TRE SONETTI DI CARDUCCI DEDICATI AD OMERO


All'inizio della raccolta Rime Nuove (1861-1887) Carducci  dedica tre sonetti a Omero. In questi componimenti il poeta esprime la sua visione di poesia classica attraverso una nostalgica rievocazione dell'età mitica della poesia omerica. Come in Foscolo  (cfr. in particolare I sepolcri)  la poesia si configura come l'unica opera dell'uomo destinata all'eternità. 
Nel terzo sonetto con "giudici cumei" Carducci, in polemica con la trascuratezza e l'indifferenza dimostrata dai contemporanei nei confronti della poesia omerica, allude al racconto contenuto nella Vita di Omero  (VH) attribuita ad Erodoto (opera in realtà spuria), dove si narra che al poeta (il cui vero nome era Melesigene), giunto a Cuma, fu negata dai cumani la richiesta di essere mantenuto a spese della città in cambio della gloria della sua poesia. 







καὶ ποταμοί γε ῥέωσιν ἀνακλύζῃ δὲ θάλασσα, 
αὐτοῦ τῇδε μένουσα πολυκλαύτου ἐπὶ τύμβου 
ἀγγελέω παριοῦσι Μίδης ὅτι τῇδε τέθαπται.


Κατίζων δὲ ἐν ταῖς λέσχαις τῶν γερόντων ἐν τῇ Κύμῃ ὁ Μελησιγένης τὰ ἔπεα τὰ πεποιημένα αὐτῷ ἐπεδείκνυτο, καὶ ἐν τοῖς λόγοις ἔτερπε τοὺς ἀκούοντας· καὶ αὐτοῦ θωυμασταὶ καθειστήκεσαν. γνοὺς δὲ ὅτι ἀποδέκονται αὐτοῦ τὴν ποίησιν οἱ Κυμαῖοι καὶ εἰς συνήθειαν ἕλκων τοὺς ἀκούοντας, λόγους πρὸς αὐτοὺς τοιούσδε προσήνεγκε, λέγων ὡς εἰ θέλοιεν αὐτὸν δημοσίῃ τρέφειν ἐπικλεεστάτην αὐτῶν τὴν πόλιν ποιήσει. τοῖς δὲ ἀκούουσι βουλομένοις τε ἦν ταῦτα, καὶ αὐτοὶ παρῄνεον ἐλθόντα ἐπὶ τὴν βουλὴν δεηθῆναι τῶν βουλευτέων· καὶ αὐτοὶ ἔφασαν συμπρήξειν. ὁ δὲ ἐπείθετο αὐτοῖς, καὶ βουλῆς συλλεγομένης ἐλθὼν ἐπὶ τὸ βουλεῖον ἐδεῖτο τοῦ ἐπὶ τῇ τιμῇ ταύτῃ καθεστῶτος ἀπαγαγεῖν αὐτὸν ἐπὶ τὴν βουλήν. ὁ δὲ ὑπεδέξατό τε καὶ ἐπεὶ καιρὸς ἦν ἀπήγαγε· καταστὰς δὲ ὁ Μελησιγένης ἔλεξε περὶ τῆς τροφῆς τὸν λόγον ὃν καὶ ἐν ταῖς λέσχαις ἔλεγεν. ὡς δὲ εἶπεν ἐξελθὼν ἐκάθητο. Οἱ δὲ ἐβουλεύοντο ὅτι χρεὼν εἴη ἀποκρίνασθαι αὐτῷ. προθυμουμένου δὲ τοῦ ἀπάγοντος αὐτὸν καὶ ἄλλων ὅσοι τῶν βουλευτέων ἐν ταῖς λέσχαις ἐπήκοοι ἐγένοντο, τῶν βουλευτέων ἕνα λέγεται ἐναντιωθῆναι τῇ χρήμῃ αὐτοῦ, ἄλλα τε πολλὰ λέγοντα καὶ ὡς εἰ τοὺς ὁμήρους δόξει τρέφειν αὐτοῖς ὅμιλον πολλόν τε καὶ ἀχρεῖον ἕξουσιν. ἐντεῦθεν δὲ καὶ τοὔνομα Ὅμηρος ἐπεκράτησε τῷ Μελησιγένει ἀπὸ τῆς συμφορῆς· οἱ γὰρ Κυμαῖοι τοὺς τυφλοὺς ὁμήρους λέγουσιν· ὥστε πρότερον ὀνομαζομένου αὐτοῦ Μελησιγένεος
  


Non piú riso d’iddei la nebulosa
Cima d’Olimpo a gli occhi umani accende:
Biancheggian teschi per le rupi orrende,
E sopravi la nera aquila posa.                                    4

Né piú il sacro Scamandro al pian discende
Per le segnate vie: dov’ei riposa
Sotto il capo Sigeo l’onda oblïosa,
Di otmane torri il tuo bel mar s’offende.                  8

Pur la novella etade, o veglio acheo,
Il cenno ancor de l’immortal Cronide
Stupisce e i passi de l’Enosigeo;                               11

E trema, o vate, allor che d’omicide
Furie raggiante lungo il nero Egeo
Salta su ’l carro il tuo divin Pelide.                           14

Bologna, 21 Giugno 1862.

 

V. OMERO (II)

E forse da i selvaggi Urali a valle
Nova ruinerà barbara plebe,
Nova d’armi e di carri e di cavalle
Coprirà un’onda l’agenòrea Tebe,                             4

E cadrà Roma, e per deserto calle
Bagnerà il Tebro innominate glebe.
Ma tu, o poeta, sí com’Ercol dalle
Pire d’Eta fumanti al seno d’Ebe,                             8

Risorgerai con giovanili tempre
Pur a l’amplesso de l’eterna idea
Che disvelata rise a te primiero.                                11

E, s’Alpe ed Ato pria non si distempre,
A la riva latina ed a l’achea
Perenne splenderà co ’l sole Omero.                         14

Bologna, Giugno 1861.

 

VI.  OMERO (III)

E sempre a te co ’l sole e la feconda
Primavera io ritorno ed a’ tuoi canti,
Veglio divin le cui tempia stellanti
Lume d’eterna gioventú circonda.                            4

Dimmi le grotte di Calipso bionda,
De la figlia del Sol dimmi gl’incanti,
Nausicaa dimmi e del re padre i manti
Lietamente lavati a la bell’onda.                               8

Dimmi.... Ah non dir. Di giudici cumei
Fatta è la terra un tribunale immondo,
E vili i regi e brutti son gli dèi:                                  11

E se tu ritornassi al nostro mondo,
Novo Glauco per te non troverei:
Niun ti darebbe un soldo, o vagabondo.                   14

Se la poesia di Omero, dunque, possiede la gloria di una esistenza eterna anche dopo la completa scomparsa della civiltà greca antica, quella di  Virgilio, il poeta romano che con l'Eneide ha saputo rinnovare l'antico epos greco, viene paragonata ad una notte tranquilla e serena di plenilunio (nel far questo il poeta ha probabilmente pensato più che al Virgilio epico a quello bucolico-georgico):


X.   VIRGILIO
Come, quando su’ campi arsi la pia
Luna imminente il gelo estivo infonde,
Mormora al bianco lume il rio tra via
Riscintillando tra le brevi sponde;                             4

E il secreto usignuolo entro le fronde
Empie il vasto seren di melodia,
Ascolta il viatore ed a le bionde
Chiome che amò ripensa, e il tempo oblia;                8

Ed orba madre, che doleasi in vano,
Da un avel gli occhi al ciel lucente gira
E in quel diffuso albor l’animo queta;                       11

Ridono in tanto i monti e il mar lontano,
Tra i grandi arbor la fresca aura sospira:
Tale il tuo verso a me, divin poeta.                           14

Bologna, II Giugno 1862.



La poesia omerica ritorna in altri due celebri componimenti carducciani. Il primo è il celebre (e bellissimo) Sogno d'estate (Odi barbare XLV) dove il poeta, in una calda giornata estiva bolognese (luglio 1880), viene colto dal sonno durante la lettura di Omero: 



Tra le battaglie, Omero, nel carme tuo sempre sonanti
la calda ora mi vinse: chinommisi il capo tra 'l sonno
in riva di Scamandro, ma il cor mi fuggì su 'l Tirreno.
Sognai, placide cose de' miei novelli anni sognai.
Non più libri: la stanza dal sole di luglio affocata,
rintronata da i carri rotolanti su 'l ciottolato
de la città, slargossi: sorgeanmi intorno i miei colli,
cari selvaggi colli che il giovine april rifiorìa.
Scendeva per la piaggia con mormorii freschi un zampillo
pur divenendo rio: su 'l rio passeggiava mia madre
florida ancor ne gli anni, traendosì un pargolo a mano
cui per le spalle bianche splendevano i riccioli d'oro.
Andava il fanciullo con piccolo passo di gloria,
superbo de l' amore materno, percosso nel core
da quella festa immensa che l'alma natura intonava.
Però che le campane suonavano su dal castello
annunziando Cristo tornante dimane a' suoi cieli;
e su le cime e al piano, per l'aure, pe' rami, per l'acque,
correa la melodia spiritale di primavera;
ed i pèschi ed i mèli tutti eran fior' bianchi e vermigli,
e fior' gialli e turchini ridea tutta l'erba al di sotto,
ed il trifoglio rosso vestiva i declivii de' prati,
e molli d'auree ginestre si paravano i colli,
e un'aura dolce movendo quei fiori e gli odori
veniva giù dal mare; nel mar quattro candide vele
andavano andavano cullandosi lente nel sole,
che mare e terra e cielo sfolgorante circonfondeva.
La giovine madre guardava beata nel sole.
Io guardava la madre, guardava pensoso il fratello,
questo che or giace lungi su 'l poggio d'Arno fiorito,
quella che dorme presso ne l' erma solenne Certosa;
pensoso e dubitoso s' ancora ei spirassero l'aure
o ritomasser pii del dolor mio da una plaga
ove tra note forme rivivono gli anni felici.
Passar le care imagini e sparvero lievi co 'l sonno.
Lauretta empieva intanto di gioia canora le stanze,
Bice china al telaio seguia cheta l'opra de l'ago.


la bellezza del carme, composto in esametri barbari, consiste nella toccante rievocazione dell'infanzia, dei luoghi (la Maremma), della madre del poeta e delle persone care scomparse (tematiche che, come è noto, saranno fondamentali nella poetica di Pascoli, allievo del Carducci). Il secondo componimento (datato Novembre 1895), invece, è incentrato sul contrasto fra la morte, avvertita dal poeta nella contemplazione di un paesaggio autunnale, e l'immortale canto della poesia omerica, unico conforto contro l'annientamento della morte: 



Presso una certosa (Rime e ritmi XXVIII)

Da quel verde, mestamente pertinace tra le foglie 
Gialle e rosse de l'acacia, senza vento una si toglie:
E con fremito leggero 
Par che passi un'anima. 

Velo argenteo par la nebbia su 'I ruscello che gorgoglia,
Tra la nebbia nel ruscello cade a perdersi la foglia.
Che sospira il cimitero,
Da' cipressi, fievole? 
Improvviso rompe il sole sopra l'umido mattino,
Navigando tra le bianche nubi l'aere azzurrino : 
Si rallegra il bosco austero 
Già del verno prèsago.
A me, prima che l'inverno stringa pur l'anima mia
Il tuo riso, o sacra luce, o divina poesia! 
Il tuo canto, o padre Omero,'
Pria che l'ombra avvolgami!                   



In un testo del 1871, Ad Alessandro D'Ancona (Rime Nuove LXI), lirica in strofe saffiche composta in occasione del matrimonio del destinatario (studioso delle letterature romanze nella foto), invece, il canto di Omero incarna l'intera civiltà classica contrapposta (una civiltà, per il Carducci, viva in quanto non incentrata sull'Aldilà e non basata su una religione opprimente e negatrice delle gioie della vita terrena), polemicamente, alle barbarie dell'età cristiana e del medioevo: 





AD ALESSANDRO D'ANCONA

O de' cognati e de i dispersi miti
Per la selva d'Europa indagatore,
Mentre tu nozze appresti e i dolci riti
Affretti in cuore,

Io, dove ride al sol da l'infinito
Rincrespamento del ceruleo seno
E al ciel con echi mille e al breve lito
Plaude il Tirreno,

E digradando giù dal colle aprico
Per biancheggiante di palagi traccia
La verde antica terra al glauco amico
Porge le braccia,

In queste di salute aure frementi
Terse le nebbie de lo spirto impure,
Dato il cuore a gli amici e date a i venti
Freschi le cure,

Anche una volta io qui libo a le dee
Che de la mente mia seggono in cima,
E t'accompagno le camene argee
Con la mia rima.

Non io tinger vorrei di dotta polve
A la sposa il vel bianco ed i pensieri
Né schiuder quei che un'età grossa involve
Grossi misteri.

Dannosa etade! Solitario mostro
La morte allor su 'l cieco mondo incombe
Con mille aspetti, e l'uomo esce dal chiostro
Sol per le tombe.

Ne i boschi infuria e via per valli e gioghi
Una danza di forme atre e maligne
Ch'odiano il sole: l'orrida de' roghi
Vampa le tigne.

Da l'aspre torri e dal cenobio muto,
Dal folto dòmo d'irti steli inserto,
Par che la vita l'ultimo saluto
Mandi al deserto.

Quindi l'accidia rea ch'anco inimica
La natura e lo spirto, ed impossente
L'uomo, che un sogno torbido affatica,
Aspira al niente.

L'ombra di morte e su da la marina
Di Teti il pianto fuor de le ftie ville
Seguìa tra i carri e l'armi la divina
Forza d'Achille.

Ma ei pugnava i giorni, e, a la romita
Notte citareggiando in su l'egea
Riva, a Dite a le Muse ed a la vita
Breve indulgea.

Pigri terror de l'evo medio, prole
Negra de la barbarie e del mistero,
Torme pallide, via! Si leva il sole,
E canta Omero.

 Livorno, 16-17 agosto 1871. 


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