APOLLONIO RODIO, ARGONAUTICHE, III, 744-752: UN BREVE PERCORSO FRA SCENE DI NOTTURNO ANTICHE



APOLLONIO RODIO, ARGONAUTICHE, III, 744-752: UN BREVE PERCORSO FRA SCENE DI NOTTURNO ANTICHE




Nel terzo libro delle Argonautiche Apollonio Rodio nel descrivere il mutevole e contradditorio atteggiamento di Medea nei confronti del suo amore per Giasone inserisce una bellissima scena in cui viene contrapposto lo stato d'animo inquieto dell'eroina alla calma notturna (vv. 744-752):

Νὺξ μὲν ἔπειτ' ἐπὶ γαῖαν ἄγεν κνέφας, οἱ δ' ἐνὶ πόντῳ
ναυτίλοι εἰς Ἑλίκην τε καὶ ἀστέρας Ὠρίωνος 745
ἔδρακον ἐκ νηῶν, ὕπνοιο δὲ καί τις ὁδίτης
ἤδη καὶ πυλαωρὸς ἐέλδετο, καί τινα παίδων
μητέρα τεθνεώτων ἀδινὸν περὶ κῶμ' ἐκάλυπτεν,
οὐδὲ κυνῶν ὑλακὴ ἔτ' ἀνὰ πτόλιν, οὐ θρόος ἦεν
ἠχήεις, σιγὴ δὲ μελαινομένην ἔχεν ὄρφνην· 750
ἀλλὰ μάλ' οὐ Μήδειαν ἐπὶ γλυκερὸς λάβεν ὕπνος.
πολλὰ γὰρ Αἰσονίδαο πόθῳ μελεδήματ' ἔγειρεν

Medea ha appena promesso alla sorella Calciope di aiutare con le sue arti magiche i figli di Frisso e Giasone a superare le prove imposte dal padre Eeta. In questo contesto, dunque, si inserisce l'immagine suggestiva di una notte che sopraggiunge, per così dire, a portare un meritato riposo sia alle attività umane che a quelle della natura nel suo complesso. In questa manciata di versi il poeta delinea un intero macrocosmo attraverso rapide e precise pennellate che ci restituiscono un'immagine piuttosto concreta della realtà: i naviganti (vv. 744-746), un viaggiatore e un guardiano (vv. 746-747), una madre che ha perduto i figli (vv. 747-748), dei cani (v. 749) e il silenzio della notte (v. 750). L'insonnia di Medea (tanto più drammatica se paragonata al sonno della povera madre senza più i figli), che può essere visto come un conflitto tra individuo e ambiente, appare indubbiamente moderno e vicino a quella sensibilità che il Romanticismo ha saputo ben valorizzare nel corso della sua evoluzione storica. Tuttavia, dietro a questi versi che sembrano anticipare di secoli una certa sensibilità moderna è possibile intravvedere l'eco di alcuni autori greci che Apollonio dovette indubbiamente tenere presente. In effetti a livello letterario la situazione dell'insonnia di un personaggio contrapposta al sonno degli altri trova un importante precedente in un passo dell'Iliade in cui viene descritto il dubbio di Zeus riguardo ai modi per aiutare Achille (II, 1-4):

Ἄλλοι μέν ῥα θεοί τε καὶ ἀνέρες ἱπποκορυσταὶ
εὗδον παννύχιοι, Δία δ' οὐκ ἔχε νήδυμος ὕπνος,
ἀλλ' ὅ γε μερμήριζε κατὰ φρένα ὡς Ἀχιλῆα
τιμήσῃ, ὀλέσῃ δὲ πολέας ἐπὶ νηυσὶν Ἀχαιῶν.

La situazione si ripresenta nuovamente in X, 1-4, dove, però, questa volta si tratta dell'insonnia di Agamennone:

Ἄλλοι μὲν παρὰ νηυσὶν ἀριστῆες Παναχαιῶν
εὗδον παννύχιοι μαλακῷ δεδμημένοι ὕπνῳ·
ἀλλ' οὐκ Ἀτρεΐδην Ἀγαμέμνονα ποιμένα λαῶν
ὕπνος ἔχε γλυκερὸς πολλὰ φρεσὶν ὁρμαίνοντα.

Nell'Odissea, invece, Atena recatasi a Lacedemone per incitare Telemaco a tornare ad Itaca, trova il figlio di Nestore addormentato nell'atrio e Telemaco insonne a causa delle preoccupazioni per il destino del padre (vv. 1-7):

Ἡ δ' εἰς εὐρύχορον Λακεδαίμονα Παλλὰς Ἀθήνη
ᾤχετ', Ὀδυσσῆος μεγαθύμου φαίδιμον υἱὸν
νόστου ὑπομνήσουσα καὶ ὀτρυνέουσα νέεσθαι.
εὗρε δὲ Τηλέμαχον καὶ Νέστορος ἀγλαὸν υἱὸν
εὕδοντ' ἐν προδόμῳ Μενελάου κυδαλίμοιο, 5
ἦ τοι Νεστορίδην μαλακῷ δεδμημένον ὕπνῳ·
Τηλέμαχον δ' οὐχ ὕπνος ἔχε γλυκύς, ἀλλ' ἐνὶ θυμῷ
νύκτα δι' ἀμβροσίην μελεδήματα πατρὸς ἔγειρεν.

Passando da Omero ai lirici il passaggio al celebre notturno di Alcmane (fr. 89 Page) risulta obbligatorio anche se problematico:

εὕδουσι δ' ὀρέων κορυφαί τε καὶ φάραγγες
πρώονές τε καὶ χαράδραι
φῦλά τ' ἑρπέτ' ὅσα τρέφει μέλαινα γαῖα
θῆρές τ' ὀρεσκώιοι καὶ γένος μελισσᾶν
καὶ κνώδαλ' ἐν βένθεσσι πορφυρέας ἁλός·
εὕδουσι δ' οἰωνῶν φῦλα τανυπτερύγων.

Di questa raffinata e suggestiva descrizione della pace notturna, evocata attraverso un elenco dettagliato di luoghi e animali, purtroppo ignoriamo completamente il contesto. Non sappiamo, infatti, se si tratta di una descrizione fine a se stessa oppure se essa venisse contrapposta all'inquietudine di una o più persone. Anche se non abbiamo la possibilità di comprendere del tutto il valore del frammento di Alcmane, non è inverosimile pensare, proprio sulla base delle scene di notturni riportate sopra, che la quiete notturna fosse un modo per rimarcare un sentimento umano in netto contrasto con quella pace. Una possibile conferma a questa ipotesi potrebbe venirci anche da un noto e controverso frammento di Saffo (168 b Voigt):

δέδυκε μὲν ἁ σελάνα
καὶ Πληϊάδες, μέσαι δὲ
νύκτες, παρὰ δ' ἔρχεθ' ὥρα·
ἐγὼ δὲ μόνα καθεύδω.

Prescindendo per un momento dalla spinosa questione relativa all'attribuzione a Saffo (anche se un famoso studio di Marzullo1 sembra aver dimostrato l'appartenza del frammento al corpus della poetessa di Lesbo) la situazione descritta in questi versi non appare nella sostanza troppo diversa da quella degli altri notturni analizzati fino a questo momento: ad un macrocosmo che segue un ordine naturale (in questo caso rappresentato dal movimento degli astri) e che trova una sorta di pace nella quiete notturna, si contrappone la solitudine e, implicitamente, l'inquietudine della protagonista del carme.
Tornando all'età ellenistica troviamo nell'Idillio II di Teocrito un breve cenno all'immagine del notturno in cui ormai appare esplicito, esattamente come in Apollonio, il riferimento erotico (vv. 33-36):

ἠνίδε σιγῇ μὲν πόντος, σιγῶντι δ' ἀῆται·
ἁ δ' ἐμὰ οὐ σιγῇ στέρνων ἔντοσθεν ἀνία,
ἀλλ' ἐπὶ τήνῳ πᾶσα καταίθομαι ὅς με τάλαιναν
ἀντὶ γυναικὸς ἔθηκε κακὰν καὶ ἀπάρθενον ἦμεν.

Si tratta delle parole di Simeta, la donna innamorata che compie oscure pratiche magiche pur di riconquistare il proprio innamorato. Il riferimento al contesto notturno lo ricaviamo dalla precedente menzione della luna (vv. 10-11).

In questo breve percorso fra testi poetici di epoche differenti non può mancare il riferimento a Virgilio, il poeta latino che ha saputo rielaborare la precedente tradizione letteraria greca alla luce delle esperienze poetiche latine. L'intero IV libro dell'Eneide, per esempio, rappresenta per molti aspetti un omaggio ad Apollonio in quanto il poeta ha costruito l'immagine di Didone attraverso la figura della Medea del poeta ellenistico. Proprio in questa sezione del poema ritroviamo una diretta ripresa del notturno di Apollonio riferita a Didone (vv. 522-532):

Nox erat2 et placidum carpebant fessa soporem
corpora per terras, siluaeque et saeua quierant
aequora, cum medio uoluuntur sidera lapsu,
cum tacet omnis ager, pecudes pictaeque uolucres, 525
quaeque lacus late liquidos quaeque aspera dumis
rura tenent, somno positae sub nocte silenti,
lenibant curas et corda oblita laborum.
at non infelix animi Phoenissa, neque umquam
soluitur in somnos oculisue aut pectore noctem
accipit: ingeminant curae rursusque resurgens
saeuit amor magnoque irarum fluctuat aestu.




In questi versi non solo si percepisce l'eco di Apollonio, ma è presente anche il notturno di Alcmane in tutta quella serie di precisi riferimenti agli animali e, direi, anche il riferimento a Teocrito3 (v. 525 tacet; v. 33 σιγῶντι).

In conclusione di questo breve percorso che da Apollonio Rodio ci ha portato a Virgilio riporto alcuni versi di Ovidio tratti dalle Epistulae ex Ponto (III, 3, vv. 1 segg.) in cui il poeta combina il topos letterario del notturno con quello della visione nel sogno. Ovidio, infatti, immagina che durante una notte di luna in cui era completamente assopito nel sonno appare improvvisamente Amore a svegliarlo. Dal dialogo tra Ovidio e il dio viene tratto lo spunto per parlare della situazione personale del poeta (l'esilio) e le scelte letterarie (la  poesia amorosa in contrapposizione all'epica ufficiale). Ho detto che c'è, per così dire, una fusione fra i due topoi, per il fatto che se all'inizio del componimento Ovidio sembra descrivere una apparizione reale capace di interrompere il sonno, più avanti4 (vv. 93-94) viene insinuato il dubbio che si è trattato semplicemente di un sogno. Ad ogni modo, quello che è da sottolineare è il fatto che anche in questo testo si presenta un contrasto fra la situazione di un riposo notturno è un qualcosa che sopraggiunge a sconvolgere e impedire il normale sonno del protagonista. Che si tratti di una apparizione o di un sogno, dunque, ha poca importanza, perché in entrambi i casi permane sempre un tale contrasto:




Si uacat exiguum profugo dare tempus amico,
o sidus Fabiae, Maxime, gentis, ades,
dum tibi quae uidi refero, seu corporis umbra
seu ueri species seu fuit ille sopor.
Nox erat et bifores intrabat luna fenestras,
mense fere medio quanta nitere solet.
Publica me requies curarum somnus habebat
fusaque erant toto languida membra toro,
cum subito pennis agitatus inhorruit aer
et gemuit paruo mota fenestra sono.
Territus in cubitum releuo mea membra sinistrum,
pulsus et e trepido pectore somnus abit.
Stabat Amor, uultu non quo prius esse solebat,
fulcra tenens laeua tristis acerna manu,
nec torquem collo neque habens crinale capillo
nec bene dispositas comptus ut ante comas.
Horrida pendebant molles super ora capilli
et uisa est oculis horrida penna meis,
qualis in aeriae tergo solet esse columbae
tractatam multae quam tetigere manus. 20



1 Cfr. B. Marzullo, Studi di poesia eolica, Firenze 1958.
2 Per questo incipit cfr. anche III, 147; VIII, 26.
3 Il riferimento a Teocrito è verosimile se si pensa al fatto che questo passo dell'Eneide è preceduto proprio da una scena di oscura magia. Cfr. E. Cesareo, Studi virgiliani I. Spunti teocritei in Virgilio epico, «Athenaeum» VII 1929, p. 173 segg.
4 Ma già in apertura vv. 3-4. Inutile sottolineare che si tratta di finzione letteraria. 

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