versi il carattere di Pelia[131], fino a questo momento Apollonio non si distanzia in maniera significativa da Pindaro. Subito dopo (vv. 8-17), però, il poeta ellenistico riassume per sommi capi gli avvenimenti precedenti alla partenza (omettendone molti) per arrivare direttamente al lungo catalogo degli Argonauti (vv. 23-227):

δηρὸν δ' οὐ μετέπειτα τεὴν κατὰ βάξιν Ἰήσων,
χειμερίοιο ῥέεθρα κιὼν διὰ ποσσὶν Ἀναύρου,
ἄλλο μὲν ἐξεσάωσεν ὑπ' ἰλύος ἄλλο δ' ἔνερθεν      10
κάλλιπεν αὖθι πέδιλον ἐνισχόμενον προχοῇσιν·
ἵκετο δ' ἐς Πελίην αὐτοσχεδόν, ἀντιβολήσων
εἰλαπίνης ἣν πατρὶ Ποσειδάωνι καὶ ἄλλοις
ῥέζε θεοῖς, Ἥρης δὲ Πελασγίδος οὐκ ἀλέγιζεν·
αἶψα δὲ τόνγ' ἐσιδὼν ἐφράσσατο, καί οἱ ἄεθλον   
ἔντυε ναυτιλίης πολυκηδέος, ὄφρ' ἐνὶ πόντῳ
ἠὲ καὶ ἀλλοδαποῖσι μετ' ἀνδράσι νόστον ὀλέσσῃ.

Poco tempo dopo Giasone,
secondo la tua profezia, mentre guadava d'inverno
l'Anauro, riuscì a trarre dal fango uno dei due sandali,
ma l'altro lo abbandonò sul fondo, in balia della corrente.
Si recò quindi da Pelia, per partecipare al banchetto
che il re offriva a suo padre Poseidone
e agli altri dei, dimenticando però Era Pelasga.
Appena lo vide, Pelia capì; e gli impose la prova
di una durissima navigazione, affinché sul mare
o tra popoli sconosciuti perdesse la via del ritorno.

Osservando attentamente questo passo si nota che i vv. 9-11 non rappresentano altro che una spiegazione del termine precedente οἰοπέδιλον. Questo vocabolo viene, per così dire, chiarito attraverso la rapidissima menzione dell'episodio dell'attraversamento dell'Anauro[132]. Ma da questo episodio all'imposizione della fatica il passo è brevissimo secondo il resoconto di Apollonio. La raffinata tecnica narrativa alessandrina, che procede attraverso sottili riferimenti letterari e una attenta selezione della materia poetica, fa sì che il poeta menzioni soltanto l'arrivo di Giasone al cospetto di Pelia e il sacrificio del sovrano agli dei (tranne Era). Pindaro, invece, si sofferma a descrivere l'arrivo inaspettato dell'eroe, il suo aspetto fisico e la meraviglia suscitata sulla gente (vv. 78-92), facendo quasi coincidere il punto di vista del pubblico dell’epinicio con quello degli abitanti di Iolco e di Pelia:

ξεῖνος αἴτ' ὦν ἀστός. ὁ δ' ἦρα χρόνῳ[133]
ἵκετ' αἰχμαῖσιν διδύμαισιν ἀνὴρ ἔκ-
παγλος· ἐσθὰς δ' ἀμφοτέρα νιν ἔχεν,
ἅ τε Μαγνήτων ἐπιχώριος ἁρμό-
ζοισα θαητοῖσι γυίοις,
ἀμφὶ δὲ παρδαλέᾳ στέγετο φρίσσοντας ὄμβρους·
οὐδὲ κομᾶν πλόκαμοι κερθέντες ᾤχοντ' ἀγλαοί,
ἀλλ' ἅπαν νῶτον καταίθυς-
σον. τάχα δ' εὐθὺς ἰὼν σφετέρας
ἐστάθη γνώμας ἀταρβάκτοιο πειρώμενος
ἐν ἀγορᾷ πλήθοντος ὄχλου.
τὸν μὲν οὐ γίνωσκον· ὀπιζομένων δ' ἔμ-
 πας τις εἶπεν καὶ τόδε·
’Οὔ τί που ̆οὗτος Ἀπόλλων,
οὐδὲ μὰν χαλκάρματός ἐστι πόσις
Ἀφροδίτας· ἐν δὲ Νάξῳ φαντὶ θανεῖν λιπαρᾷ
Ἰφιμεδείας παῖδας, Ὦτον καὶ σέ, τολ-
μάεις Ἐπιάλτα ἄναξ.
καὶ μὰν Τιτυὸν βέλος Ἀρτέμιδος θήρευσε κραιπνόν,
ἐξ ἀνικάτου φαρέτρας ὀρνύμενον,
ὄφρα τις τᾶν ἐν δυνατῷ φιλοτά-
των ἐπιψαύειν ἔραται.’

Così col tempo un uomo giunse
con due lance stupendo,
l'avvolgeva una duplice veste,
quella propria dei Magnesi,
aderente alle mirabili membra,
e tutt'intorno una pelle di pantera
lo schermiva dai brividi della pioggia;
non erano caduti sotto il taglio del ferro
i riccioli lucenti della chioma,
ma lungo tutto il dorso gli splendevano.
Subito venne con passo diritto,
sperimentando l'intrepido cuore,
e in mezzo alla piazza
si piantò tra la folla.
Non lo conoscevano; ma timorosi
l'ammiravano, qualcuno anche disse:
«Certo, non è Apollo costui
e neppure lo sposo d'Afrodite,
Ares dal carro di bronzo; si narra
che nella fulgida Nasso perirono
i figli di Ifimedèa,
Oto e tu, principe audace Efialte.
Pure Tizio colpì
la rapida freccia d'Artemide
balzando dall'invitta faretra
perché ognuno ambisca
ad attingere amori possibili»

Anche Apollonio dà voce alla folla di Iolco (vv. 242-246), ma rispetto alla Pitica IV l'intervento popolare si colloca cronologicamente dopo il catalogo degli Argonauti ed è focalizzato sull'insieme degli eroi e non su Giasone[134]:

Αὐτὰρ ἐπεὶ δμώεσσιν ἐπαρτέα πάντ' ἐτέτυκτο
ὅσσα περ ἐντύνονται ἐπαρτέα ἔνδοθι νῆες,                     235
εὖτ' ἂν ἄγῃ χρέος ἄνδρας ὑπεὶρ ἅλα ναυτίλλεσθαι,
δὴ τότ' ἴσαν μετὰ νῆα δι' ἄστεος, ἔνθα περ ἀκταί 
κλείονται Παγασαὶ Μαγνήτιδες· ἀμφὶ δὲ λαῶν
πληθὺς σπερχομένων ἄμυδις θέον, οἱ δὲ φαεινοί
ἀστέρες ὣς νεφέεσσι μετέπρεπον. ὧδε δ' ἕκαστος          240
ἔννεπεν εἰσορόων σὺν τεύχεσιν ἀίσσοντας·
“Ζεῦ ἄνα, τίς Πελίαο νόος; πόθι τόσσον ὅμιλον
ἡρώων γαίης Παναχαιίδος ἔκτοθι βάλλει;
αὐτῆμάρ κε δόμους ὀλοῷ πυρὶ δῃώσειαν
Αἰήτεω, ὅτε μή σφιν ἑκὼν δέρος ἐγγυαλίξῃ·                   245
ἀλλ' οὐ φυκτὰ κέλευθα, πόνος δ' ἄπρηκτος ἰοῦσιν.”

Quando fu apprestato dai servi tutto ciò con cui le navi
munite di remi sogliono essere equipaggiate all'interno
allorché il bisogno spinge gli uomini a salpare, subito
attraversarono la città diretti alla nave, verso la costa
detta Pagase di Magnesia: tutt'intorno la folla s'accalcava,
e univa la sua corsa alla loro rapida marcia, ma essi
spiccavano fra tutto come astri lucenti tra le nuvole.
Ammirando lo slancio degli eroi armati, ciascuno diceva:
«Grande Zeus, qual è lo scopo di Pelia? Dove spedisce,
fuori da tutta la terra Achea, una simile schiera d' eroi?
Devasteranno col fuoco mortale la reggia di Eeta il primo
giorno, se non consegnerà subito il vello. Ma incombe,
inevitabile, il viaggio: partono per un'impresa disperata!»

Come si può facilmente notare manca in Apollonio quell’atmosfera quasi fiabesca che nell’epinicio connotava l’arrivo dell’eroe misterioso. Anzi, la gente (ed il lettore) avverte chiaramente lo stesso senso di angoscia e di inquietudine che sarà provato da Giasone (I, 460-461) e dai genitori (I, vv.261 segg.).
Si ripresenta, invece, il riferimento pindarico ad Apollo (v. 87) all'interno di una similitudine in cui il poeta arriva a paragonare l'avanzare di Giasone tra la folla a quello del dio nei luoghi di culto a lui cari (vv. 307-311):

οἷος δ' ἐκ νηοῖο θυώδεος εἶσιν Ἀπόλλων
Δῆλον ἀν' ἠγαθέην ἠὲ Κλάρον, ὅγε Πυθώ
Λυκίην εὐρεῖαν ἐπὶ Ξάνθοιο ῥοῇσι – 
τοῖος ἀνὰ πληθὺν δήμου κίεν, ὦρτο δ' ἀυτή         310
κεκλομένων ἄμυδις...

Come da un tempio odoroso si fa avanti Apollo
nella sacra Delo o a Claro o a Pito
o nella grande Licia sulle rive dello Xanto,
così egli andava tra la folla, che lo acclamava
a una sola voce.

Per quanto concerne l'aspetto fisico di Giasone[135] Apollonio non fornisce da subito descrizioni di questo tipo. La bellezza dell'eroe, infatti, diventerà argomento poetico solo nel contesto del fatidico incontro con Medea (III, 919-926):

ἔνθ' οὔπω τις τοῖος ἐπὶ προτέρων γένετ' ἀνδρῶν,
οὔθ' ὅσοι ἐξ αὐτοῖο Διὸς γένος οὔθ' ὅσοι ἄλλων
ἀθανάτων ἥρωες ἀφ' αἵματος ἐβλάστησαν,
οἷον Ἰήσονα θῆκε Διὸς δάμαρ ἤματι κείνῳ
ἠμὲν ἐσάντα ἰδεῖν ἠδὲ προτιμυθήσασθαι·                  
τὸν καὶ παπταίνοντες ἐθάμβεον αὐτοὶ ἑταῖροι
λαμπόμενον χαρίτεσσιν, ἐγήθησεν δὲ κελεύθῳ               925
Ἀμπυκίδης[136], ἤδη που ὀισσάμενος τὰ ἕκαστα.

Nessuno mai al tempo degli uomini antichi,
né tra i figli dello stesso Zeus né tra gli eroi
che nacquero dal sangue degli altri immortali,
fu quale la consorte di Zeus rese quel giorno
l'Esonide, nell'aspetto e nel modo di parlare. Gli stessi
compagni ammiravano sbalorditi la sua bellezza
abbagliante, e il figlio di Ampico era felice
d'avviarsi con lui: certo già prevedeva ogni cosa!

La bellezza luminosa (v. 925 λαμπόμενον) dell'eroe infusa da Era viene ripresa più avanti attraverso la similitudine con l'astro Sirio[137], nel momento vero e proprio in cui l'eroe si presenta agli occhi di Medea (III, 956-961):

αὐτὰρ ὅγ' οὐ μετὰ δηρὸν ἐελδομένῃ ἐφαάνθη,
ὑψόσ' ἀναθρῴσκων τε Σείριος Ὠκεανοῖο,
ὃς δή τοι καλὸς μὲν ἀρίζηλός τ' ἐσιδέσθαι
ἀντέλλει, μήλοισι δ' ἐν ἄσπετον ἧκεν ὀιζύν – 
ὧς ἄρα τῇ καλὸς μὲν ἐπήλυθεν εἰσοράασθαι                   960
Αἰσονίδης, κάματον δὲ δυσίμερον ὦρσε φαανθείς.

Ma poi all'improvviso lui apparve al suo desiderio:
lo vide altissimo come l'astro Sirio, che sorge
   sopra l'Oceano ed offre l'impareggiabile spettacolo
   della sua luce, ma porta alle greggi immensa rovina;
   così l'Esonide giunse per lei sfolgorante a vedersi,
   ma col suo apparire accese un'atroce, sciagurata
   passione.

Fin qui, dunque, si può osservare come Apollonio, pur avendo avuto Pindaro come punto di riferimento, abbia nettamente rimodellato tale materiale poetico. Se il poeta tebano, infatti, già all'inizio della sua narrazione del mito argonautico si era soffermato sui tratti fisici (e di riflesso morali) dell'eroe, Apollonio affronta questi aspetti solo nel momento in cui appaiono maggiormente rilevanti per la narrazione. La bellezza di Giasone, pertanto, viene ritardata quasi per far convergere il punto di vista del lettore con quello dell'eroina. Da un confronto fra i due testi emerge anche che il proemio delle Argonautiche presenta una versione sintetica (e con notevoli omissioni) della più ampia narrazione pindarica relativa gli eventi anteriori all'arrivo degli Argonauti a Iolco. In effetti, Pindaro, dopo aver descritto l'arrivo di Giasone dal punto di vista degli abitanti di Iolco, racconta dettagliatamente anche il progressivo svelarsi dell'identità dell'eroe a Pelia, il ricongiungimento familiare, e le fasi che hanno portato Pelia ad imporre la fatica (vv. 93 segg.):

τοὶ μὲν ἀλλάλοισιν ἀμειβόμενοι
γάρυον τοιαῦτ'· ἀνὰ δ' ἡμιόνοις ξε-
στᾷ τ' ἀπήνᾳ προτροπάδαν Πελίας 
ἵκετο σπεύδων· τάφε δ' αὐτίκα παπτά-                             95
ναις ἀρίγνωτον πέδιλον
δεξιτερῷ μόνον ἀμφὶ ποδί. κλέπτων δὲ θυμῷ
δεῖμα προσήνεπε·Ποίαν γαῖαν, ξεῖν', εὔχεαι
πατρίδ' ἔμμεν; καὶ τίς ἀνθρώ-
πων σε χαμαιγενέων πολιᾶς
ἐξανῆκεν γαστρός; ἐχθίστοισι μὴ ψεύδεσιν
καταμιάναις εἰπὲ γένναν.’                                               100
τὸν δὲ θαρσήσαις ἀγανοῖσι λόγοις
ὧδ' ἀμείφθη· ‘Φαμὶ διδασκαλίαν Χί-
ρωνος οἴσειν. ἀντρόθε γὰρ νέομαι     
πὰρ Χαρικλοῦς καὶ Φιλύρας, ἵνα Κενταύ-
ρου με κοῦραι θρέψαν ἁγναί.
εἴκοσι δ' ἐκτελέσαις ἐνιαυτοὺς οὔτε ἔργον
οὔτ' ἔπος ἐντράπελον κείνοισιν εἰπὼν ἱκόμαν                105
οἴκαδ', ἀρχαίαν κομίζων
πατρὸς ἐμοῦ, βασιλευομέναν
οὐ κατ' αἶσαν, τάν ποτε Ζεὺς ὤπασεν λαγέτᾳ
Αἰόλῳ καὶ παισὶ τιμάν.
πεύθομαι γάρ νιν Πελίαν ἄθεμιν λευ-
καῖς πιθήσαντα φρασίν
ἁμετέρων ἀποσυλᾶσαι βιαίως ἀρχεδικᾶν τοκέων·          110
τοί μ', ἐπεὶ πάμπρωτον εἶδον φέγγος, ὑπερφιάλου
ἁγεμόνος δείσαντες ὕβριν, κᾶδος ὡς-
είτε φθιμένου δνοφερόν
ἐν δώμασι θηκάμενοι μίγα κωκυτῷ γυναικῶν,
κρύβδα πέμπον σπαργάνοις ἐν πορφυρέοις,
νυκτὶ κοινάσαντες ὁδόν, Κρονίδᾳ                                   115
δὲ τράφεν Χίρωνι δῶκαν. 
ἀλλὰ τούτων μὲν κεφάλαια λόγων
ἴστε. λευκίππων δὲ δόμους πατέρων, κε-
δνοὶ πολῖται, φράσσατέ μοι σαφέως·
Αἴσονος γὰρ παῖς ἐπιχώριος οὐ ξεί-
ναν ἱκάνω γαῖαν ἄλλων.
φὴρ δέ με θεῖος Ἰάσονα κικλῄσκων προσαύδα.’
ὣς φάτο· τὸν μὲν ἐσελθόντ' ἔγνον ὀφθαλμοὶ πατρός·     120
ἐκ δ' ἄρ' αὐτοῦ πομφόλυξαν
δάκρυα γηραλέων γλεφάρων,
ἃν περὶ ψυχὰν ἐπεὶ γάθησεν, ἐξαίρετον
γόνον ἰδὼν κάλλιστον ἀνδρῶν.
καὶ κασίγνητοί σφισιν ἀμφότεροι
ἤλυθον κείνου γε κατὰ κλέος· ἐγγὺς                               125
μὲν Φέρης κράναν Ὑπερῇδα λιπών,
ἐκ δὲ Μεσσάνας Ἀμυθάν· ταχέως δ' Ἄ-
δματος ἷκεν καὶ Μέλαμπος
εὐμενέοντες ἀνεψιόν. ἐν δαιτὸς δὲ μοίρᾳ
μειλιχίοισι λόγοις αὐτοὺς Ἰάσων δέγμενος
ξείνι' ἁρμόζοντα τεύχων
πᾶσαν ἐυφροσύναν τάνυεν
ἀθρόαις πέντε δραπὼν νύκτεσσιν ἔν θ' ἁμέραις          130
ἱερὸν εὐζοίας ἄωτον.
ἀλλ' ἐν ἕκτᾳ πάντα λόγον θέμενος σπου-
δαῖον ἐξ ἀρχᾶς ἀνήρ
συγγενέσιν παρεκοινᾶθ'·
οἱ δ' ἐπέσποντ'. αἶψα δ' ἀπὸ κλισιᾶν
ὦρτο σὺν κείνοισι· καί ῥ' ἦλθον Πελία μέγαρον·
ἐσσύμενοι δ' εἴσω κατέσταν· τῶν δ' ἀκού-                 135
σαις αὐτὸς ὑπαντίασεν
Τυροῦς ἐρασιπλοκάμου γενεά· πραῢν δ' Ἰάσων
μαλθακᾷ φωνᾷ ποτιστάζων ὄαρον
βάλλετο κρηπῖδα σοφῶν ἐπέων·

Così vociferavano l'un l'altro;
ad un tratto, sul carro levigato
giunse a precipizio Pelia
con le sue mule: e subito stupì
appena scorse al piede destro
l'unico ben noto calzare.
Nascose nel cuor la paura
e gli chiese:
«Quale terra tu vanti
come patria, straniero?
Quale umana creatura terrestre
ti buttò fuori dal suo bianco ventre?
Non la macchiare di odiose menzogne,
di' la tua stirpe»
Con miti parole, imperterrito,
egli così gli rispose: «Io dico
che son qui per recare quel che insegna Chirone.
Vengo dall'antro, da Càriclo e Fìlira,
dove mi crebbero le figlie venerande
del Centauro. Ho compiuto vent'anni,
né mai dissi né feci tra loro
parola o cosa impudente:
ritorno ora a casa a riprendermi
l'antico onore regale del padre
− che altri esercita contro giustizia −
a suo tempo concesso da Zeus
ad Eolo condottiero di popoli
e ai suoi figli.
Sento dire che Pelia,
obbedendo al suo cuore insensato
lo rapì con la forza ai miei genitori,
i sovrani legittimi;
com'io vidi la luce,
essi, temendo la protervia
d'un capo arrogante, presero in casa
un lutto tetro, misto a lamenti di donne,
come s'io fossi morto, e poi segretamente
mi mandarono in fasce purpuree
affidando alla notte il cammino
e mi diedero al Crònide Chirone
perché m'allevasse.
Ormai sapete il succo del racconto;
miei cari cittadini, mostratemi la casa
dei miei padri dai bianchi cavalli:
poi ch'io sono di qui, il figlio d'Esone,
non venni straniero in terra d'altri.
E mi chiamava Giasone per nome
la divina fiera».
Così disse, e com'egli entrò
ben lo conobbero gli occhi del padre;
e dalle vecchie palpebre
pullularono lacrime
e gioì nel suo animo
alla vista del figlio, il migliore,
il più bello fra gli uomini.
E vennero entrambi i fratelli
alla notizia del suo arrivo:
da vicino Ferete, lasciata la fonte Iperèa,
e da Messene Amitàone:
e rapido giunse Admeto, e Melampo,
a festeggiare il cugino.
Nell'ora del convito Giasone li accolse
con dolci parole,
apprestando adeguati doni ospitali,
e prolungava ogni letizia
mietendo per cinque intere notti
e cinque giorni
il sacro fiore di una buona vita.
Ma nel sesto, il discorso fu serio
e l'eroe sin dall'inizio
confidò ogni cosa ai congiunti:
quelli assentirono. E subito dai seggi
balzò con essi e vennero
nel palazzo di Pelia:
irruppero e furono dentro;
lì udì e mosse loro incontro
il figlio di Tiro dalla bella chioma;
e Giasone, stillando
con voce blanda parole gentili,
gettò la base di un saggio discorso.

Fra questi particolari, l'unico che viene rielaborato nelle Argonautiche è quello dell'incontro familiare. Ma mentre Pindaro (vv. 120 segg.) focalizza l'attenzione sul felice ricongiungimento (temporaneo) della famiglia, in concomitanza con l'arrivo a Iolco e prima dell'imposizione della fatica, Apollonio preferisce concentrarsi sul congedo tra Giasone e i genitori poco prima della partenza[138]. Questa scelta potrebbe avere due motivazioni. A livello generale, infatti, nell'omissione di alcuni particolari o di singoli episodi del testo pindarico si può intravedere un possibile rapporto di intertestualità tra le Argonautiche e la Pitica IV (un continuo alternarsi tra emulazione e raffinata competizione letteraria). Nel caso specifico, comunque, la scena in cui la madre e il padre di Giasone salutano il proprio figlio nell'imminenza della partenza per una terra remota e verso terribili prove fornisce al poeta ellenistico l'occasione per sviluppare una maggiore tensione emotiva e per amplificare l'ansia e l'inquietudine nei confronti di una azione eroica dai tratti incerti e oscuri. Il pathos è ulteriormente sottolineato anche dal fatto (certamente non casuale) che dei due genitori è solo Alcimede a rivolgere al figlio[139] parole di doloroso sconforto dall’intonazione tragica[140] (I, vv. 278-305):

Αἴθ' ὄφελον κεῖν' ἦμαρ, ὅτ' ἐξειπόντος ἄκουσα
δειλὴ ἐγὼ Πελίαο κακὴν βασιλῆος ἐφετμήν,
αὐτίκ' ἀπὸ ψυχὴν μεθέμεν κηδέων τε λαθέσθαι,             280
ὄφρ' αὐτός με τεῇσι φίλαις ταρχύσαο χερσίν,
τέκνον ἐμόν· τὸ γὰρ οἶον ἔην ἔτι λοιπὸν ἐέλδωρ
ἐκ σέθεν, ἄλλα δὲ πάντα πάλαι θρεπτήρια πέσσω.
νῦν γε μὲν ἡ τὸ πάροιθεν Ἀχαιιάδεσσιν ἀγητή
δμωὶς ὅπως κενεοῖσι λελείψομαι ἐν μεγάροισιν,            285
σεῖο πόθῳ μινύθουσα δυσάμμορος, ᾧ ἔπι πολλήν
ἀγλαΐην καὶ κῦδος ἔχον πάρος, ᾧ ἔπι μούνῳ
μίτρην πρῶτον ἔλυσα καὶ ὕστατον, ἔξοχα γάρ μοι
Εἰλείθυια θεὰ πολέος ἐμέγηρε τόκοιο.
ὤ μοι ἐμῆς ἄτης· τὸ μὲν οὐδ' ὅσον οὐδ' ἐν ὀνείρῳ         290
ὠισάμην, εἰ Φρίξος ἐμοὶ κακὸν ἔσσετ' ἀλύξας.”

«Misera me, dovevo morire all'istante e obliare
gli affanni il giorno stesso in cui udii il re Pelia proferire
il triste comando! Allora, figlio adorato, seppellendomi
con le tue care mani m'avresti fatto l'ultimo dono
che mi attendevo da te, poiché ogni altro compenso
per le mie cure di madre l'ho ricevuto ormai da tempo!
Resterò nella casa vuota, abbandonata come una schiava,
io che in passato ero ammirata tra le donne achee;
e infelice mi consumerò nel rimpianto di te, grazie
al quale avevo prima splendidi onori, e per cui soltanto
sciolsi la cintura, per la prima e l'ultima volta, poiché
la dea Ilizia decisamente mi negò una prole numerosa.
Quale sciagura è la mia! Neppure in sogno avrei pensato
che la salvezza di Frisso m'avrebbe portato tanto dolore»

Tornando alla dettagliata narrazione pindarica relativa agli antefatti della spedizione possiamo osservare come il modo di reagire di questo Giasone sia ben lontano dal ritratto “antieroico” che Apollonio ha delineato nel suo poema. Ci troviamo di fronte, come già abbiamo detto (pp. 94-95), ad un eroe che con abile diplomazia intende recuperare un trono assegnato da Zeus ed ora detenuto da un usurpatore (v. 107 οὐ κατ' αἶσαν). Nel successivo dialogo in stile epico[141] fra Giasone e Pelia emerge, dunque, da parte del giovane la volontà di risolvere pacificamente la questione senza però rinunciare a ciò che gli spetta di diritto. La soluzione proposta è quella di riprendersi il trono e lasciare a Pelia il possesso di tutte le ricchezze e i beni materiali (vv. 138-156)[142]:

‘Παῖ Ποσειδᾶνος Πετραίου, 
ἐντὶ μὲν θνατῶν φρένες ὠκύτεραι
κέρδος αἰνῆσαι πρὸ δίκας δόλιον τρα-                         140
χεῖαν ἑρπόντων πρὸς ἔπιβδαν ὅμως
ἀλλ' ἐμὲ χρὴ καὶ σὲ θεμισσαμένους ὀρ-
γὰς ὑφαίνειν λοιπὸν ὄλβον.
εἰδότι τοι ἐρέω· μία βοῦς Κρηθεῖ τε μάτηρ
καὶ θρασυμήδεϊ Σαλμωνεῖ· τρίταισιν δ' ἐν γοναῖς
ἄμμες αὖ κείνων φυτευθέν-
τες σθένος ἀελίου χρύσεον
λεύσσομεν. Μοῖραι δ' ἀφίσταιντ', εἴ τις ἔχθρα πέλει   145
ὁμογόνοις αἰδῶ καλύψαι.
οὐ πρέπει νῷν χαλκοτόροις ξίφεσιν
οὐδ' ἀκόντεσσιν μεγάλαν προγόνων τι-
μὰν δάσασθαι. μῆλά τε γάρ τοι ἐγώ 
καὶ βοῶν ξανθὰς ἀγέλας ἀφίημ' ἀ-
γρούς τε πάντας, τοὺς ἀπούρας
ἁμετέρων τοκέων νέμεαι πλοῦτον πῐαίνων·            
κοὔ με πονεῖ τεὸν οἶκον ταῦτα πορσύνοντ' ἄγαν·
ἀλλὰ καὶ σκᾶπτον μόναρχον
καὶ θρόνος, ᾧ ποτε Κρηθεΐδας
ἐγκαθίζων ἱππόταις εὔθυνε λαοῖς δίκας – 
τὰ μὲν ἄνευ ξυνᾶς ἀνίας
λῦσον, ἄμμιν μή τι νεώτερον ἐξ αὐ-                            155
τῶν ἀναστάῃ κακόν.’

«Figlio di Poseidone Petreo,
le menti dei mortali sono pronte a lodare
più che la giustizia i subdoli guadagni
e vanno tuttavia verso un domani amaro;
ma dobbiamo io e te riconciliare
i nostri impulsi secondo giustizia
e tessere prosperità futura.
Parlo a chi sa:
la stessa giovenca fu madre
di Crèteo e dell'impavido Salmòneo;
e noi terza stirpe, generati da quelli
miriamo la forza dorata del sole.
S'allontanano le Moire
se fra coloro dello stesso sangue
c'è discordia che occulti il pudore.
Non s'addice a noi due dividere
con le spade di bronzo e le lance
il grande onore dei nostri antenati.
Io ti lascio le greggi e i fulvi armenti
dei buoi e tutti i campi che coltivi,
tolti ai miei genitori,
impinguando così la tua ricchezza;
non mi disturba che di questi beni
troppo s'accresca la tua casa,
ma quello scettro di monarca e il trono
sul quale, un tempo sedendo, il figlio di Crèteo
impartiva giustizia al suo popolo equestre;
tutto questo rendimi
senza alcuna molestia reciproca,
perché di qui tu non faccia sorgere
un nuovo male».

A queste proposte del giovane eroe Pelia, facendo uso della sua metis, risponde imponendo la prova della spedizione sulla base di uno scrupolo religioso sollecitato da un sogno[143]: recuperare il vello d'oro e riportare in patria le ossa di Frisso in modo che anche la sua anima possa ritornare in Grecia (vv. 156-167):

ὣς ἄρ' ἔειπεν, ἀκᾷ δ' ἀντ-
αγόρευσεν καὶ Πελίας· ‘Ἔσομαι
τοῖος· ἀλλ' ἤδη με γηραιὸν μέρος ἁλικίας
ἀμφιπολεῖ· σὸν δ' ἄνθος ἥβας ἄρτι κυ-
μαίνει· δύνασαι δ' ἀφελεῖν
μᾶνιν χθονίων. κέλεται γὰρ ἑὰν ψυχὰν κομίξαι
Φρίξος ἐλθόντας πρὸς Αἰήτα θαλάμους                      160 
δέρμα τε κριοῦ βαθύμαλλον ἄγειν,
τῷ ποτ' ἐκ πόντου σαώθη
ἔκ τε ματρυιᾶς ἀθέων βελέων.
ταῦτά μοι θαυμαστὸς ὄνειρος ἰὼν φω-
νεῖ. μεμάντευμαι δ' ἐπὶ Κασταλίᾳ,
εἰ μετάλλατόν τι· καὶ ὡς τάχος ὀτρύ-
νει με τεύχειν ναῒ πομπάν.
τοῦτον ἄεθλον ἑκὼν τέλεσον· καί τοι μοναρχεῖν        165
καὶ βασιλευέμεν ὄμνυμι προήσειν. καρτερός
ὅρκος ἄμμιν μάρτυς ἔστω
Ζεὺς γενέθλιος ἀμφοτέροις.’

Così disse e tranquillo rispose
anche Pelia: «Sarò come vuoi,
ma mi circonda ormai l'età senile,
e a te già ribolle
il fiore della tua giovinezza:
l'ira degli inferi tu puoi rimuovere.
Poiché Frisso c'impone
di richiamar la sua anima,
andando al palazzo di Eeta,
e prendere la pelle villosa dell'ariete
sul quale un giorno si salvò dal mare
e dagli ampi strali della matrigna.
Il sogno prodigioso questo è venuto a dirmi.
Chiesi all'oracolo della Castalia
se dovevo indagare: e m'impose
d'allestire: e m'impose
d'allestire al più al presto una nave all'impresa.
Compi tu, volentieri, questa prova
e giuro di cederti
il regno e il potere.
Ci sia testimone,
giuramento immutabile, Zeus
antenato di entrambi».

Vanno osservati due aspetti: in Apollonio non è previsto alcun recupero delle ossa di Frisso, bensì solo un sacrificio (II, 1194-1195). Inoltre, il passo contenuto nel proemio delle Argonautiche (I, vv. 15-17) rende esplicite le intenzioni di Pelia, celate in Pindaro dalla retorica e simili ad un vero e proprio atto di pietas[144] verso il defunto:

αἶψα δὲ τόνγ' ἐσιδὼν ἐφράσσατο, καί οἱ ἄεθλον   
ἔντυε ναυτιλίης πολυκηδέος, ὄφρ' ἐνὶ πόντῳ
ἠὲ καὶ ἀλλοδαποῖσι μετ' ἀνδράσι νόστον ὀλέσσῃ.

Appena lo vide, Pelia capì; e gl'impose la prova
di una durissima navigazione, affinché sul mare
o tra popoli sconosciuti perdesse la via del ritorno.

Subito dopo il discorso dell’usurpatore Pindaro inserisce la sezione del catalogo degli Argonauti, quasi a voler sottolineare l’immediata attuazione della richiesta di Pelia. Non si tratta di un elenco completo, dato che vengono ricordati solo 11 eroi[145] (vv. 168-187):

σύνθεσιν ταύταν ἐπαινήσαντες οἱ μὲν κρίθεν·
ἀτὰρ Ἰάσων αὐτὸς ἤδη
ὤρνυεν κάρυκας ἐόντα πλόον                                       170
φαινέμεν παντᾷ. τάχα δὲ Κρονίδαο
Ζηνὸς υἱοὶ τρεῖς ἀκαμαντομάχαι
ἦλθον Ἀλκμήνας θ' ἑλικογλεφάρου Λή-
δας τε, δοιοὶ δ' ὑψιχαῖται
ἀνέρες, Ἐννοσίδα γένος, αἰδεσθέντες ἀλκάν,
ἔκ τε Πύλου καὶ ἀπ' ἄκρας Ταινάρου· τῶν μὲν κλέος
ἐσλὸν Εὐφάμου τ' ἐκράνθη                                           175
σόν τε, Περικλύμεν' εὐρυβία.                           
ἐξ Ἀπόλλωνος δὲ φορμιγκτὰς ἀοιδᾶν πατήρ
ἔμολεν, εὐαίνητος Ὀρφεύς.
πέμψε δ' Ἑρμᾶς χρυσόραπις διδύμους υἱ-
οὺς ἐπ' ἄτρυτον πόνον,
τὸν μὲν Ἐχίονα, κεχλά-
δοντας ἥβᾳ, τὸν δ' Ἔρυτον. ταχέες
ἀμφὶ Παγγαίου θεμέθλοις ναιετάοντες ἔβαν,                180
καὶ γὰρ ἑκὼν θυμῷ γελανεῖ θᾶσσον ἔν-
τυνεν βασιλεὺς ἀνέμων
Ζήταν Κάλαΐν τε πατὴρ Βορέας, ἄνδρας πτεροῖσιν 
νῶτα πεφρίκοντας ἄμφω πορφυρέοις.
τὸν δὲ παμπειθῆ γλυκὺν ἡμιθέοι-
σιν πόθον̄ ἔνδαιεν Ἥρα
Θναὸς Ἀργοῦς, μή τινα λειπόμενον                              185
τὰν ἀκίνδυνον παρὰ ματρὶ μένειν αἰ-
ῶνα πέσσοντ', ἀλλ' ἐπὶ καὶ θανάτῳ
φάρμακον κάλλιστον ἑᾶς ἀρετᾶς ἅ-
λιξιν εὑρέσθαι σὺν ἄλλοις.

Concluso questo accordo,
si separarono; e Giasone stesso
in gran fretta incitava gli araldi
a rendere ovunque palese
che c'è la spedizione.
Subito vennero tre figli, indomiti in guerra,
del Crònide Zeus
e d'Alcmena dalle nere pupille e di Leda,
e da Pilo e dalle alture di Tènaro
i due eroi altochiomati
prole del dio Scuotitor della terra,
rispettosi del proprio valore.
Si  compì la loro nobile gloria,
d'Eufèmo e la tua, possente Periclìmeno.
E venne il citarista
padre dei canti per virtù d' Apollo
Orfeo molto lodato.
Ermes dalla verga d'oro
mandava due figli gemelli,
per questa prova infaticabile,
Echìone ed Erito turgidi di giovinezza.
E rapidi giunsero quelli
che abitavano ai piedi del Pangeo:
poiché volentieri con animo sereno
il re dei venti, Borea, il loro padre,
presto sollecitava Zete e Càlai,
eroi col brivido sul dorso
delle ali purpuree.
Era accendeva in questi semidei
un suadente dolce desiderio
della nave Argo perché nessuno
presso la madre restasse in disparte
a marcire lontana dai rischi della vita,
ma trovasse con gli altri coetanei,
anche a prezzo di morte,
il miglior elisir del suo valore.

Se si analizza accuratamente questo catalogo, si può osservare che Pindaro ha ricordato solo figli di dei. Questa scelta è pienamente funzionale al tema encomiastico dell'ode, dal momento che in tal modo Eufemo (capostipite di Arcesilao IV) viene collocato nel glorioso gruppo degli eroi greci che potevano vantare una discendenza divina.
Ma se l'ode pindarica non poteva contenere un elenco completo dei partecipanti all'impresa anche per motivi strettamente legati al genere letterario e ai tempi dell’esecuzione dell’epinicio, Apollonio, invece, memore del famoso Catalogo delle navi omerico (II, 484-760), aggiunge al catalogo pindarico gli altri 44 eroi mancanti, conferendo al lungo passo (I, vv. 23-227) una precisa impostazione geografica[146]. Diversità si trovano, oltre che nel numero dei partecipanti, anche nell'ordine di comparsa degli eroi, in quanto Apollonio apre il suo catalogo con Orfeo (si parte quindi dalla Tracia), un personaggio estremamente importante all'interno del poema, dal momento che rappresenta una sorta di proiezione mitica (vedi supra, pp.89-91) del ruolo stesso del poeta (vv. 23-34):

Πρῶτά νυν Ὀρφῆος μνησώμεθα, τόν ῥά ποτ' αὐτή
Καλλιόπη Θρήικι φατίζεται εὐνηθεῖσα
Οἰάγρῳ σκοπιῆς Πιμπληίδος ἄγχι τεκέσθαι.
αὐτὰρ τόνγ' ἐνέπουσιν ἀτειρέας οὔρεσι πέτρας
θέλξαι ἀοιδάων ἐνοπῇ ποταμῶν τε ῥέεθρα·
φηγοὶ δ' ἀγριάδες κείνης ἔτι σήματα μολπῆς
ἀκτῇ Θρηικίῃ Ζώνης ἔπι τηλεθόωσαι
ἑξείης στιχόωσιν ἐπήτριμοι, ἃς ὅγ' ἐπιπρό
θελγομένας φόρμιγγι κατήγαγε Πιερίηθεν.
Ὀρφέα μὲν δὴ τοῖον ἑῶν ἐπαρωγὸν ἀέθλων
Αἰσονίδης Χείρωνος ἐφημοσύνῃσι πιθήσας
δέξατο, Πιερίῃ Βιστωνίδι κοιρανέοντα· 

Primo fra tutti ricordiamo Orfeo, che la stessa Calliope
partorì, come raccontano, presso la cima Pimpleide
dopo essersi unita al tracio Eagro. Dicono
che egli affascinasse con la magia dei suoi canti i duri
macigni sui monti e le correnti dei fiumi. Restano
ancora oggi i segni di quel canto: le querce selvatiche
che avanzano con le loro chiome verdi in file serrate
sulla costa di Zone, sono quelle che lui stesso
fece scendere dalla Pieria, incantandole con la cetra;
un grande sostegno nell'impresa s'assicurò
l'Esonide, obbedendo ai consigli di Chirone;
l'aiuto di Orfeo, signore della Pieria Bistonide!
Nell’epinicio, invece, Orfeo è il sesto argonauta ricordato (vv. 176-177). La successione nell'ordine di apparizione[147] è la seguente: Eracle[148], Castore e Polluce, Eufemo, Periclìmeno, Orfeo, Echìone, Erito, Zete, Calai e Mopso. Prescindendo dalle differenze specifiche dei singoli Argonauti, va detto che secondo il poeta tebano la più profonda motivazione che sta dietro alla partecipazione all’impresa è quella sete arcaica di gloria e di immortalità del proprio nome (cfr. vv. 184-187):
Anche in alcuni passi del catalogo delle Argonautiche la gloria risulta essere una giustificazione valida a intraprendere una fatica così ardua. Introducendo l'argonauta Falero, Apollonio, ad esempio, ricorda, che, benché fosse figlio unico, fu inviato dal padre Alcone per distinguersi tra gli altri eroi (I, vv. 95-100):

Τοῖς δ' ἐπὶ Κεκροπίηθεν ἀρήιος ἤλυθε Βούτης,
παῖς ἀγαθοῦ Τελέοντος, ἐυμμελίης τε Φάληρος·
Ἄλκων μιν προέηκε πατὴρ ἑός· οὐ μὲν ἔτ' ἄλλους
γήραος υἷας ἔχεν βιότοιό τε κηδεμονῆας,
ἀλλά ἑ τηλύγετόν περ ὁμῶς καὶ μοῦνον ἐόντα
πέμπεν, ἵνα θρασέεσσι μεταπρέποι ἡρώεσσι.

Come loro vennero dalla Cecropia il bellicosa Bute,
figlio del valoroso Teleonte, e Falero della forte lancia,
che il padre Alcone inviò pur non avendo altri figlio
 a sostegno della sua vita e della sua vecchiaia:
lo mandò tuttavia, anche se era unico e molto amato,
affinché si distinguesse tra quegli eroi coraggiosi.

Lo stesso tipo di motivazione vale anche per Leda, che secondo Apollonio fece partecipare i figli Castore e Polluce all'impresa affinché conseguissero un destino degno del loro padre (I, vv. 146-150):

Καὶ μὴν Αἰτωλὶς κρατερὸν Πολυδεύκεα Λήδη
Κάστορά τ' ὠκυπόδων ὦρσεν δεδαημένον ἵππων
Σπάρτηθεν, τοὺς ἥγε δόμοις ἔνι Τυνδαρέοιο
τηλυγέτους ὠδῖνι μιῇ τέκεν· οὐδ' ἀπίθησεν
λισσομένοις, Ζηνὸς γὰρ ἐπάξια μήδετο λέκτρων.

Da Sparta l'Etolia Leda inviò il forte Polluce, e Castore
conduttore di veloci cavalli: con un solo parto li aveva
dati alla luce nella casa di Tindaro, figli amatissimi.
Esaudì le loro preghiere, poiché desiderava per loro
un destino degno della sua unione con Zeus.

Per quanto riguarda le fasi della partenza della nave, Pindaro e Apollonio presentano due resoconti diversi. Nell'ode pindarica è il profeta Mopso che fa imbarcare l'equipaggio, mentre Giasone, a poppa, innalza una solenne preghiera a Zeus in seguito alla quale il dio invia un tuono come segno di un buon auspicio (vv. 191-202):

Μόψος ἄμβασε στρατὸν πρόφρων· ἐπεὶ δ' ἐμβόλου
κρέμασαν ἀγκύρας ὕπερθεν,
χρυσέαν χείρεσσι λαβὼν φιάλαν
ἀρχὸς ἐν πρύμνᾳ πατέρ' Οὐρανιδᾶν ἐγ-
χεικέραυνον Ζῆνα, καὶ ὠκυπόρους
κυμάτων ῥιπὰς ἀνέμους τ' ἐκάλει νύ-                       195
κτας τε καὶ πόντου κελεύθους
ἄματά τ' εὔφρονα καὶ φιλίαν νόστοιο μοῖραν·
ἐκ νεφέων δέ οἱ ἀντά̄υσε βροντᾶς αἴσιον
φθέγμα· λαμπραὶ δ' ἦλθον ἀκτῖ-
νες στεροπᾶς ἀπορηγνύμεναι.
ἀμπνοὰν δ' ἥρωες ἔστασαν θεοῦ σάμασιν
πιθόμενοι· κάρυξε δ' αὐτοῖς                                      200
ἐμβαλεῖν κώπαισι τερασκόπος ἁδεί-
ας ἐνίπτων ἐλπίδας·
εἰρεσία δ' ὑπεχώ-
ρησεν ταχειᾶν ἐκ παλαμᾶν ἄκορος.

E l'indovino Mopso che traeva auspici
dagli uccelli e dalle sacre sorti
imbarcò la schiera con animo propizio;
poi che ebbero sospeso
di sopra al nostro le ancore,
presa nella mano un'aurea coppa
il capo, da poppa, invocava
il padre degli Uranidi, Zeus dall'asta di folgore,
e i rapidi flussi veloci delle onde
e i venti, le notti e le vie
del mare e i giorni sereni
e l'amato destino del ritorno;
a lui dalle nubi rispose
la voce augurale del tuono
e caddero fulgidi lampi
guizzanti dalla folgore.
Presero fiato gli eroi
fiduciosi nei segni del dio;
ordinò ad essi il profeta
di gettarsi sui remi, annunciando
dolci speranze;
e dalle rapidi mani seguiva
un remigare insaziabile.

Anche in Apollonio Giasone, in qualità di comandante della spedizione, innalza una preghiera, ma in questo caso la supplica è rivolta ad Apollo sulla spiaggia e durante i sacrifici propiziatori precedenti alla partenza (I, 411-424). Sempre prima dell'imbarco viene descritta una libagione collettiva a Zeus (I, vv. 516-518), mentre il compito vero e proprio di far imbarcare gli Argonauti è affidato al pilota Tifi (I, vv. 519 segg.):
Αὐτὰρ ὅτ' αἰγλήεσσα φαεινοῖς ὄμμασιν Ἠώς
Πηλίου αἰπεινὰς ἴδεν ἄκριας, ἐκ δ' ἀνέμοιο
εὔδιοι ἐκλύζοντο τινασσομένης ἁλὸς ἀκταί,
δὴ τότ' ἀνέγρετο Τῖφυς, ἄφαρ δ' ὀρόθυνεν ἑταίρους
βαινέμεναί τ' ἐπὶ νῆα καὶ ἀρτύνασθαι ἐρετμά.

Quando la fulgida Aurora posò i suoi occhi splendenti
sulle alte cime del Pelio, e si stagliarono nel sereno
i promontori battuti dalle acque mosse dal vento,
allora Tifi si destò, e subito spinse i compagni
a salire sulla nave e a preparare i remi.

E se in Pindaro la partenza era accompagnata da un presagio di Zeus, Apollonio parla di un grido dell'intero porto di Pagase e della stessa nave Argo, che conteneva una trave di legno proveniente da Dodona[149](I, vv. 524-527):

σμερδαλέον δὲ λιμὴν Παγασήιος ἠδὲ καὶ αὐτή
Πηλιὰς ἴαχεν Ἀργὼ ἐπισπέρχουσα νέεσθαι·
ἐν γάρ οἱ δόρυ θεῖον ἐλήλατο, τό ' ἀνὰ μέσσην
στεῖραν Ἀθηναίη Δωδωνίδος ἥρμοσε φηγοῦ.

Un grido altissimo levarono il porto di Pagase e la stessa Peliade
Argo, incitandoli a partire: in lei c'era infatti legno
divino, il tronco di una quercia di Dodona, che Atena
aveva posto come trave mediana della chiglia.

Terminata l'ampia sezione dedicata ai retroscena ed ai preparativi della partenza, Pindaro continua la narrazione del mito argonautico descrivendo il viaggio verso la Colchide. Rispetto alla precedente parte, tuttavia, viene riservata un'attenzione notevolmente minore[150] alla descrizione dell'itinerario nautico. Ciò che in Apollonio sarà narrato estesamente per quasi un libro e mezzo (seconda metà del I e libro II), nel poeta tebano viene condensato in pochissimi versi (203-211): si rievoca il passaggio delle Simplegadi (vv.208-211), mentre riguardo alla navigazione sul Ponto Eusino[151] non vengono forniti dettagli di alcun tipo. Significativa, invece, la menzione di un τέμενος a Poseidone sul Bosforo (v. 204):

σὺν Νότου δ' αὔραις ἐπ' Ἀξείνου στόμα πεμπόμενοι
ἤλυθον· ἔνθ' ἁγνὸν Ποσειδάωνος ἕς-
σαντ' ἐνναλίου τέμενος, 
φοίνισσα δὲ Θρηϊκίων ἀγέλα ταύρων ὑπᾶρχεν,     205
καὶ νεόκτιστον λίθων βωμοῖο θέναρ.
ἐς δὲ κίνδυνον βαθὺν ἰέμενοι
δεσπόταν λίσσοντο ναῶν,
συνδρόμων[152] κινηθμὸν ἀμαιμάκετον
ἐκφυγεῖν πετρᾶν. δίδυμαι γὰρ ἔσαν ζω-
αί, κυλινδέσκοντό τε κραιπνότεραι
ἢ βαρυγδούπων ἀνέμων στίχες· ἀλλ' ἤ-                 210
δη τελευτὰν κεῖνος αὐταῖς
ἡμιθέων πλόος ἄγαγεν.

Condotti dai soffi di Noto
giunsero alla bocca
del mare Inospitale;
qui posero un sacro sacello
a Poseidone marino:
v'era una mandria fulva di tori traci
e il cavo di un altare di pietra appena sorto.
Precipitando nel baratro del rischio
pregarono il sovrano delle navi
di fuggire l'indomito moto
delle rocce cozzanti. Erano vive e gemelle
e rotolavano più rapide
che le schiere dei venti strepitanti;
ma quel transito ormai di semidei
recò loro la morte.

La costruzione di un altare dedicato a Poseidone è evidentemente finalizzata a propiziarsi la divinità in un ambiente tanto ostile (cfr. v.207). Diversa è la tradizione seguita Apollonio Rodio, il quale (II, 531-532) racconta che gli Argonauti in un luogo imprecisato della costa asiatica (identificato dallo scolio ad. loc. con Hieron in Bitinia), edificarono un altare ai dodici dei:

Ἐκ δὲ τόθεν μακάρεσσι δυώδεκα δωμήσαντες
βωμὸν ἁλὸς ῥηγμῖνι πέρην καὶ ἐφ' ἱερὰ θέντες.

Infine, eretto un altare ai Dodici Beati sulla riva
di fronte e depostevi le offerte, salirono sulla nave.

Non è chiaro il motivo di questa scelta, ma sappiamo dallo scolio[153]al passo di Apollonio citato che secondo Timostene di Rodi (III a. C.) i figli di Frisso costruirono un più antico altare[154] ai dodici dei, mentre gli Argonauti furono gli artefici solo di un altare a Poseidone. Ad ogni modo, dopo il raggiungimento della Colchide, nella versione di Pindaro viene riportata una tradizione mitografica non altrimenti attestata di uno scontro fra greci e Colchi (vv.212-213):

ἐς Φᾶσιν δ' ἔπειτεν
ἤλυθον, ἔνθα κελαινώπεσσι Κόλχοισιν βίαν
μεῖξαν Αἰήτᾳ παρ' αὐτῷ.

Poi giunsero al Fasi
dove con forza s'appiccarono
coi Colchi dal nero volto
in presenza di Eeta.

Nessun altro cenno o particolare viene riferito in merito a questa vicenda, anche se dobbiamo pensare che sia stata stipulata qualche forma di accordo fra i due popoli. Pindaro passa subito al cuore della vicenda argonautica: l’intervento di Afrodite, la divinità che consente di ristabilire attraverso la figura di Medea la themis violata da Pelia. Come abbiamo già avuto modo di osservare nella prima parte del lavoro, l’inserimento della tematica erotica (che già apparteneva al nucleo del mito) non implica un abbassamento dello status dell’eroe[155] (vv. 213-223):

πότνια δ' ὀξυτάτων βελέων
ποικίλαν ἴϋγγα τετράκναμον Οὐλυμπόθεν
ἐν ἀλύτῳ ζεύξαισα κύκλῳ
μαινάδ' ὄρνιν Κυπρογένεια φέρεν
πρῶτον ἀνθρώποισι λιτάς τ' ἐπαοιδὰς
ἐκδιδάσκησεν σοφὸν Αἰσονίδαν·
ὄφρα Μηδείας τοκέων ἀφέλοιτ' αἰ-
δῶ, ποθεινὰ δ' Ἑλλὰς αὐτάν
ἐν φρασὶ καιομέναν[156] δονέοι μάστιγι Πειθοῦς.
καὶ τάχα πείρατ' ἀέθλων δείκνυεν πατρωΐων·        220
σὺν δ' ἐλαίῳ φαρμακώσαισ'
ἀντίτομα στερεᾶν ὀδυνᾶν
δῶκε χρίεσθαι. καταίνησάν τε κοινὸν γάμον
γλυκὺν ἐν ἀλλάλοισι μεῖξαι.

Ma la Sovrana dei dardi acutissimi,
Cipride, dall'Olimpo
aggiogò la torquilla variopinta
ai quattro raggi di una ruota indissolubile
e per la prima volta portò agli uomini
l'uccello del delirio e al saggio figlio d'Esone
insegnò le preghiere d'incantesimo
perché rapisse a Medea il rispetto
per i suoi genitori, e l'amore dell'Ellade
la scuotesse, infiammata nell'animo,
con la sferza di Pèito.
Ed essa gli indicò subito i mezzi
per compiere le prove che suo padre esigeva:
con olio mescolò erbe recise,
rimedi ai dolori durissimi
glieli diede perché se ne ungesse.
E convennero insieme d'unirsi
in un mutuo soave connubio.

La differenza sostanziale tra questa versione e quella del poeta ellenistico riguarda le modalità attraverso le quali prende vita la passione di Medea per Giasone. In Apollonio, infatti, è Eros stesso che, su richiesta di Afrodite[157] (III, 111-166) e allettato dalla promessa di un giocattolo magnifico come ricompensa[158] del favore concesso, fa innamorare Medea con una sua freccia (III, 275-298). Nella Pitica IV, invece, si fa riferimento ad incantesimo amoroso insegnato da Afrodite a Giasone che prevedeva l’utilizzo di un uccello[159] (lat. Jynx torquilla, it. Torcicollo). La cosa che ci sorprende, dunque, è constatare che, pur essendo Afrodite la causa prima del successivo agire di Medea, nell’epinicio pindarico Medea stessa diventa vittima (e strumento della metis di Giasone) di quegli incantesimi di cui lei stessa è maestra.
È significativo osservare che il passo pindarico, pur nella brevità della trattazione, presenta una situazione che sarà notevolmente approfondita nelle Argonautiche[160] e, ancora prima, nella Medea euripidea[161]. Mi riferisco ai vv. 218-219 che contengono in nuce uno degli aspetti più drammatici del dissidio interiore di Medea: il contrasto fra la passione per Giasone e il tradimento dei genitori e della patria. Pindaro non mostra comunque alcun interesse[162] per il dramma di Medea e passa direttamente[163] dalla scena dell'innamoramento all'aiuto offerto a Giasone tramite un filtro di erbe (vv. 220-223). Anche Apollonio parla di un φάρμακον[164], ma precisa che si tratta del succo ricavato dalla radice di una pianta nata dal sangue di Prometeo[165] e raccolto in una conchiglia del Caspio (vv. 843-866). Comune ai due autori, invece, sembra essere il legame tra la consegna del filtro magico e il tema erotico. Sia che si intendano i versi pindarici 222-223 nel senso di “unione sessuale” (Braswell) o di “promessa di matrimonio”[166], risulta evidente che per Pindaro l'aiuto di Medea prefigurerà una vera e propria unione dei due giovani. Ad ogni modo, nelle Argonautiche è precisato che la promessa di matrimonio fu scambiata una prima volta[167] dopo la consegna del filtro (III, 1120-1130), mentre la vera e propria unione fisica avverrà solo presso l'isola dei Feaci[168] (IV, 1141-1169).
Dopo la consegna del filtro a Giasone Pindaro passa subito a narrare per sommi tratti lo svolgimento della fatica imposta da Eeta. Diversamente da Apollonio (III, 413 segg.; 498 segg.; 1047 segg.; 1335-1404), non viene ricordata l'uccisione dei Terrigeni, i guerrieri nati dal campo arato da Giasone e seminato con i denti del drago Tebano, ma solo la fatica dell'aratro e il successivo incontro con il serpente custode del vello (vv. 224-246):

ἀλλ' ὅτ' Αἰήτας ἀδαμάντινον ἐν μές-
σοις ἄροτρον σκίμψατο
καὶ βόας, οἳ φλόγ' ἀπὸ ξαν-                                              225
θᾶν γεν<ύω>ν πν<έο>ν καιομένοιο πυρός, 
χαλκέαις δ' ὁπλαῖς ἀράσσεσκον χθόν'[169] ἀμειβόμενοι
τοὺς ἀγαγὼν ζεύγλᾳ πέλασσεν μοῦνος. ὀρ-
θὰς δ' αὔλακας ἐντανύσαις
ἤλαυν', ἀνὰ βωλακίας δ' ὀρόγυιαν σχίζε νῶτον
γᾶς. ἔειπεν δ' ὧδε· ‘Τοῦτ' ἔργον βασιλεύς,
ὅστις ἄρχει ναός, ἐμοὶ τελέσαις                                       230
ἄφθιτον στρωμνὰν ἀγέσθω,
κῶας[170] αἰγλᾶεν χρυσέῳ θυσάνῳ.’
ὣς ἄρ' αὐδάσαντος ἀπὸ κρόκεον ῥί-
ψαις Ἰάσων εἷμα[171] θεῷ πίσυνος
εἴχετ' ἔργου· πῦρ δέ νιν οὐκ ἐόλει παμ-
φαρμάκου ξείνας ἐφετμαῖς.
σπασσάμενος δ' ἄροτρον, βοέους δήσαις ἀνάγκᾳ
ἔντεσιν αὐχένας ἐμβάλλων τ' ἐριπλεύρῳ φυᾷ                 235
κέντρον αἰανὲς βιατὰς
ἐξεπόνησ' ἐπιτακτὸν ἀνήρ
μέτρον. ἴυξεν δ' ἀφωνήτῳ περ ἔμπας ἄχει
δύνασιν Αἰήτας ἀγασθείς[172].
πρὸς δ' ἑταῖροι καρτερὸν ἄνδρα φίλας
ὤρεγον χεῖρας, στεφάνοισί τέ νιν ποί-                             240
ας ἔρεπτον, μειλιχίοις τε λόγοις
ἀγαπάζοντ'. αὐτίκα δ' Ἀελίου θαυ-
μαστὸς υἱὸς δέρμα λαμπρόν
ἔννεπεν, ἔνθα νιν ἐκτάνυσαν Φρίξου μάχαιραι·
ἔλπετο δ' οὐκέτι οἱ κεῖνόν γε πράξασθαι πόνον.
κεῖτο γὰρ λόχμᾳ, δράκοντος
δ' εἴχετο λαβροτατᾶν γενύων,
ὃς πάχει μάκει τε πεντηκόντερον ναῦν κράτει,               245
τέλεσεν ἃν πλαγαὶ σιδάρου

Ma quando Eeta piantò nel mezzo
l'aratro d'acciaio coi buoi
che dalle fulve mascelle spiravano
fiamma di fuoco ardente
e con gli zoccoli di bronzo
a colpi alterni battevano il suolo,
da solo li condusse e li accostò al giogo.
Li spingeva tracciando solchi diritti
e il dorso della terra spaccava
in zolle di due braccia.
E disse:«Chiunque sia il re che governa la nave,
se questo lavoro mi compie,
porti via il mantello indistruttibile,
il vello lucente di fiocchi d'oro».
A queste parole, gettava la veste di croco,
Giasone, fiducioso nel dio, si mese al lavoro:
non lo turbava il fuoco, grazie agli ordini
della straniera esperta d'ogni farmaco,
ma, tirato l'aratro,
legate le nuche bovine
agli arnesi fatali,
e vibrando nei fianchi robusti
il pungolo molesto,
il forte eroe compì nella misura impostagli
la sua fatica. Urlò,
pur nel muto dolore,
Eeta ammirando la forza.
Al vigoroso eroe tendevano le mani
i compagni coprendolo
con serti d'erba e lo felicitavano
con parole soavi.
E subito il figlio mirabile d'Elio
indicò la fulgida pelle
dove il coltello di Frisso l'aveva distesa.
Sperava ch'egli mai potesse compiere
quella prova. Giaceva
in una forra e stretta la teneva
con l'avide mascelle un drago
che per larghezza e lunghezza era grande
più d'una nave di cinquanta remi,
costruita a colpi di ferro.

Nelle Argonautiche l'imposizione della fatica viene riportata tramite il discorso diretto del sovrano (III, 401-421):

“Ξεῖνε, τί κεν τὰ ἕκαστα διηνεκέως ἀγορεύοις;
εἰ γὰρ ἐτήτυμόν ἐστε θεῶν γένος, ἠὲ καὶ ἄλλως
οὐδὲν ἐμεῖο χέρηες ἐπ' ὀθνείοισιν ἔβητε,
δώσω τοι χρύσειον ἄγειν δέρος, ἤν κ' ἐθέλῃσθα,
πειρηθείς· ἐσθλοῖς γὰρ ἐπ' ἀνδράσιν οὔτι μεγαίρω
ὡς αὐτοὶ μυθεῖσθε τὸν Ἑλλάδι κοιρανέοντα.
πεῖρα δέ τοι μένεός τε καὶ ἀλκῆς ἔσσετ' ἄεθλος
τόν ῥ' αὐτὸς περίειμι χεροῖν, ὀλοόν περ ἐόντα.
δοιώ μοι πεδίον τὸ Ἀρήιον ἀμφινέμονται
ταύρω χαλκόποδε, στόματι φλόγα φυσιόωντε·               410
τοὺς ἐλάω ζεύξας στυφελὴν κατὰ νειὸν Ἄρηος
τετράγυον, τὴν αἶψα ταμὼν ἐπὶ τέλσον ἀρότρῳ,
οὐ σπόρον ὁλκοῖσιν Δηοῦς ἐνιβάλλομαι ἀκτήν
ἀλλ' ὄφιος δεινοῖο μεταλδήσκοντας ὀδόντας
ἀνδράσι τευχηστῇσι δέμας· τοὺς δ' αὖθι δαΐζων
κείρω ἐμῷ ὑπὸ δουρὶ περισταδὸν ἀντιόωντας.
ἠέριος ζεύγνυμι βόας καὶ δείελον ὥρην
παύομαι ἀμήτοιο. σὺ δ' εἰ τάδε τοῖα τελέσσεις,
αὐτῆμαρ τότε κῶας ἀποίσεαι εἰς βασιλῆος, 
πρὶν δέ κεν οὐ δοίην· μηδ' ἔλπεο, δὴ γὰρ ἀεικές            421
ἄνδρ' ἀγαθὸν γεγαῶτα κακωτέρῳ ἀνέρι εἶξαι.”

«Straniero, a che discorrere senza fine su ogni punto?
Se siete davvero di stirpe divina, o comunque
non inferiori a me – voi che aspirate ai beni altrui –,
ti darò il vello d'oro da portar via, se lo vorrai: basterà
superare una prova. Diversamente da quel re dell'Ellade
di cui mi dite, io non invidio gli uomini eroici! Forza
e valore saranno messi alla prova in una fatiche, che io
so compiere con le mie braccia, per quanto terribile.
Pascolano nella piana di Ares due miei tori: hanno i piedi
di bronzo, e dalla bocca soffiano fuoco; io li aggiogo
e li porto per il duro maggese di Ares, in un campo
di quattro iugeri. Alacremente fendo la terra con l'aratro
fino al vivagno, ma non getto nei solchi il seme
del grano di Demetra, bensì i denti di un drago terribile,
che germogliano in forma di guerrieri: essi m'assaltano
tutt'intorno, ma io li falcio e uccido con la mia lancia.
Di primo mattino attacco i buoi, e al crepuscolo termino
la mietitura. Se allo stesso modo tu farai tutto questo,
in quel medesimo giorno porterai il vello al tuo re.
Ma prima non sperare di averlo da me: sarebbe ignobile,
se un valoroso cedesse a chi è meno forte di lui.»

La cosa che salta immediatamente agli occhi è che nel resoconto pindarico Eeta non si limita ad imporre a parole la fatica, ma la esegue direttamente davanti ai greci, quasi a voler dissuadere lo straniero dall’intraprendere una impresa così pericolosa. Di fronte a questa sfida l’eroe non sembra provare alcuna esitazione, dal momento che Medea gli ha già garantito il proprio aiuto ed è convinto di poter contare sul sostegno divino (v.232 θεῷ πίσυνος). Nell’incontro/scontro fra Eeta e Giasone assistiamo, dunque, ad una replica del precedente incontro con Pelia con una fondamentale differenza: in quel caso la richiesta di Pelia era basata sull’inganno, mentre ora Eeta[173] si limita a nutrire la speranza che l’eroe non superi l’impresa (v.243).
Altro aspetto da mettere in evidenza: la consegna dei filtri magici viene collocata prima dell'imposizione della fatica da parte di Eeta[174]. Questa scelta deriva non solo dal fatto che la narrazione pindarica, come abbiamo già visto, è estremamente articolata e non legata ad un rigido rispetto della sequenza temporale degli eventi narrati. Anticipare il ricorso alla magia, infatti, significa far intendere che la fatica che verrà imposta dal sovrano a Giasone, per quanto ardua possa sembrare, sarà destinata al successo. Nelle Argonautiche, invece, il raccontare prima le terribili richieste di Eeta e, successivamente, l’intervento di Medea permette al poeta ellenistico di far convergere il punto di vista del lettore con quello di Giasone e dei suoi compagni. Si crea così un senso di angoscia e suspense che nella Pitica IV sarebbe stata fuori luogo, dal momento che la focalizzazione di Pindaro era sull’attuarsi di una volontà superiore. Senza l’aiuto della fanciulla della Colchide, pertanto, la richiesta di Eeta sembra “senza fine” (v.502 ἀνήνυτος); una vera e propria “sciagura senza rimedio” (v.504 ἄτῃ ἀμηχανίῃ) accolta dal silenzio degli eroi (v. 503 ἄναυδοι). Quanto a Giasone la reazione non è molto diversa (vv.422-423): fissa gli occhi a terra; rimane muto (ἄφθογγος) ed in preda ad un senso di impotenza (ἀμηχανέων κακότητι).
Passiamo alla conquista del vello d'oro[175]. Anche questa ultima azione si configura come una vera e propria impresa[176], dal momento che il vello era custodito in un bosco sacro ad Ares da un mostruoso serpente grande, almeno stando a quanto Pindaro riferisce, più di una pentecontera[177] (vv. 244-246). Ma anche in questo caso Giasone è destinato a conseguire il successo grazie all'immancabile aiuto di una Medea innamorata (vv. 249-251):

κτεῖνε μὲν γλαυκῶπα τέχναις ποικιλόνωτον ὄφιν,
<ὦ Ἀ>ρκεσίλα, κλέψεν τε Μήδειαν σὺν αὐ-
τᾷ, τὰν Πελιαοφόνον·

Il serpente dagli occhi glauchi, dal dorso maculato,
o Arcesilao, con l'inganno egli uccise,
e con l'assenso di lei rapì Medea,
l'assassina di Pelia.

Si badi bene: non è Medea che uccide il serpente, ma Giasone. La fonte di questa versione, documentata anche da una testimonianza vascolare[178], potrebbe essere Ferecide (FgrHist 3 F 31). Anche in questo dettaglio il poeta tebano e le Argonautiche non concordano, dato che Apollonio, oltre a dare ampio risalto agli elementi soprannaturali e all'orrore suscitato dalla creatura (anche sullo stesso Giasone[179]), sembra dipendere da Antimaco (fr. 14 Gentili-Prato), secondo il quale Medea si sarebbe limitata a far addormentare[180] il serpente, consentendo a Giasone di impossessarsi finalmente del vello (IV, 145-166):

τοῖο δ' ἑλισσομένοιο κατ' ὄμματος εἴσατο κούρη,
Ὕπνον ἀοσσητῆρα, θεῶν ὕπατον, καλέουσα
ἡδείῃ ἐνοπῇ, θέλξαι τέρας, αὖε δ' ἄνασσαν
νυκτιπόλον, χθονίην, εὐαντέα δοῦναι ἐφορμήν.
εἵπετο δ' Αἰσονίδης, πεφοβημένος· αὐτὰρ ὅγ' ἤδη 
οἴμῃ θελγόμενος δολιχὴν ἀνελύετ' ἄκανθαν                    150
γηγενέος σπείρης, μήκυνε δὲ μυρία κύκλα,
οἷον ὅτε βληχροῖσι κυλινδόμενον πελάγεσσιν
κῦμα μέλαν κωφόν τε καὶ ἄβρομον· ἀλλὰ καὶ ἔμπης
ὑψοῦ σμερδαλέην κεφαλὴν μενέαινεν ἀείρας
ἀμφοτέρους ὀλοῇσι περιπτύξαι γενύεσσιν.
ἡ δέ μιν ἀρκεύθοιο νέον τετμηότι θαλλῷ,
βάπτουσ' ἐκ κυκεῶνος, ἀκήρατα φάρμακ' ἀοιδαῖς
ῥαῖνε κατ' ὀφθαλμῶν, περί τ' ἀμφί τε νήριτος ὀδμή
φαρμάκου ὕπνον ἔβαλλε· γένυν δ' αὐτῇ ἐνὶ χώρῃ
θῆκεν ἐρεισάμενος, τὰ δ' ἀπείρονα πολλὸν ὀπίσσω       160
κύκλα πολυπρέμνοιο διὲξ ὕλης τετάνυστο.
ἔνθα δ' ὁ μὲν χρύσειον ἀπὸ δρυὸς αἴνυτο κῶας,
κούρης κεκλομένης, ἡ δ' ἔμπεδον ἑστηυῖα
φαρμάκῳ ἔψηχεν θηρὸς κάρη, εἰσόκε δή μιν
αὐτὸς ἑὴν ἐπὶ νῆα παλιντροπάασθαι Ἰήσων
ἤνωγεν· λεῖπον δὲ πολύσκιον ἄλσος Ἄρηος.

Ma la ragazza si spinse
tra i cerchi in movimento fino agli occhi: invocò
con dolci formule il Sonno, grandissimo dio, affinché
incantasse il mostro, e a gran voce pregò la Notturna
Sovrana Infernale, affinché benevola le desse la vittoria.
L'Esonide la seguiva terrorizzato; ma ormai il serpente,
catturato dall'incantesimo, rilasciava la spina lunghissima
e le gigantesche volute, spianando gli innumerevoli anelli,
come un'onda nera che senza rumore e senza forza
rotola sulle acque del mare in bonaccia; ma ancora
alzava la testa orripilante, e voleva stritolare
ambedue con le mascelle micidiali. Allora Medea
imbrattò coi filtri un ramoscello di ginepro appena
strappato, e cosparse gli occhi del mostro con droghe
efficaci, recitando le parole magiche: tutt'intorno
l'odore acuto del farmaco diffuse il sonno. La bocca
del mostro s'abbatté a terra lì sul posto, e le infauste
spire si distesero all'indietro tra i fitti alberi del bosco,
per lunghissimo tratto. Ad un cenno della ragazza
Giasone staccò il vello dalla quercia, mentre lei senza
un tremito cospargeva di droga la testa del serpente,
finché Giasone non ordinò di far ritorno alla nave:
così lasciarono la fitta ombra del bosco di Ares.

Se Pindaro, dunque, sceglie di mettere in primo piano la figura di Giasone (e di riflesso quella di Arcesilao) ridimensionando in tal modo l’intervento della maga della Colchide, Apollonio invece opera in direzione esattamente contraria. Con la conquista del vello d'oro Pindaro si avvia alla conclusione della digressione dedicata al mito argonautico. Giasone rapisce, dunque, la fanciulla con il suo consenso (v.250 κλέψεν τε Μήδειαν σὺν αὐτᾷ), scatenando ‒ come racconta estesamente Apollonio nel quarto libro ‒ l’ira del padre e l’intervento dei Colchi. La notizia del rapimento, per così dire, “volontario” di Medea sembra essere attestata anche in un passo dell’Olimpica XIII (v.53) da cui appare chiaro che essa agì con l’intento di procurarsi un matrimonio. La piena coscienza del proprio gesto è ribadita anche nella tragedia euripidea (vv. 483 segg. e 503), dove la protagonista mette sotto accusa Giasone, colpevole di aver tradito i giuramenti e di non essere stato riconoscente nei confronti dell’aiuto ricevuto per il superamento delle fatiche imposte da Eeta. A queste accuse Giasone replica affermando che l’agire di Medea non sarebbe stato il risultato di una libera scelta, ma l’attuazione della volontà di Afrodite (vv.526-531). Senza estendere troppo oltre il discorso, diciamo che anche Apollonio affronta questa problematica sulla base però di una opposizione fra passione e paura della reazione del padre in seguito all’aiuto recato allo straniero. Il proemio del quarto libro del poema, infatti, si apre con una solenne invocazione alla Musa seguita dall’interrogativo sulle cause della fuga. Non è questa la sede per trattare dettagliatamente questo problema, ma sia sufficiente far notare che la presunta contrapposizione paura/amore non deve indurre a ipotizzare la mancanza di unità del carattere della donna (la fanciulla innamorata e la figlia terrorizzata dalla vendetta paterna). Come osserva Borgogno[181] «Medea è sempre la stessa, ossia una donna intelligente e fornita di incredibili risorse grazie alle sue conoscenze nel campo della magia: ma nel libro III appare aggredita e vinta da un improvviso e terribile male, un’alienazione destinata ad eclissarsi rapidamente per lasciar posto a una catena irreversibile di tragiche conseguenze». Dopo il rapimento di Medea Pindaro delinea molto rapidamente[182] le tappe del viaggio di ritorno degli Argonauti (vv. 251-254), argomento che a livello di struttura narrativa è strettamente legato alla tematica della fondazione della colonia libica:

ἔν τ' Ὠκεανοῦ πελάγεσσι μίγεν πόντῳ τ' ἐρυθρῷ
Λαμνιᾶν τ' ἔθνει γυναικῶν ἀνδροφόνων·
ἔνθα καὶ γυίων ἀέθλοις ἐπεδεί-
ξαντο κρίσιν ἐσθᾶτος ἀμφίς,
καὶ συνεύνασθεν.

Si mescolarono alle plaghe d'Oceano[183]
al mare Rosso
e alle donne omicide di Lemno:
dove dettero prova delle membra
nelle gare il cui premio era una veste,
e giacquero con quelle.

Questa tematica del nostos abbraccia quasi interamente il quarto libro del poema e comprende, nella rielaborazione ellenistica, tra le varie tappe seguite dagli eroi, proprio una “moderna” rivisitazione del viaggio di Odisseo verso Itaca[184]. Rispetto alla tradizione seguita da Pindaro[185], sussiste una fondamentale differenza: secondo il poeta tebano, infatti, l'incontro tra gli Argonauti e le donne di Lemno avvenne in occasione del viaggio di ritorno e non, come leggiamo nelle Argonautiche (I, 608 segg.), durante l’andata. In effetti, la versione testimoniata da Apollonio appare più verosimile da un punto di vista geografico[186], dal momento che l'isola di Lemno è geograficamente (Egeo settentrionale) fuori mano rispetto alla rotta che dalla Libia conduce a Pagase. Premettendo che l’itinerario nautico riportato da Pindaro sembra avere dei riscontri in alcune testimonianze vascolari[187], si può ipotizzare che la scelta del poeta tebano, oltre che derivare da antiche tradizioni mitografiche, dipenda da motivi strettamente strutturali. La menzione dell'episodio di Lemno a questo punto della narrazione si attacca direttamente[188] alla successiva sezione dedicata al tema delle origini della colonia di Cirene secondo il procedimento tanto caro a Pindaro della Ringkomposition [189].




[1]Il lavoro è diviso in due parti: nella prima parte vengono affrontate alcune questioni di poetica pindarica/alessandrina mettendo in luce quei tratti che accomunano e distinguono in maniera significativa le due opere. Nella seconda parte, invece, viene seguita la narrazione del mito argonautico in Pindaro e nei passi paralleli di Apollonio. Tutte le traduzioni della Pitica IV sono di Gentili (per il riferimento cfr. nota 4), mentre quelle di Apollonio Rodio sono di Borgogno (cfr. Apollonio Rodio, Le Argonautiche, a cura di A. Borgogno, Milano 2003¹). Il testo critico che ho seguito per Apollonio è quello stabilito da Fränkel (Apollonii Rhodii Argonautica recognovit brevique adnotatione critica instruxit H. Fränkel, Oxonii 1961), mentre per Pindaro quello di Snell e Maehler (Pindari carmina cum fragmentis, 2 voll., Leipzig 1975-1980).
[2]All’interno del panorama dei miti e delle leggende del popolo greco la saga degli Argonauti doveva essere piuttosto conosciuta, se Omero nell’Odissea (XII, 69-70), in riferimento alla nave Argo e all’attraversamento delle Simplegadi, usa l’espressione πασιμέλουσα (“famosa” o “che sta a cuore a tutti”). Altri riferimenti a questa saga (forse una proiezione mitica delle prime imprese coloniali greche sul mar Nero) sono presenti nella Teogonia di Esiodo (vv. 993-1002), mentre, fra i lirici, Mimnermo parlò della conquista del vello, Ibico poneva Medea nei Campi Elisi insieme allo sposo Achille, Simonide in un Inno a Poseidone perduto menzionava il vello d’oro, mentre il poeta Eumelo di Corinto nei suoi perduti Corinthiaca e gli anonimi Naupactica, di cui possediamo solo pochi frammenti, parlavano dell’impresa degli Argonauti (non sappiamo però né quanto estesamente né in che misura questi testi abbiano influito su Apollonio). Sul tema del mito degli Argonauti prima di Apollonio Rodio cfr. G. Boselli, Il mito degli Argonauti nella poesia greca prima d’Apollonio Rodio, in «Rivista di Storia Antica», 8 (1904), pp. 518-528; 9, 1905, pp. 131-144, 278-295; 393-412 ed il recente contributo di M.L. West, Odyssey and Argonautica, in «CQ» 55 (2005), pp. 39-64.
[3]La Pitica IV è l’ode pindarica più estesa fra quelle conservate: 299 versi in tredici triadi. Di questi, il mito argonautico occupa i vv. 70-262. L’occasione dello svolgimento di tale mito è rappresentata dalla vittoria col carro, a Delfi, di Arcesilao IV di Cirene (462 a. C.), discendente del fondatore di Cirene Batto e ultimo sovrano della dinastia dei Battiadi.
[4]Per un puntuale commento al carme cfr. B. K. Braswell, A commentary on the Fourth Pythian Ode of Pindar, Berlin 1988 e Pindaro, Le Pitiche, a cura di B. Gentili, P. Angeli Bernardini, E. Cingano, P. Giannini, Milano 1995, pp. 103-157 e 427-510.
[5]Ad Arcesilao IV è dedicata anche la Pitica V. Si aggiunga che il sovrano ottenne la vittoria, sempre nello stesso tipo di competizione, anche ad Olimpia nel 460 a. C..
[6]Va detto, da subito, che il componimento non è propriamente un epinicio (diversamente dalla Pitica V), dal momento che il riferimento all’agone è solo accennato (vv. 66-67). Si pensa che l'ode (un carme citarodico) sia stata eseguita alla corte del sovrano dopo la Pitica V. Ad ogni modo, le ragioni della presenza così ingombrante del mito hanno suscitato molteplici discussioni e, di conseguenza, diverse interpretazioni che si possono ricondurre a tre filoni interpretativi principali: 1) encomio della dinastia dei Battiadi 2) valore esemplare del mito: Giasone e Pelia che giungono ad un accordo pacifico senza ricorrere alle armi 3) intento politico rivolto a legittimare il potere del sovrano. In realtà, poiché da una analisi complessiva dell’opera di Pindaro emerge che le odi sono animate da diversi intenti, il voler ricercare un unico motivo ispiratore è un’operazione che riduce la possibilità di cogliere la complessità e le diverse sfumature del testo. Per un esame dettagliato delle interpretazioni dell’ode e sul suo significato rimando a P. Giannini, Interpretazione della Pitica 4 di Pindaro, in «QUCC», 2 (1979), pp. 35-63.
[7]Sulla storia della tradizione di Pindaro durante l’età ellenistica cfr. Le Pitiche, op. cit., pp. LXXIV-LXXXII e il recente contributo M. Negri, Pindaro ad Alessandria, Brescia 2004. Basti solo ricordare che il lavoro filologico sul testo di Pindaro dovette cominciare con Zenodoto, il quale curò una διόρθωσις (o recensio) dei carmi. Dopo di lui i lavori proseguirono con Aristofane, Aristarco e, soprattutto, Didimo. All'età degli Antonini risale, probabilmente, la scelta canonica dei quattro libri degli Epinici.
[8]Diverso sarà il caso della riscrittura latina di Valerio Flacco. Il poeta latino, come si ricava già a partire dal proemio (vv. 7-21), dedica l'opera a Vespasiano, ricollegando in tal mondo l'antico mito della navigazione della nave Argo alle imprese dell'imperatore (il consolidamento della Britannia a partire dal 77 d. C. grazie ad Agricola).
[9]Per quanto riguarda le Argonautiche all’interno del contesto culturale tolemaico cfr. R.L. Hunter, The Argonautica of Apollonius. Literary Studies, Cambridge 1993, pp. 152-169. Deve essere osservato che quelle pubbliche letture di fronte ad un pubblico certamente ristretto hanno rappresentato per un certo periodo non solo una importante modalità per la trasmissione del poema, ma hanno anche permesso un fecondo incontro tra i vari letterati della corte tolemaica. Questo fatto ha determinato serie difficoltà nell’analisi delle opere dei poeti alessandrini, dato che, mancando dati cronologici sicuri, non ci è possibile fare completamente luce sui nessi intertestuali.
[10]La netta cesura che separa il poeta arcaico dal letterato alessandrino, per quanto concerne l'uso della scrittura e di tutte le potenzialità che esso comporta, è ben evidente nel prologo degli Aitia callimachei (fr. 1, vv. 21-24) in cui il poeta ci descrive la sua iniziazione alla poesia caratterizzata dall'uso della tavoletta scrittoria (δέλτον). Un altro significativo riscontro si ritrova nella famosa Elegia della vecchiaia (fr. 118) di Posidippo (vv. 6; 17-18 ) e nella Batracomiomachia (v. 3).
[11]Le due vie privilegiate per la propaganda letteraria della corte dei Tolomei sono rappresentate dall’epica encomiastica e, soprattutto, dalla storiografia (tutte opere perdute). Cfr. S. Barbantani, Fàtis nikeforos. Frammenti di elegia encomiastica nell'età delle guerre galatiche: supplementum hellenisticum 958 e 969, Milano 2001, pp. 33-34.
[12]Aitia, fr. 110.
[13]Ma va ricordato anche l’encomio a Ierone II di Siracusa (Idillio XVI). Sul ruolo di Teocrito come poeta di corte cfr. F.T. Griffiths, Theocritus at Court, Leiden 1979.
[14]I più celebri sono quello per Berenice II (vincitrice col carro alle Nemee) in apertura dei libri III-IV degli Aitia, quello per il cortigiano Sosibio (Aitia, fr. 384) e per Policle (Giambo VIII). Berenice II partecipò alle Olimpiadi e conseguì la vittoria nella corsa col carro in occasione delle Nemee.
[15]Cfr. P. Legrand, Pourquoi furent composés les Hymnes de Callimaque?, in «REA» 3 (1901), pp. 281-312; G. Pasquali, Quaestiones Callimacheae, Gottingae 1913, pp. 148-157.
[16]Cfr. P. Angeli Bernardini, Esaltazione e critica dell'atletismo nella poesia greca dal VII al V sec a. C: storia di un'ideologia, in «Stadion», 6 (1980), pp. 81-11 e La storia dell'epinicio: aspetti socio-economici, in «SIFC», 10 (1992), pp. 965-979. È comunque degno di menzione l’epinicio dedicato ad Alcibiade da Euripide in occasione della sua vittoria con la quadriga, ad Olimpia, nel 416.
[17] Cfr. Le Pitiche, op. cit., pp. XXI-XXII. Cfr, anche infra, p. 83.
[18]Si è soliti distinguere nell'epinicio pindarico tre elementi fondamentali: il piano sintagmatico, il piano paradigmatico e quello pragmatico. Per un chiarimento di questi tre aspetti rimando a Pindaro, Olimpiche, a cura di F. Ferrari, Milano 1998, pp. 17-18.
[19]Diversamente da Bacchilide: cfr. B. Gentili, C. Catenacci, Polimnia, Poesia greca arcaica, Firenze 2007, pp. 340-341 e B. Snell, La cultura greca e le origini del pensiero europeo, trad. it., Torino 1963, pp. 134-135.
[20]Cfr. H. Fränkel, Poesia e filosofia della Grecia arcaica, trad. it., Bologna 1997, p.701. Si tratta di una pratica che ha, forse, la più autorevole e famosa espressione nell'Eneide di Virgilio, dove spesso non solo alle vicende di Enea vengono accostate le gesta dei futuri generali romani (operando così uno sfasamento temporale che oltrepassa i limiti narrativi stessi dell'opera), ma anche i luoghi vengono presentati nei loro diversi aspetti nell'arco del tempo (la Roma primitiva e quella augustea).
[21]Nel componimento è rintracciabile una precisa finalità politica (vv. 281 segg.). Il poeta, infatti, si appella all'umanità del sovrano per far ritornare da Tebe a Cirene l'esule ribelle Demofilo, colpevole, a quanto sembra, di aver complottato contro Arcesilao. Cfr. Braswell, op. cit., pp. 1-5; Le Pitiche, op. cit., pp. 106 segg. e P. Giannini, op. cit., pp. 39-48. Per quanto riguarda, in generale, l’ode pindarica come espressione non solo dell’elogio di un vincitore, ma anche come riflesso di finalità politiche cfr. E. Cingano, Problemi di critica pindarica, in «QUCC», 2 (1979), pp. 169-182.
[22]La colonia fu fondata intorno al 631 a. C. da Dori provenienti da Thera (odierna Santorini). Attualmente i resti della colonia, che conservano testimonianze archeologiche appartenenti alle diverse fasi storiche dalla città (greca e romana), si trovano nella Libia orientale presso la città di Shahhat. Il sito archeologico, comprendente tra i tanti monumenti il santuario di Apollo e il tempio di Zeus, è stato qualificato dall'UNESCO come patrimonio dell'umanità.
[23]Erodoto precisa che si tratta di una tradizione degli abitanti di Thera (IV, 150, 2 segg.): «μοῦνοι Θηραῖοι ὧδε γενέσθαι λέγουσι. Γρῖννος ὁ Αἰσανίου, ἐὼν Θήρα τούτου ἀπόγονος καὶ βασιλεύων Θήρης τῆς νήσου,ἀπίκετο ἐς Δελφοὺς ἄγων ἀπὸ τῆς πόλιος ἑκατόμβην· εἵποντο δέ οἱ καὶ ἄλλοι τῶν πολιητέων καὶ δὴ καὶ Βάττος ὁ Πολυμνήστου, ἐὼν γένος Εὐφημίδης τῶν Μινυέων». Va ricordato che Thera secondo Erodoto fu colonizzata da spartani e da quei profughi di Lemno (fra i quali Batto) che si consideravano discendenti dei Minii (nome che propriamente indica i discendenti di Minia, re fondatore di Orcomeno e, per estensione gli Argonauti).
[24]In Erodoto l'oracolo suona così (IV, 155, 15): «Βάττ', ἐπὶ φωνὴν ἦλθες· ἄναξ δέ σε Φοῖβος Ἀπόλλων ἐς Λιβύην πέμπει μηλοτρόφον οἰκιστῆρα». Nelle parole dell'oracolo, secondo lo storico, si celerebbe, però, non solo il riferimento alla fondazione della nuova città, ma anche all'assunzione del titolo regale. Batto, infatti, che in lingua greca indicherebbe il “balbuziente”, nella lingua libica, invece, significa “re”: «ὥσπερ εἰ εἴποι Ἑλλάδι γλώσσῃ χρεωμένη· «Ὦ βασιλεῦ, ἐπὶ φωνὴν ἦλθες.» Ὁ δ' ἀμείβετο τοῖσδε·«Ὦναξ, ἐγὼ μὲν ἦλθον παρὰ σὲ χρησόμενος περὶ τῆς φωνῆς, σὺ δέ μοι ἄλλα ἀδύνατα χρᾷς, κελεύων Λιβύην ἀποικίζειν· τέῳ δυνάμι, κοίῃ χειρί;».
[25]Segnalo, in particolare, quello ai vv. 247-248 che interrompe vistosamente la narrazione del mito argonautico.
[26]Cfr. R. Pretagostini, Cirene nella poesia greca fino al primo ellenismo (e in Erodoto), in «SemRom» 7 (2004), pp. 51-64. Per una analisi del tema della fondazione della colonia all’interno della poesia e della storiografia sono fondamentali le pagine di C. Calame, Mito e storia nell’antichità greca, Bari 1999, pp. 75-217.
[27]Figlia di Magas, re di Cirene, e di Apama, figlia di Antioco I. Nacque intorno al 267 a.C. e sposò Tolomeo III nel 247 a.C. Famosa per l’episodio cantato da Callimaco della ciocca di capelli trasformata in costellazione (La chioma di Berenice), vinse alle Nemee verso il 243 a.C. e partecipò anche alle Olimpiadi. Fu uccisa dal figlio Tolomeo IV alla morte del marito (221 a.C.) per motivi di successione.
[28]Cfr. Strabone (XVII, 3, 21), l'epigramma XXXV e l'Inno ad Apollo callimachei (vv. 65-68). Su questo dato Lehnus si è espresso in maniera piuttosto prudente facendo notare che potrebbe trattarsi di un “nome d’arte”. Cfr. L. Lehnus, Callimaco tra la polis e il regno, in «Lo spazio letterario della Grecia antica» Vol. I, tomo II, Roma 1993, pp. 76-77.
[29]I punti di contatto più significativi tra l’Inno ad Apollo e la Pitica V consistono, oltre che nella rievocazione della fondazione di Cirene, nelle lodi del dio (Callimaco, vv. 42-46; Pindaro, vv. 63-69) e nel preciso riferimento ad Apollo Carneo (Callimaco, vv. 71-73; Pindaro, v. 80).
[30]Per ulteriori allusioni di Callimaco a Cirene cfr. L. Lehnus, Antichità cirenaiche in Callimaco, in «Eikasmos» 5 (1994), pp. 189-207.
[31]Trad. it. di G.B. D’Alessio.
[32]Secondo uno scolio alla Pitica IX (schol. ad Pyth. IX 6a) la fonte del mito deriverebbe dal Catalogo delle donne esiodeo (fr. 215 M-W). Cfr. A. Debiasi, Esiodo e l’occidente, Roma 2008, pp. 105-111.
[33]Una analisi dettagliata del mito si trova nel già citato saggio di Calame (pp. 132-156).
[34]Anche nella Pitica IX (vv. 59-66) si parla del dio-pastore Aristeo.
[35]Si pensa (Bulloch) che l’Inno ad Apollo sia stato composto contemporaneamente all’edizione definitiva degli Aitia (246 a. C. o non molto tempo dopo). Il terminus post quem (246 a.C.) per la datazione degli Aitia (che si concludono con il celebre aition della “Chioma di Berenice”) è lo scoppio della guerra siriaca (246 a.C.-241 a.C.), che costrinse il re Tolomeo III (appena salito al trono) a lasciare l’Egitto per combattere contro Antioco II, mentre la data comunemente accettata per la pubblicazione definitiva delle Argonautiche sembra essere posteriore al 246 a.C..
[36]Del resto, che il grande poeta ellenistico nutrisse un interesse per le fondazioni di città è testimoniato dal fatto che tra le sue opere è annoverata una raccolta di poesie in esametri (Fondazioni) dedicate ad alcune città (Alessandria, Naucrati, Cauno), mentre nel Canopo veniva messo in relazione il mitico eroe eponimo (il pilota di Menelao) alla città egiziana.
[37]Lo studio fondamentale in lingua italiana è quello di M. Fusillo, Il tempo delle Argonautiche, Roma 1985. Si veda anche il più recente lavoro di Rengakos: Tempo e narrazione nelle Argonautiche di Apollonio Rodio, in “L'officina ellenistica: poesia dotta e popolare in Grecia e a Roma” a cura di L. Belloni, L. de Finis, Gabriella Moretti, Trento 2003, pp. 1-15.
[38]Cfr. A.W. Bulloch, The Future of Hellenistic Illusion. Some Observation on Callimachus and Religion, in «MH» 41 (1984), p. 214.
[39]Cfr. M.Valverde Sànchez, El aition en las Argonauticas de Apolonio de Rodas. Estudio Literario, Univ. de Murcia, 1989.
[40]Su questo argomento la bibliografia è sterminata. Mi limito a segnalare: B. Gentili, Poesia e pubblico nella Grecia antica, Roma-Bari 1983; G. Nieddu, Alfabetizzazione e uso della scrittura in Grecia nel VI e V sec. a. C., in “Oralità, Cultura, Letteratura, Discorso, Atti del Convegno Internazionale” (Urbino 21-25 luglio 1980), p. 97 ed il classico E.A. Havelock, Cultura orale e civiltà della scrittura, Roma-Bari 1973.
[41]È senza dubbio indiscutibile il fatto che certi passi oscuri per il moderno studioso/lettore all’epoca di Pindaro dovevano essere chiari (almeno al diretto destinatario dell’epincio). Su questa precisazione cfr. Cingano, op. cit., pp. 174-176.
[42]Va precisato che la performance di un epinicio pindarico prevedeva un uditorio, che poteva essere rappresentato dalle persone conventute agli agoni o (nel caso di feste cittadine) dal popolo stesso, e un committente rappresentato spesso da un aristocratico o da un tiranno.
[43]Cfr. L. Lehnus, Pindaro. Olimpiche, Milano 1981, p. XVII.
[44]Su questo passo vedi anche infra, p. 94.
[45] In quanto, come sottolinea Fränkel (1997, p. 695), «un mito, non importa quale, rappresenta il passato leggendario nel quale sono conservati i modelli di ogni evento».
[46]Per avere un orientamento ampio e completo sulla nascita della filologia alessandrina si veda R. Pfeiffer, Storia della filologia classica, (vol. I) trad. it., Napoli 1973.
[47]A tal proposito, è assai celebre la presunta polemica (destinata a influenzare pesantemente la storia della moderna critica/ricezione delle Argonautiche) tra Callimaco e Apollonio Rodio contenuta nella biografia Suda del poeta di Cirene. Ma una notevole atmosfera litigiosa tra i vari filologi alessandrini si riscontra frequentemente nello stesso Callimaco (cfr. il discusso prologo degli Aitia e il Giambo I) e nella celebre satira di Timone di Fliunte (SH 786). Riguardo alle polemiche letterarie nell’antichità cfr. A.T. Cozzoli, Aspetti intertestuali nelle polemiche letterarie degli antichi: da Pindaro a Persio, in «QUCC», in particolare su Callimaco pp. 19-23.
[48]In anni recenti è stata studiata e rivalutata l’importanza della scienza ellenistica soprattutto nella spiegazione dei tratti peculiari e delle cause che hanno determinato il sorgere di un vero e proprio metodo scientifico solo in età alessandrina. Una tale ricostruzione ha come conseguenza non solo l’acquisizione di un bagaglio di conoscenze utili per ricostruire un preciso periodo storico dell’antichità, ma anche la ridiscussione dell’idea, ancora ampiamente diffusa, secondo cui la nascita del pensiero scientifico dovrebbe essere collocata nell’età moderna. Sull’argomento cfr. L. Russo, La rivoluzione dimenticata, il pensiero scientifico greco e la scienza moderna, Milano 1996¹.
[49]Il fenomeno è talmente importante da essere presente anche nell’epinicio ellenistico. Mi riferisco all’Epinicio per Berenice (Aitia III SH 254+ fr.383) in cui Callimaco dedica un’ampia porzione di testo all’ospitalità data dal vecchio Molorco ad Eracle, episodio che rappresenta «una sorta di doppione della storia di Teseo ed Ecale» (D’Alessio, op. cit., p. 19).
[50]Fondamentale per questa lettura di Apollonio come seguace della poetica callimachea è il lavoro di M.M. De Forest, Apollonius’Argonautica: A Callimachean Epic, Leiden-New York-Köln 1994.
[51]In Euripide, come già notarono gli antichi (Aristofane), assistiamo alla degradazione dell’eroe tradizionale. L’esempio più significativo è rappresentato, probabilmente, dal personaggio di Menelao nell’Elena. Sul ruolo di Aristofane come critico della tragedia euripidea cfr. B. Snell, op. cit., pp. 148-171.
[52]Cfr. M. Fantuzzi-R. Hunter, Muse e modelli. La poesia ellenistica da Alessandro Magno ad Augusto, Roma-Bari 2002, p. 26.
[53]Riguardo al problema del sentimento della natura in Teocrito e nell’età ellenistica cfr. M. Pohlenz, L’uomo greco, trad. it., Milano 2006, pp. 552-563. Lo studioso nel descrivere la forma mentis di molti autori ellenistici nei confronti della natura parla di «nostalgia romantica propria dell’uomo civilizzato» (p. 563).
[54]Sul dibattuto problema del realismo nella cultura ellenistica è fondamentale il contributo di G. Zanker, Realism in Alexandrian Poetry: a Literature and its Audience, London 1987. Per quanto riguarda, invece, i limiti dell’applicazione di una categoria come quella di realismo alla poesia ellenistica si veda A.W. Bulloch, La poesia ellenistica in «La letteratura greca della Cambridge University», trad. it., Vol. II, Milano 2007, p. 270.
[55]Uno degli elementi più importanti che caratterizzano lo stile pindarico è l'elevato numero di iperbati. Sembra che nel poeta tebano essi siano venti volte più frequenti di Omero e dieci volte più numerosi di quelli attestati negli interventi corali della tragedia. Questi valori statistici, pur essendo calcolati sulla base di una documentazione parziale, sono comunque significativi. Cfr. L.E. Rossi, R. Nicolai, Corso integrato di letteratura greca, Vol. I, Firenze 2006, p. 424.
[56]Immagine che è documentata anche nel Teeteto di Platone (180 a). Per una analisi del passo all’interno del suo contesto cfr. Cozzoli, op. cit., pp. 7-14.
[57]Trad. it. di F. Ferrari.
[58]Assai celebre il giudizio di Quintiliano (X, 1, 61): «Novem vero lyricorum longe Pindarus princeps spiritu, magnificentia, sententiis, figuris, beatissima rerum verborumque copia et velut quodam eloquentiae flumine: propter quae Horatius eum merito nemini credit imitabilem». Questa testimonianza è importante perché documenta l'esistenza di un canone di nove poeti lirici e la preminenza di Pindaro. Ritroviamo questi stessi dati in due epigrammi anonimi dell'Antologia Palatina (IX, 184; 571). Altre fonti sono rappresentate dal carme di apertura delle Odi di Orazio (I, 1, 35); da Seneca (Epist., 27, 6) e Petronio (Sat., 2). In merito all’insuperabilità del poeta tebano si veda Orazio, Odi, (IV, 2).
[59]In tal senso sono emblematiche le dichiarazioni contenute nel Peana 6, 6 e nei frr. 75, 13 e 150. Altrettanto significativi sono i punti di contatto con Parmenide. Sull'argomento cfr. H. Fränkel, «NGG» 1930, pp. 153-192. Per quanto riguarda, più in generale, il legame fra poeta e sfera divina cfr. Platone, Ione, 534b-c: «Cosa lieve, alata e sacra il poeta, e incapace di poetare se prima non sia ispirato dal dio e non esca fuori di senno, e non ci sia più ragione in lui (…) siccome non per arte poetano e dicono molte belle cose sui loro argomenti, (…) bensì per sorte divina, ciascuno dei poeti può fare bene solo ciò a cui la Musa lo spinge» e già Hom., Od., VIII, 44-45 ed Hes., Th., v. 94.
[60]Va precisato che ancora in età ellenistica esisteva una poesia epica destinata ad un largo pubblico recitata da poeti itineranti secondo le modalità dell'epica arcaica. Per noi questa produzione è ridotta ad una manciata di frammenti e a una sconsolante serie di titoli e nomi. Sull'argomento cfr. K. Ziegler, L'epos ellenistico: un capitolo dimenticato della poesia greca, Roma-Bari 1988.
[61]Di fondamentale importanza per tale aspetto è lo studio di A. Rengakos, Apollonius Rhodius as a Homeric Scholar in A Companion to Apollonius Rhodius, edited by Th.D. Papanghelis and A. Rengakos, Leiden-Boston-Köln 2001, pp. 193-216.
[62]Cfr. Callimaco, Inni, Epigrammi, Ecale, a cura di G.B. D'Alessio, Milano 1996, p.15. Il bersaglio di Pindaro era, probabilmente (di questo parere è anche Callimaco), Simonide di Ceo (556?-467 a. C.). L'avidità di Simonide, del resto, trova puntuale conferma nel famoso aneddoto dei muli contenuto nella Retorica aristotelica (1405 b 23-28). Ma ancora prima della testimonianza del filosofo un passo della Pace (vv. 697-698) di Aristofane ci rivela che l'avidità del poeta doveva essere ormai sulla bocca di tutti. Cfr. anche lo pseudo-platonico Ipparco (228C) e Ateneo (XIV, 656D), dove oltre all'avidità del poeta viene messo in rilievo il ruolo di cortigiano (alla corte di Ipparco e di Ierone di Siracusa).
[63] Cfr. Le Pitiche, op. cit., p. 13.
[64] Il passo pindarico potrebbe essere stato tenuto presente da Apollonio per alcuni motivi: alla celebrazione del potere del canto segue, nella Pitica I, un riferimento a quelle forze ostili (Tifone) al dominio di Zeus (e alla poesia) destinate inesorabilmente ad essere sottomesse. Come ha osservato Gentili (Le Pitiche, op. cit., p. 13) «in Pindaro esso (Tifone) è il paradigma del disordine e dell’ingiustizia che minaccia il giusto ordinamento divino». In Apollonio, invece, Orfeo, mentre incanta gli Argonauti con la sua musica e il suo canto, racconta le fasi che hanno portato all’instaurazione del potere e dell’ordine cosmico di Zeus (Ofione-Eurinome/Crono-Rea/Titani/Zeus). In tutti e due i testi troviamo anche un preciso riferimento alla folgore di Zeus: nel poeta tebano è spenta (vv.5-6) dalla cetra d’oro di Apollo e delle Muse, mentre nelle Argonautiche è lo strumento attraverso cui si attua la supremazia del dio (vv.510-511). Ancora: se in Pindaro attraverso l’immagine dell’aquila di Zeus che dorme (vv.6-10) viene assimilato «il potere della cetra a quello degli dei che nell’epos omerico versano il sonno sui mortali» (Le Pitiche, op. cit., pp. 330-331), nelle Argonautiche subito dopo il canto di Orfeo e una libagione a Zeus si fa riferimento al sonno ristoratore degli Argonauti (v.518).
[65]L’episodio è stato ripreso in ambito latino almeno da due autori: Virgilio e Valerio Flacco. Il primo sembra rifarsi ad Apollonio sia nelle Bucoliche che nel poema epico. Nell'Egloga VI (31-40), infatti, Virgilio mette in bocca a Sileno un vero e proprio canto cosmogonico in cui vengono fusi elementi empedoclei ed epicurei mediante allusioni linguistiche a Lucrezio. Nell'Eneide (I, 742-746), invece, è l'aedo Iopa che durante il banchetto offerto da Didone ai profughi troiani riprende alcuni spunti che già erano stati trattati da Sileno. Ancora più significativa, perché in questo caso la dipendenza dal poema ellenistico è palese, è la rielaborazione di Valerio Flacco. Nel poema latino (I, 277-282) sussistono notevoli differenze rispetto all'originale: manca del tutto il riferimento a una lite tra gli Argonauti e Orfeo canta durante la notte precedente alla partenza degli eroi un canto incentrato sui precedenti della spedizione (la storia di Frisso e Elle). In ambito greco bisogna menzionare almeno il testo anonimo delle Argonautiche orfiche (V sec. d. C.). Anche in questa opera Orfeo è il protagonista di un canto teogonico (vv. 419-441). Rispetto ad Apollonio, che è comunque la fonte di ispirazione più significativa, però, il contesto è completamente diverso: il canto è ambientato nell'antro in cui vive Chirone ed è inserito nel contesto di una amichevole gara canora tra il centauro e il mitico cantore (manca, dunque, il riferimento al νεῖκος). È anche interessante notare che ai vv. 433-439 viene ripreso il tema (già trattato da Apollonio in I, 26-31) delle querce della Pieria mosse dal canto di Orfeo. Sulle riprese virgiliane del canto di Orfeo delle Argonautiche cfr. A. La Penna, Da Lucrezio a Persio, Milano 1995 pp. 169-176.
[66]Sulla partecipazione di Orfeo all'impresa degli Argonauti cfr. G. Iacobacci, Orfeo Argonauta, in Orfeo e l'orfismo, a cura di A. Masaracchia, Roma 1993, pp. 77-92. Si aggiunga che la più antica attestazione della presenza di Orfeo alla spedizione degli Argonauti è rappresentata dalla metopa del “Tesoro dei Sicioni” a Delfi (VI, ac. C.), dove il poeta è raffigurato con la lira accanto alla nave.
[67]Cfr. Empedocle, DK 31 B 15. Riguardo agli echi empedoclei in Apollonio cfr. P. Kyriakou, Empedoclean Echoes in the Argonautica of Apollonius Rhodius, in «Hermes», 122 (1994), pp. 309-319.
[68] Da Ferecide di Siro, filosofo del VI a. C. e maestro di Pitagora, deriva il mito di Ofione e Eurinome, predecessori di Crono e Rea. Su questa teogonia, considerata la più antica opera greca in prosa, cfr. A. Chiappelli, Sulla teogonia di Ferecide di Siros, in «Rendiconti dell'Accademia dei Lincei», 4 (1889), pp. 230 segg. e il recente contributo di S. Caneva-V. Tarenzi, Il lavoro sul mito nell'epica greca: letture di Omero e Apollonio Rodio, Pavia 2007.
[69]Va ricordato che prima del canto di Orfeo l’argonauta Ida aveva sovvertito a parole l’ordine cosmico-religioso scagliandosi contro uno dei profeti della spedizione, Idmone, e affermando «in guerra acquisto gloria più di ogni altro né Zeus mi dà forza al pari della lancia» (vv.467-468). A queste parole blasfeme si contrappone il canto teogonico orfico in cui viene prefigurato il dominio di Zeus (vv.508-511).
[70]L’azione di Orfeo sulle querce è ricordata anche nell’incipit di un epigramma di Antipatro di Sidone contenuto nell’Antologia Palatina (VII, 8, 1). Riguardo all’effetto della musica del mitico cantore cfr. le Baccanti di Euripide (vv. 562 segg.).
[71]Cfr. I, 913-921; IV, 247-250.
[72]Su questo intervento di Pindaro cfr. H. Fränkel, op. cit., pp. 680-682.
[73]Un altro interessante esempio di recusatio nella poesia lirica si ritrova, ad esempio, nell’Encomio di Policrate (PMGF S 151) di Ibico in cui il poeta esprime il rifiuto (espresso nella forma della praeteritio) per una poesia di argomento bellico (la guerra di Troia).
[74]Un elenco di alcuni significativi interventi dei poeti sul mito si trova in Fränkel (1997), op. cit., pp. 742-744.
[75]Cfr. Fränkel (1997), op. cit., pp. 682-683.
[76]La critica tedesca parla di Abbruchsformeln (in inglese il concetto è reso con “break-off formulas”). Cfr. W. Schadewaldt, Der Aufbau des Pindarischen Epinikion, Halle 1928, pp. 267-268; 286; 312.
[77]I riferimenti sono contenuti nella Pitica IV (247-249); VIII (vv. 29 segg.), nella Nemea VII, 50 segg. e X, 19 segg.. Si noti che l'Abbruchsformeln viene spiegato da Mackie proprio come “a safeguard against κόρος excess”. Per un’ampia trattazione di questa tematica cfr. H. Mackie, Graceful errors:Pindar and the performance of praise, Michigan 2003, pp. 9-37. Questo aspetto, comunque, era già stato osservato anni prima da Untersteiner in La formazione poetica di Pindaro, Messina 1951, pp. 65 segg..
[78]Concetto ripreso da Orazio nell'Ode VII del primo libro (v. 6 “carmine perpetuo”) e da Ovidio nelle Metamorfosi (I, 4 “perpetuum...carmen”). Si tratta, fondamentalmente, del rifiuto nei confronti del poema epico omerico di vaste dimensioni. Callimaco, come è noto, non attacca Omero (poeta considerato dagli alessandrini divino e insuperabile), ma i suoi seguaci e gli stanchi imitatori. Ad ogni modo, sarà Esiodo la vera fonte dell’ispirazione callimachea (ma si pensi anche a Teocrito e Arato). La motivazione più evidente di questa scelta deriva non solo dalla materia più “umile” trattata nelle Opere e i Giorni e l’interesse per un mondo meno eroico, ma anche dal fatto che Esiodo interviene direttamente nei suoi poemi mettendo in luce alcuni aspetti della sua personalità. Sono importanti, pertanto, gli espliciti riferimenti esiodei nell’epigramma XXVII e in Aitia fr. 2. Dal punto di vista linguistico-stilistico, d’altra parte, la poesia esiodea si presta alle esigenze degli alessandrini in virtù di un uso più parco dello stile formulare omerico (considerato in età ellenistica pesante e ripetitivo).
[79]Questi i passi più significativi: I, 648-649; I, 1220. Va osservato l'uso dell'avverbio διηνεκέως derivato da un passo omerico (Od., IV, 836) e pienamente adattato da Apollonio al contesto della teoria letteraria callimachea. Osserva D'Alessio che «la recusatio callimachea ha in ogni caso più di un interlocutore: al pubblico si mostrerà l'originalità e la raffinatezza dell'opera; davanti ai patroni reali ci si giustificherà per aver rifiutato la via della celebrazione convenzionale dei Tolomei» (op. cit., p. 368). Cfr. anche V. T. Heather, Homer, Apollonius, Callimachus and the concept of διηνεκής, in «Studies in Honour of A.H.M.Kessels», Leiden 2006, pp. 203-214.
[80]Secondo Pindaro (fr. 205 Maehl), l'encomio deve essere regolato da un principio di verità, nel senso che, invece di dire delle menzogne dettate dal servilismo, il poeta deve sempre attenersi alla realtà delle cose.
[81]Un altro esempio si ritrova nella Nemea IV (vv. 33-34).
[82]Uno sperimentalismo che si attua nella fusione/contaminazione di generi letterari diversi. Osserva Fantuzzi (sulla base di Platone, Leggi, III, 700a-701a) che questo fenomeno va retrodatato all’età di Platone. Pertanto, quanto osserviamo nella poesia ellenistica non è altro che «la conclusione di un processo». Cfr. M. Fantuzzi, Il sistema letterario della poesia alessandrina nel III sec. a.C., in «Lo spazio letterario della Grecia antica», Vol I, tomo II, Roma 1993, pp.40-41. Cfr. anche L.E. Rossi, I generi letterari e le loro leggi scritte e non scritte nelle letterature classiche, «Bull. Inst. Class. St» 18 (1971), pp. 69-94.
[83]Per la lettura antieroica del poema cfr. C.R. Beye, Jason as Love-hero in Apollonios'Argonautica, in «GRBS», 10 (1969), pp. 31-55 e G. Lawall, Apollonius’Argonautica: Jason as Anti-hero, in «YCS», 19(1966), pp. 119-169. Si tratta, comunque, di una interpretazione che non è condivisa da tutta la critica, dal momento che c’è chi ha rivalutato l’agire e il ruolo centrale di Giasone. Cfr. J.J. Clauss; The Best of the Argonauts: The Redefinition of the Epic Hero in Book I of Apollonius's Argonautica, Berkeley 1993; J.F. Collins, Studies in Book One of the Argonautica of Apollonius Rhodius, Ph.D. dissertation, Columbia 1967; R.L. Hunter, Short on Heroics: Jason in the Argonautica, in «CQ», 38(1988), pp. 436-453.
[84]Vale la pena ricordare che in Omero Giasone è ricordato perché suo figlio Euneo divenne re ai tempi della guerra troiana: Il., VII, 467-468; XXI, 34 segg.; 85-86; XXIII, 740-747.
[85]Si vedano i vv. 123-124. In precedenza, proprio al momento della descrizione iniziale dell'eroe, Giasone è definito (v. 79) ἀνὴρ ἔκπαγλος.
[86]Su questa notizia cfr. la Nemea III, 53-54 ed Esiodo (fr. 40). Nelle Argonautiche il centauro ha consigliato a Giasone la partecipazione del cantore Orfeo alla spedizione (I, 33-34). Allevò Aristeo per volontà di Apollo (II, 510) e in una scena molto suggestiva saluta gli Argonauti, mentre la moglie mostra a Peleo il piccolo Achille (I, 553-558).
[87]Cfr. vv. 128; 137-138.
[88]Si vedano, in particolare i vv. 270 segg.. Cfr. Giannini, op. cit., p. 56 e Pindaro, Le Pitiche, op. cit., p. 106.
[89]All’interno del poema si contano ben 31 occorrenze del termine e dei suoi derivati (contro le 8 di Iliade e le 3 di Odissea!). Si tratta di una condizione di dubbio, impotenza e sconforto che colpisce Giasone, gli Argonauti e Medea.
[90]Ad esempio, nella risposta che Giasone dà alla regina di Lemno, Issipile, disposta ad accogliere gli eroi greci e a consegnare il trono al protagonista, non viene fatto alcun riferimento al fatto che Giasone ha già un regno di cui deve riappropriarsi. L'unica preoccupazione e l'unico motivo del rifiuto stanno nelle “dure prove” (v. 841 με λυγροὶ ἐπισπέρχουσιν ἄεθλοι) che attendono l'eroe e i suoi compagni. Questo atteggiamento di Giasone trova ulteriore conferma nel fatto che più avanti rivelerà alla regina di voler semplicemente vivere nella sua patria “con il consenso di Pelia” (I, 902 Πελίαο ἕκητι). Quando, poi, prometterà a Medea di condurla in Grecia (III, 1120-1130) non verrà fatto alcun riferimento esplicito al trono di Iolco.
[91]Cfr. M. Detienne – J.P. Vernant, Le astuzie dell’intelligenza nell’antica Grecia, trad. it., Roma-Bari 1977.
[92]Cfr. Giannini, op. cit., p. 49.
[93]Fondamentale per la ricostruzione dell’immagine del personaggio nel corso dei secoli è l’opera Essays on Medea in Myth, Literature, Philosophy and Art, edd. J.J. Clauss and S.J. Johnston, Princeton 1997. In lingua italiana, invece, va segnalato Medea nella letteratura e nell'arte, a cura di B. Gentili e F. Perusino, Venezia 2000.
[94]Cfr. M. Schmidt, Medeia, in «LIMC» 7 (1992), pp. 386-398; M.J. Strazzulla, Medea nell'iconografia greca dalle origini al V sec. a.C., in «Kleos» 11 (2006), pp. 631-672.
[95]Riassumo qui le conclusioni portate da C.I. Kerényi in Immagini di Medea, in Medea nella letteratura e nell'arte, op. cit., pp. 117-138.
[96]Si veda l’interessante lavoro di M. Pellegrino, Il mito di Medea nella rappresentazione parodica dei comici, in «Cuadernos de Filología Clásica. Estudios griegos e indoeuropeos» 18 (2008), pp. 201-216.
[97]Cfr. Kerényi, op. cit., p. 121.
[98]Cfr. infra, nota 116 dove si parla dell’uccisione di Pelia secondo la versione della Medea di Euripide.
[99]Cfr. Kerényi, op. cit., p. 132. Per quanto riguarda l’ipotesi di una Medea divinità primordiale cfr. E. Will, Korinthiakà. Recherches sur l’histoire et la civilisation de Corinthe des origines aux guerres médiques, Paris 1955, pp. 114 segg. e A. Moreau, Le mythe de Jason et Médée. Le va-nu-pied et la sorcière, Paris 1994, pp. 106 segg..
[100]“Sovrana dei Colchi”. Si noti che mai in Apollonio Medea viene chiamata così.
[101]Nessun riferimento esplicito si trova, invece, al suo ruolo, tanto importante nelle Argonautiche, di sacerdotessa di Ecate.
[102]Per il significato di questo termine (che ricorre anche nella Pitica IX, 34) seguo l’esegesi di Braswell (B.K. Braswell, Ζαμενής. A Lexicographical Note on Pindar, in «Glotta» 57 (1979), pp. 81-90), il quale spiega l’aggettivo come composto del prefisso intensivo ζα- e di μένος (“forza”). Il significato attribuito comunemente è, invece, quello di “ispirata”. Si noti che l’epiteto è usato anche in riferimento al centauro Chirone (Pitica IX, 38), a Memnone (Nemea III, 63 e al sole (Nemea IV, 13) o al vento (Peana 8, 64).
[103]Cfr. v. 11: ἀπέπνευσ' ἀθανάτου στόματος. L’espressione non è casuale, dal momento che anche Esiodo (Th., 956 segg; e 992 segg.) inserisce Medea in un elenco di dee. Circolava anche la voce di un matrimonio fra la donna e Achille nei Campi Elisi. Per tutte queste tradizioni mitografiche cfr. Alcmane (PMGF 161); Museo nella composizione Sui giochi Istmici (FgrHist 455 F 2 = schol. ad Eur. Med., 9); Ibico, PMGF 291; Simonide, fr. 558 Page; Licofrone, Alessandra, 174-175; Apollonio Rodio, Argonautiche, IV, 810-815; Apollodoro, IV, 814 e Strabone, I, 2, 40.
[104]La profezia di Medea occupa uno spazio considerevole all'interno dell'ode (vv. 13-57), notevolmente superiore, ad esempio, alla sezione dedicata al viaggio di andata (vv. 202-213). Poiché non c’è traccia in nessuna altra fonte mitografica di questa profezia di Medea, è stato ipotizzato che Pindaro si rifacesse ad una leggenda propria di Cirene. Cfr. Giannini, op. cit., p. 40, nota 26.
[105]II, 815 segg.. Sappiamo anche dai Naupactica (fr. 5 Bernabé) che Idmone era presente in Colchide.
[106]Nelle Argonautiche, invece, è Peleo, che, risolvendo un indovinello delle eroine indigene della Libia, spiegherà agli eroi come uscire dalle secche della Sirte (IV, 1305-1390). Ad ogni modo, l’aiuto più importante dato da Medea agli Argonauti sarà quello rappresentato dalla sconfitta del gigante di bronzo Talos (IV, 1638-1688) sull’isola di Creta.
[107]In effetti, sono accomunati dal fatto che appartengono alla radice *med indicante la riflessione, il darsi pensiero, il prendersi cura. A questa radice è anche collegata quella di *me contenuta nel termine μῆτις. Cfr. Chantraine, Dictionnaire étymologique de la langue grecque, s.v. μῆτις e μήδομαι.
[108]In questo dettaglio troviamo la distanza più significativa fra il poeta tebano e Apollonio Rodio nei confronti della visione dei rapporti uomo-divinità. È un dato ormai assodato dalla critica il fatto che nelle Argonautiche gli dei non influiscono affatto sulla psiche dei protagonisti. Si rileva, infatti, nel poema la tendenza ad introdurre l'intervento divino dopo che un personaggio ha sviluppato autonomamente un sentimento.
[109]Dal momento che secondo le fonti (Erodoto, II, 104, 1-2; Diodoro Siculo, I, 28, 2; Strabone, XI, 2, 17) i Colchi erano una popolazione di origine egiziana, dovremmo aspettarci un’eroina dalla carnagione scura e i capelli crespi. Pindaro sembrerebbe seguire questa tradizione al v. 212, quando parla di Colchi “dal nero volto” (κελαινώπεσσι Κόλχοισιν). Non è di questo parere, invece, D.O’Higgins, Medea as Muse. Pindar’s Pythian 4, in Medea. Essays., op. cit., p. 118 n. 49. Per Apollonio, invece, la donna è bionda (III, 829) esattamente come molti altri eroi (e dei) della tradizione epica e tragica (Achille, Menelao, Elena, Penelope, Elettra, Eracle e la stessa Medea). Esiodo, invece, in un passo della Teogonia (v. 998) parla di una Medea “dagli occhi neri” (ἑλικώπιδα κούρην). La bellezza di Medea, comunque, è un dato che si potrebbe ricavare dall’affermazione di uno scolio all’Olimpica XIII (74g) che riferisce la passione amorosa di Zeus per la donna.
[110]Cfr., in particolare, l'espressione (III, vv. 296-297) ὑπὸ κραδίῃ εἰλυμένος αἴθετο λάθρῃ/οὖλος ἔρως. Sull'argomento si veda il recente contributo di G. Spatafora, Il fuoco d'amore: storia di un «topos» dalla poesia greca arcaica al romanzo bizantino, in «Maia» 58 (2006), pp. 449-463.
[111]A questa testimonianza letteraria dobbiamo aggiungere la celebre arca di Cipselo (VII/VI sec. a.C.) descritta da Pausania (V, 18, 3): si tratta di un rilievo che raffigura Medea seduta su un trono, Giasone alla sua destra ed a fianco Afrodite. Accanto si trova l’iscrizione “Giasone sposa Medea e lo vuole Afrodite”. In merito a questo monumento si veda la voce Kypselos in Enciclopedia dell’arte antica IV, 1961, p. 427.
[112]Per i paralleli più significativi nella Medea euripidea cfr.: 285; 294 segg.; 395 segg.; 401 segg.; 789; 806; per Apollonio cfr. III, vv. 528-533; 1013 segg.; IV, 100 segg.; 1653-1677. Cfr. anche infra, pp. 141 segg..
[113]Si noti che l'aggettivo παμφάρμακος è un hapax. In Apollonio, invece, Medea è definita, esattamente come già la Circe omerica (Od., X, 276) ed esiodea (fr. 302, 15), πολυφάρμακος (III, 27; IV, 1677).
[114]All'interno della Medea è celebre il passo in cui Creonte stabilisce un preciso legame fra la pratica della magia e il male (v. 285 σοφὴ πέφυκας καὶ κακῶν πολλῶν ἴδρις).
[115]Cfr. I, 13 segg.; III, 64; 75; 1135; 1304; IV, 242.
[116]Senza però precisarne le modalità. In Euripide viene seguita la tradizione mitografica secondo cui Medea non uccise direttamente Pelia, ma persuase (vv. 9-10) le figlie a fare a pezzi il padre e a metterlo a cuocere in un lebete con la promessa (ovviamente non mantenuta) di ringiovanirlo. L'assassinio, a dire il vero, sarebbe stato motivato dall'atroce scoperta dello sterminio della famiglia di Giasone ad opera di Pelia stesso. Di questo episodio troviamo una drammatica descrizione in Valerio Flacco (I, vv. 700-826).
[117]Cfr. Giannini, op. cit., p. 59.
[118]Riguardo a questo episodio cfr. anche la Medea di Euripide (v. 167; 1334) e Licofrone (v. 1318). Si veda anche Ferecide (FGrHist 3 F32) e Sofocle (fr. 343 Radt).
[119]Cfr. Fränkel (1997), op. cit., pp. 698-699.
[120]Cfr. Snell, op. cit., pp. 131-132. Diversa è, invece, la sensibilità e l’attenzione del poeta nei confronti del colore. Cfr. Le Pitiche, op. cit., p. 110.
[121]Indicazioni date, invece, in termini astronomici da Apollonio in II, 498; II, 1099. Da queste informazioni si può dedurre che gli Argonauti sono partiti dal porto di Pagase all'inizio di giugno e hanno fatto ritorno in patria verso la fine di novembre.
[122]Cfr. supra, pp. 78-80.
[123]Anafe è legata in Apollonio all'apparizione miracolosa di Apollo (IV, 1689-1718), che col bagliore del suo arco indica agli Argonauti (i quali nel frattempo erano stati avvolti da una misteriosa e inquietante oscurità) la piccola isola. L'episodio è documentato, seppur con alcune differenze, negli Aitia di Callimaco (frr. 7-21). Si noti che, invece, in Pindaro è a Thera che Medea compie la profezia (v. 10). In Apollonio, dunque, Thera nascerà dalla zolla gettata in mare da Eufemo, mentre per Pindaro l'isola esiste già al momento del viaggio di ritorno degli Argonauti. Inoltre, se in Apollonio la zolla di terra libica viene gettata in mare volontariamente da Eufemo in seguito alle parole di Giasone (che derivano direttamente dalla volontà di Apollo sulla base di IV, 1747-1748), in Pindaro essa precipita in mare inavvertitamente, in quanto sarebbe dovuta essere trasportata fino al Tenaro. Nel poeta tebano è proprio questo incidente a causare sia il ritardo di 17 generazioni (da Eufemo a Batto) per la fondazione di Cirene che la tappa coloniale intermedia di Thera (se la zolla fosse stata gettata in mare dal Tenaro, infatti, nell'arco di sole quattro generazioni sarebbe stata fondata la colonia partendo direttamente dal Peloponneso e non da Thera).
[124]Sulla fondazione di Cirene in Apollonio vedi supra, pp. 81-82.
[125]Questa notizia si ritrova in Erodoto (IV, 147, 4), nella Pitica IV (258), in Callimaco (fr. 716), Strabone (VIII, 3, 19; XVII, 3, 21) ed Esichio, s.v. Καλλίστη.
[126]In effetti gli eventi accaduti nel lago Tritone (dopo una marcia di 12 giorni nel deserto libico durante la quale gli eroi hanno portato sulle loro spalle la nave Argo) appartengono ormai alla fase conclusiva del viaggio di ritorno. Superato il lago Tritone grazie all'aiuto del dio Tritone (figlio di Poseidone e fratello di Euripilo), gli eroi navigano fino a Creta, dove grazie ai poteri magici di Medea sconfiggono il gigante Talos. Da lì ripartono per la Grecia e raggiungono il porto di Pagase. Sulla base di alcuni calcoli fatti in base ai riferimenti temporali dati dallo stesso poeta, il viaggio nel suo complesso dovette durare almeno 148 giorni. L'episodio del lago Tritonide, dunque, sarebbe da collocarsi circa una settimana prima del ritorno in patria. Per questo calendario cfr. Apollonio Rodio, Le Argonautiche, op. cit., pp. XXIII-XXV.
[127]Questa espressione (“era stabilito dagli dei”) potrebbe essere stata ripresa nelle Argonautiche in II, 196 (θέσφατον ἐκ Διὸς ἦεν ἑῆς ἀπόνασθαι ἐδωδῆς).
[128]In questo contesto del poema il vocabolo assume il significato preciso di “voce profetica”, “oracolo”, uso non riscontrabile in Omero (nell'epica e anche nella maggior parte dei testi successivi significava “voce”, “diceria”, “reputazione”), ma attestato, seppur limitatamente, nei tragici (Aeschl., Ag., 1132; Soph., OT., 1140; Eur., Suppl., 834) e nell'Alessandra di Licofrone (v. 1052). Il pindarico μάντευμα (v. 73), invece, non è usato da Apollonio.
[129]Per questa iunctura cfr. Aeschl., Pers., 910.
[130]Si noti, ad esempio, il fatto che Pindaro (v. 75) per indicare Giasone usa il termine assai raro μονοκρηπίς (“da un solo sandalo” cfr. Lyc., 1310, AP., XVI, 127, 1), mentre Apollonio (v. 7) l'hapax assoluto οἰοπέδιλον. Va anche osservato che mentre in Pindaro il nemico di Pelia potrebbe essere o un cittadino o uno straniero (v. 78 ξεῖνος αἴτ' ὦν ἀστός), in Apollonio viene identificato come un suddito di Pelia (v. 7 δημόθεν).
[131]Mi riferisco all'espressione (v. 73) πυκινῷ...θυμῷ, cioè “l'accorto animo”. Questa caratteristica di Pelia verrà ripresa più avanti (v. 96) dal poeta attraverso il nesso κλέπτων δὲ θυμῷ/ δεῖμα (“celando nel cuore la paura”), che indica non solo la capacità di autocontrollo del sovrano, ma anche l'abilità nel manipolare la realtà in maniera persuasiva (basti pensare che è proprio grazie alla sapiente abilità oratoria di Pelia che Giasone viene persuaso ad accettare il rischio dell'impresa).
[132]Episodio che verrà ripreso da Apollonio in III, 67, dove si specificherà che Giasone aveva attraversato il fiume per portare dall'altra parte dell'argine una vecchia (Era). Questo gesto di pietas sarà poi fondamentale per il buon esito dell'impresa. Se l'attraversamento del fiume procura a Giasone l'appoggio di Era, il successivo riferimento al disprezzo di Pelia per la dea (v. 14) sancisce la condanna del sovrano. Si noti che Pindaro precisa che Giasone indossava solo il sandalo destro (v. 96), ma senza alcun riferimento alla causa della perdita. Il fiume Anauro è l'attuale Xerias.
[133]L'espressione χρόνῳ (“col tempo”) indica in questo contesto il progressivo avverarsi dell'oracolo. In Apollonio la corrispondente espressione (v. 8) δηρὸν δ' οὐ μετέπειτα, invece, si riferisce più probabilmente ad un semplice passaggio temporale.
[134]In questa fase della narrazione di Apollonio Giasone non è ancora il comandante della spedizione. Questo avverrà poco prima della partenza in seguito all'esplicita richiesta di Eracle (vv. 345 segg.).
[135]La descrizione pindarica dell'abbigliamento (vv. 79 segg.) viene probabilmente ripresa da Apollonio nell'ekphrasis del manto donatogli da Atena (I, vv. 725-768) dove, peraltro, si trova anche il riferimento alla lancia (v. 769: δεξιτερῇ δ' ἕλεν ἔγχος ἑκηβόλον). Secondo Sbardella la famosa scena dell'ekphrasis del poeta ellenistico sarebbe modellata, invece, sul passo in cui Pindaro (v. 251) parla di una veste ottenuta come premio di un agone sportivo proprio nel contesto lemnio. Cfr. L. Sbardella, Eroi senza veste: l'episodio lemnio della saga argonautica in Apollonio Rodio e in Pindaro, in «SemRom» 11 (2008), pp. 289-298.
[136]Si tratta dell'indovino Mopso che sta accompagnando Giasone all'incontro con Medea. In Pindaro il personaggio è ricordato ai vv. 189 segg..
[137]Una simile similitudine, dove però il punto di vista è quello delle donne di Lemno e della regina Issipile, si trova in I, 774-781.
[138]Cfr. supra, p. 96.
[139]Va sottolineato che mentre in Apollonio Giasone è figlio unico, secondo Ibico (PMGF 301) aveva anche una sorella. Si può ipotizzare, pertanto, che Apollonio abbia scelto una versione più appropriata ad aumentare il pathos.
[140]Cfr. Euripide, Medea, 1032-1036, Ecuba, 354-356 ma anche Hom., Il., VI, 456-463. Apollonio, dunque, fonde l’immagine della madre che ha perso i figli con quella della sposa (Andromaca) abbandonata dal marito destinato a morire sul campo di battaglia.
[141]Cfr. Le Pitiche, op. cit., p. 109.
[142]Una simile argomentazione ricorre nel celebre papiro stesicoreo di Lilla76abc (=fr. 222b Davies) in cui Giocasta cerca di placare la contesa tra i figli attraverso una pacifica spartizione dei beni e del trono. Cfr. supra, pp. 95-96.
[143]Va notato che questo dettaglio è presente anche nella rielaborazione latina di Valerio Flacco (I, vv. 47-50).
[144]In realtà il discorso di Pelia raggiunge l'empietà nel momento in cui arriva a giurare di restituire il trono a Giasone (vv. 165-166 καί τοι μοναρχεῖν /καὶ βασιλευέμεν ὄμνυμι προήσειν).
[145]Si noti, però, che Pindaro in altri luoghi dimostra di conoscere altri partecipanti: Ergino in Ol., 4, 19 segg.; Euzione nel fr. 48; Peleo nel fr. 172. Sulle discrepanze nel numero degli Argonauti all'interno delle fonti letterarie cfr. W. H. Roscher, Ausführliches Lexikon der griechischen und römischen Mythologie, Leipzig 1884, I, col. 507 segg..
[146]Riguardo agli interessi geografici di Apollonio Rodio cfr. D. Meyer, Apollonius as a Hellenistic Geographer, in T. D. Papanghelis, A. Rengakos, op. cit., pp. 217-235.
[147]Tale ordine non è casuale, ma dipende dalla volontà del poeta tebano di ricordare gli eroi sulla base dell’importanza del padre: Zeus, Poseidone, Apollo, Ermes, Borea. Cfr. Braswell, A Commentary on the Fourth Pythian Ode of Pindar, op. cit., p. 248.
[148]Si noti che anche in Valerio Flacco Eracle è il primo eroe a prendere parte alla spedizione. In Apollonio, invece, l'eroe viene ricordato a metà esatta del catalogo (I, 122 segg.).
[149]Località dell'Epiro famosa per un oracolo di Zeus che si manifestava attraverso il fruscio di una quercia.
[150] Vedi supra, p. 106.
[151]Chiamato Ἄξεινος (“Inospitale”) come in Apollonio (II, 984). Cfr. anche Eur., Andr., 794, Iph. Taur., 253; 341.
[152]Apollonio riprende questo epiteto in II, 346. Esso significa letteralmente “che si corrono incontro”. Va anche aggiunto che le Simplegadi (chiamate in Hom., Od., XII, 61 “Erranti” e in Erodoto IV, 85, 1 le “Scure”) secondo Apollonio non erano mai state attraversate prima della spedizione degli Argonauti (II, 319).
[153]«Τιμοσθένης δέ φησι τοὺς μὲν Φρίξου παῖδας βωμὸν ἱδρύσασθαι τῶν δώδεκα θεῶν, τοὺς δὲ Ἀργοναύτας τοῦ Ποσειδῶνος. Ἡρόδωρος δὲ ἐπὶ τοῦ βωμοῦ φησι τεθυκέναι τοὺς Ἀργοναύτας, ἐφ' οὗ Ἄργος ὁ Φρίξου ἐπανιὼν ἐτεθύκει. εἰσὶ δὲ οἱ δώδεκα θεοὶ οὗτοι· Ζεύς, Ποσειδῶν, Ἅιδης, Ἑρμῆς, Ἥφαιστος, Ἀπόλλων, Δημήτηρ, Ἥρα, Ἑστία, Ἄρτεμις, Ἀφροδίτη καὶ Ἀθηνᾶ».
[154]Del resto, sulla base dell'espressione pindarica νεόκτιστον λίθων βωμοῖο θέναρ (v. 205) possiamo pensare che anche Pindaro fosse al corrente dell'esistenza di questo precedente altare.
[155]In Apollonio, invece, attraverso la figura di Ida (ma ancora prima Eracle a Lemno) viene sottolinetao questo contrasto tra un eroismo di stampo bellico e la vergogna di ricorrere ai favori di una donna. Cfr. III, 556 segg..
[156]Per questa espressione si veda Saffo, fr. 48, 2 Voigt e Apollonio (III, 773) αὔτως φλέγει ἔμπεδον (detto da Medea stessa in riferimento alla sua passione amorosa).
[157]Si ricordi che l'azione di Afrodite avviene in seguito ad una precisa richiesta da parte di Era e di Atena, le quali avevano intravisto in Eros lo strumento ideale per poter conseguire il successo nell'impresa (III, 6-110).
[158]Cfr. III, vv. 129-153.
[159]Di questo uccello ne parlano anche Aristotele (Hist. an., II, 12, 504 a 12 segg.) e Plinio (Nat. Hist., XI, 47). La crudele pratica magica prevedeva che questo uccello, simbolo della passione amorosa, venisse legato con le ali e le zampe ai quattro raggi di una ruota, la quale veniva fatta ruotare nella direzione dell'amato al suono di formule magiche. Per quanto riguarda il rituale cfr. Teocrito, II, 17; Luciano, Dialogi meretricii, 4, 5 e Plaut., Cist., 2, 1, 6.
[160]Cfr. in particolare III, 640; vv. 771-801. Nella dinamica del poema, come è noto, sarà proprio la mancanza del “rispetto” per il padre (e quindi della patria) a determinare una buona parte di tutta quella serie di avventure del viaggio di ritorno degli Argonauti. Notevole è l'espressione di Medea ἐρρέτω αἰδώς in III, 785.
[161]Cfr. vv. 30-32; 166-167; 483-485.
[162]In effetti, una simile focalizzazione sarebbe del tutto estranea al tema dell'ode.
[163]È Significativo il fatto che in Apollonio dal momento dell'innamoramento di Medea alla decisione, non semplice e sofferta di appoggiare lo straniero, trascorrono circa 600 versi (vv. 275-828), durante i quali il poeta inserisce tre monologhi della protagonista.
[164]Cfr. III, 821; 845; 1014; passim.
[165]Si trovano altre attestazioni di questa pianta negli autori latini: Properzio, I, 12, 10; Seneca, Medea, 708; Valerio Flacco, VII, 355-365.
[166]Su questo problema e sulle sue diverse tradizioni mitografiche cfr. Le Pitiche, op. cit., p. 488.
[167]In IV, 95-98 Giasone, sotto richiesta di Medea, pronuncia il solenne giuramento di condurre Medea in Grecia e di sposarla.
[168]Luogo in cui vengono celebrate le nozze di Medea e Giasone (IV, 1110-1169).
[169]I due buoi erano opera di Efesto (esattamente come l'aratro III, 232). Cfr. anche III, 409-410.
[170]Solo in questo passo il vello è indicato con questo termine (altrimenti viene adoperato νάκος cfr. v. 68). Prima di Apollonio questo uso risulta attestato in Mimnermo (fr. 10, 1 Gentili-Prato), mentre Apollonio usa solo questo vocabolo (I, 4; passim). Per l'espressione κῶας αἰγλᾶεν χρυσέῳ θυσάνῳ cfr. Apollonio, IV, 1142 (χρύσεον αἰγλῆεν κῶας) e 1146 (τοῖον ἀπὸ χρυσέων θυσάνων ἀμαρύσσετο φέγγος).
[171]Anche in Apollonio l'eroe gareggia nudo (III, 1282).
[172]Apollonio riprende in forma più attenuata la reazione di Eeta in seguito al manifestarsi del coraggio di Giasone (III, 1314 θαύμασε δ' Αἰήτης σθένος ἀνέρος).
[173]Eeta è menzionato in Omero in quanto discendente, come la sorella Circe, del Sole (Od., X, 136 segg.). La qualità che sembra emergere da Omero è, comunque, quella di un sovrano crudele (v.138 ὀλοόφρονος Αἰήταο), concetto che verrà ripreso con maggiore enfasi in Apollonio (II, 1206 segg.), dove si arriva addirittura a paragonarlo ad Ares (1205).  Non abbiamo nella Pitica IV espliciti riferimenti a questa crudeltà, ma solo ad una forza smisurata. La ragione è probabilmente dovuta al fatto che Medea è figlia di Eeta, come Pindaro sottolinea proprio nell’apertura dell’ode (v. 11). Si tratta, dunque, di un silenzio necessario per non mettere in cattiva luce la protagonista.
[174]Alla quale si accenna comunque al verso 220 (ἀέθλων δείκνυεν πατρωΐων).
[175]In Apollonio questo episodio si trova in IV, 99-182.
[176]In effetti (v. 243) Eeta, dopo il successo conseguito da Giasone nella precedente impresa, mostra di avere ancora la speranza di un fallimento di Giasone. Si noti che il poeta tebano non nasconde l’ammirazione provata da Eeta nei confronti del coraggioso e valoroso straniero (vv.237-238).
[177]Si tratta di un tipo di imbarcazione, mossa sia dalle vele che a remi, in cui venivano disposti 50 rematori divisi in due file. La lunghezza complessiva doveva aggirarsi intorno ai 38 metri. Sull'argomento cfr. O. Höckmann, La navigazione nel mondo antico, trad. it., Milano 1988, p. 19. Secondo lo studio di Doumas non sarebbe impossibile che un tipo di imbarcazioni del genere potesse essere stato utilizzato in epoca preistorica. Cfr. C. Doumas, What did the Argonauts seek in Colchis?, «Hermathena» CL 1991, pp. 35-36.
[178]Cfr. J. Neils, LIMC V I, p. 633 n. 37. 
[179]Cfr. IV, 149.
[180]Dalla Medea di Euripide, invece, sembra di capire che l’uccisione del serpente sia stata opera di Medea stessa (vv. 480-482 δράκοντά...κτείνασ').
[181]Cfr. Le Argonautiche, op. cit., p. 379.
[182]Vedi supra, p. 106.
[183]In realtà, la traduzione letterale suonerebbe «giunsero nelle regioni marine dell’Oceano», come indica Giannini in Pindaro, Le Pitiche, op. cit., p. 497.
[184]Si arriva da Circe (zia di Medea), si incontrano le Sirene e con l’aiuto di Teti si oltrepassano Scilla e Cariddi. Vengono anche menzionate le vacche del Sole, mentre sull’isola dei Feaci viene ambientato il matrimonio fra Giasone e Medea.
[185]In sintesi, questo è l'itinerario seguito per il ritorno nella Pitica IV: dopo aver attraversato il fiume Fasi, gli eroi arrivano nell'Oceano, poi nel mar Rosso (attuali Oceano Indiano e Golfo Persico) e, attraversata a piedi la Libia, giungono nell'isola di Lemno. La navigazione nell'Oceano è attestata precedentemente in Esiodo (fr. 241), Antimaco (fr. 8 Gentili-Prato) e in Ecateo (FgrHist I F 18a). Sofocle (fr. 547), Euripide (Med., 432; 1263-1264) ed Erodoro (FgrHist 31 F 10) e Callimaco (fr. 9), invece, fanno ritornare gli eroi in patria dallo stesso percorso dell'andata. Apollonio fa passare gli Argonauti dal Mar Nero attraverso il Danubio e il Rodano e poi al Mediterraneo, con una tappa in Libia causata da una deviazione della rotta in seguito ad una tempesta.
[186]Cfr. Le Pitiche, op. cit., p. 497.
[187]Si tratta di un vaso etrusco datato al VII sec. e di un cratere apulo della fine del V sec. a. C. Su questo argomento cfr. Le Pitiche, op. cit., p. 498 e relativa bibliografia.
[188]Va ricordato che, come Pindaro stesso racconterà poco sotto (vv. 254-256), è proprio sull’isola di Lemno che avrà origine la stirpe dei Battiadi in seguito all’unione fra Eufemo e Malache.
[189]Su questa tecnica in Pindaro cfr. L. Illig, Zur Form der pindarischen Erzählung, Berlin 1932, pp. 57 segg.. 

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