PASCOLI E LA CULTURA GRECA: L'ULTIMO VIAGGIO



Pascoli e la cultura greca:l'Ultimo viaggio

Pascoli è spesso ricordato per quelle composizioni latine che gli procurarono la vittoria di ben 13 medaglie d’oro al concorso internazionale di poesia latina di Amsterdam (la prima vittoria risale al 1892 con il poemetto Veianus). Tuttavia, benché il poeta avesse una approfondita formazione nel campo del latino (si ricordi che tenne a Messina in qualità di professore ordinario la cattedra di letteratura latina dal 1897 al 1902), non trascurò la cultura greca (divenne ordinario di grammatica latina e greca a Pisa nel 1903). Sia nelle Myricae che nei Canti di Castelvecchio, solo per citare le due raccolte più famose e tralasciando gli interessi accademici del poeta, l’influenza della letteratura greca è costantemente presente (ma sapientemente celata o mescolata con la cultura popolare romagnola) anche in quei componimenti (primo fra tutti la cavalla storna) che, ad una lettura superficiale, sembrano essere il risultato di una creatività spontanea e, per così dire, fanciullesca.
Se si vuole, però, leggere dei testi pascoliani di ambientazione ellenica bisogna sfogliare le pagine dei Poemi Conviviali (la seconda edizione ampliata della raccolta risale al 1905). Basta leggere alcuni titoli delle poesie per capire di cosa si tratta: Solon, il cieco di Chio, la cetra di Achille, le Memnonidi, Antìclo, Il sonno di Odisseo, l’Ultimo viaggio, il poeta degli Iloti, Poemi di Ate, Sileno, Poemi di Psyche...Alexandros...


Apparentemente, limitandosi ai titoli, si potrebbero considerare fredde e scontate odicine neoclassiche (fin troppo praticate dai nostri poeti). In realtà, anche in questo genere di testi Pascoli rinnova il linguaggio poetico tradizionale per gettare una luce di profonda inquietudine sull’uomo e sul mondo contemporaneo. Non si tratta, dunque, delle vuote rievocazioni del mondo classico tanto care al Monti, ma di rivisitazioni moderne e personali della poesia antica secondo la sensibilità pascoliana.



Tra i testi dei Poemi Conviviali spicca indubbiamente L’Ultimo Viaggio (1904), opera che rappresenta la continuazione dell'Odissea omerica (alla luce di innumerevoli passi di poesia greca, di Dante e delle pagine dell'Ulisse di Tennyson, opera tradotta dallo stesso Pascoli in Sul limitare). 
In 1211 endecasillabi sciolti, suddivisi in 24 canti (come i 24 libri dell’Odissea), viene ripercorso l'itinerario di Ulisse, arrivando a raccontare gli ultimi anni di vita e la morte dell’eroe (tematiche che, come è noto, non fanno parte del poema epico). 
A partire dalla profezia di Tiresia di Od., XI 90-137 (che Pascoli stesso aveva tradotto col titolo La predizione di Tiresia), il poeta comincia a raccontare il viaggio di Ulisse presso i popoli «che non conoscono il mare» (Od., XI, 122), il sacrificio a Posidone per placarne l’ira e il tanto desiderato ritorno ad Itaca.

Ecco nella traduzione di Ippolito Pindemonte la scena della profezia di Tiresia:

Levossi al fine
Con l'aureo scettro nella man famosa
L'alma Tebana di Tiresia, e ratto
Mi riconobbe, e disse: "Uomo infelice,
Perché, del sole abbandonati i raggi,
Le dimore inamabili de' morti
Scendesti a visitar? Da questa fossa
Ti scosta, e torci in altra parte il brando,
Sì ch'io beva del sangue, e il ver ti narri".

Il piè ritrassi, e invaginai l'acuto
D'argentee borchie tempestato brando.
Ma ei, poiché bevuto ebbe, in tal guisa
Movea le labbra: "Rinomato Ulisse,
Tu alla dolcezza del ritorno aneli
E un nume invidïoso il ti contende
Come celarti da Nettun, che grave
Contra te concepì sdegno nel petto
Pel figlio, a cui spegnesti in fronte l'occhio?
Pur, sebbene a gran pena, Itaca avrai,
Sol che te stesso e i tuoi compagni affreni,
Quando, tutti del mar vinti i perigli,
Approderai col ben formato legno
Alla verde Trinacria isola, in cui
Pascon del Sol, che tutto vede ed ode,
I nitidi montoni e i buoi lucenti.
Se pasceranno illesi, e a voi non caglia
Che della patria, il rivederla dato,
Benché a stento, vi fia. Ma dove osiate
Lana o corno toccargli, eccidio a' tuoi,
E alla nave io predico, ed a te stesso.
E ancor che morte tu schivassi, tardo
Fora, ed infausto, e senza un sol compagno,
E su nave straniera, il tuo ritorno.
Mali oltra ciò t'aspetteranno a casa:
Protervo stuol di giovani orgogliosi,
Che ti spolpa, ti mangia, e alla divina
Moglie con doni aspira. È ver che a lungo
Non rimarrai senza vendetta. Uccisi
Dunque o per frode, o alla più chiara luce,
Nel tuo palagio i temerarî amanti,
Prendi un ben fatto remo, e in via ti metti:
Né rattenere il piè, che ad una nuova
Gente non sii, che non conosce il mare,
Né cosperse di sal vivande gusta,
Né delle navi dalle rosse guance,
O de' politi remi, ali di nave,
Notizia vanta. Un manifesto segno
D'esser nella contrada io ti prometto.
Quel dì che un altro pellegrino, a cui
T'abbatterai per via, te quell'arnese
Con che al vento su l'aia il gran si sparge
Portar dirà su la gagliarda spalla,
Tu repente nel suol conficca il remo.
Poi, vittime perfette a re Nettuno
Svenate, un toro, un arïete, un verro,
Riedi, e del cielo agli abitanti tutti
Con l'ordine dovuto offri ecatombe
Nella tua reggia, ove a te fuor del mare,
E a poco a poco da muta vecchiezza
Mollemente consunto, una cortese
Sopravverrà morte tranquilla, mentre
Felici intorno i popoli vivranno.
L'oracol mio, che non t'inganna, è questo.

"Tiresia", io rispondea, "così prescritto
(Chi dubbiar ne potrebbe?) hanno i celesti.
Ma ciò narrami ancora: io della madre
L'anima scorgo, che tacente siede
Appo la cava fossa, e d'uno sguardo,
Non che d'un motto, il suo figliuol non degna.
Che far degg'io, perché mi riconosca?
Ed egli: Troppo bene io nella mente
Io ti porrò. Quai degli spirti al sangue
Non difeso da te giunger potranno,
Sciorran parole non bugiarde: gli altri
Da te si ritrarran taciti indietro".
Svelate a me tai cose, in seno a Dite
Del profetante re l'alma s'immerse.








Il poemetto pascoliano si apre con l’eroe che ritorna ad Itaca dopo aver compiuto quanto Tiresia gli aveva profetizzato tra le ombre dei morti. É un Ulisse stanco, consumato da anni di guerra e innumerevoli viaggi (1-5):

Ed il timone al focolar sospese
in Itaca l'Eroe navigatore.
Stanco giungeva da un error terreno,
grave ai garretti, ch'egli avea compiuto
reggendo sopra il grande omero un remo

un eroe, in sostanza, vicino al termine della vita (162-175)

E per nove anni al focolar sedeva,
di sua casa, l'Eroe navigatore:
ché più non gli era alcuno error marino
dal fato ingiunto e alcuno error terrestre.
Sì, la vecchiaia gli ammollia le membra
a poco a poco. Ora dovea la morte
fuori del mare giungergli, soave,
molto soave, e né coi dolci strali
dovea ferirlo, ma fiatar leggiera
sopra la face cui già l'uragano
frustò, ma fece divampar più forte.

rappresentato in una dimora non più allietata dalla gioia del canto di Femio e del banchetto (184-194):

Ma raro nella casa era il convito,
né più sonava l'ilare tumulto
per il grande atrio umbratile; ché il vecchio
più non bramava terghi di giovenco,
né coscie gonfie d'adipe, di verro;
amava, invano, la fioril vivanda,
il dolce loto, cui chi mangia, è pago,
né altro chiede che brucar del loto.
Così le soglie dell'eccelsa casa
or d'Odissèo dimenticò l'aedo
dai molti canti



Pascoli raffigura (e nel far questo potrebbe aver rappresentato se stesso), il re di Itaca non solo vecchio e stanco, ma anche profondamente annoiato dalla vita e  dal suo presente. Davanti al fuoco, tra il sonno e la veglia, in compagnia della vecchia moglie non può far altro che rievocare nel suo cuore, guardando le stelle, le avventure del suo passato, tutte le vicissitudini che lo hanno fatto sentire vivo e che lo hanno tenuto lontano dal tedium vitae (215-246):

Sedeva al fuoco, e la sua vecchia moglie,
la bene oprante, contro lui sedeva,
tacita. E per le fauci del camino
fuligginose, allo spirar de' venti
umidi, ardeano fisse le faville;
ardean, lievi sbraciando, le faville
sul putre dorso dei lebeti neri.
Su quelle intento si perdea con gli occhi
avvezzi al cielo il corridor del mare.
E distingueva nel sereno cielo
le fuggitive Pleiadi e Boote
tardi cadente e l'Orsa, anche nomata
il Carro, che lì sempre si rivolge,
e sola è sempre del nocchier compagna.
E il fulgido Odisseo dava la vela
al vento uguale, e ferree avea le scotte,
e i buoni suoi remigatori stanchi
poneano i remi lungo le scalmiere.
La nave con uno schioccar di tela
correa da sé nella stellata notte,
e prendean sonno i marinai su i banchi,
e lei portava il vento e il timoniere.
L'Eroe giaceva in un'irsuta pelle,
sopra coperta, a poppa della nave,
e, dietro il capo, si fendeva il mare
con lungo scroscio e subiti barbagli.
Egli era fisso in alto, nelle stelle,
ma gli occhi il sonno gli premea, soave,
e non sentiva se non sibilare
la brezza nelle sartie e nelli stragli.
E la moglie appoggiata all'altro muro
faceva assiduo sibilare il fuso.

Ma in questo clima di triste rassegnazione un canto primaverile di rondini spinge l’eroe, di nascosto dalla moglie, alla partenza da Itaca per quell’ultimo viaggio (ultimo perché Ulisse alla fine troverà la morte) verso i luoghi del suo lungo pellegrinare sul mare, tra genti e creature favolose (289-310):

E per nove anni egli aspettò la morte
che fuor del mare gli dovea soave
giungere; e sì, nel decimo, su l'alba,
giunsero a lui le rondini, dal mare.
Egli dormia sul letto traforato
cui sosteneva un ceppo d'oleastro
barbato a terra; e marinai sognava
parlare sparsi per il mare azzurro.
E si destò con nell'orecchio infuso
quel vocìo fioco; ed ascoltò seduto:
erano rondini, e sonava intorno
l'umbratile atrio per il lor sussurro.
E si gittò sugli Omeri le pelli
caprine, ai piedi si legò le dure
uose bovine: e su la testa il lupo
facea nell'ombra biancheggiar le zanne.
E piano uscì dal talamo, non forse
udisse il lieve cigolio la moglie;
ma lei teneva un sonno alto, divino,
molto soave, simile alla morte.
E il timone staccò dal focolare,
affumicato, e prese una bipenne.



A questo punto, si dirige verso il mare secondo un’accordatura di versi tipicamente pascoliana nella descrizione naturalistica (321-335):

E poi soletto deviò volgendo
l'astuto viso al fresco alito salso.
Le quercie ai piedi gli spargean le foglie
roggie che scricchiolavano al suo passo.
Gemmava il fico, biancheggiava il pruno,
e il pero avea ne' rosei bocci il fiore.
E di su l'alto Nerito il cuculo
contava arguto il su e giù de l'onde.
E già l'Eroe sentiva sotto i piedi
non più le foglie ma scrosciar la sabbia;
né più pruni fioriti, ma vedeva
i giunchi scabri per i bianchi nicchi;
e infine apparve avanti al mare azzurro
l'Eroe vegliardo col timone in collo
e la bipenne;

Splendidi anche i versi che descrivono l’incontro tra l’eroe e il tanto sognato mare (335-338):  

                  e l'inquieto mare,
mare infinito, fragoroso mare,
su la duna lassù lo riconobbe
col riso innumerevole dell'onde.




e non potevano mancare i compagni, anche loro anziani:

si godeano il sole,
e la primaverile brezza arguta
s'udian fischiare nelle bianche barbe.  (468-470)

Di fronte ai compagni e animato dalla frenesia della partenza, Ulisse pronuncia un discorso (di derivazione dantesca Inf., XXVI, v. 106 segg.) carico di pathos e finalizzato a reclutare gli anziani compagni per questo ultimo e disperato viaggio, che non è finalizzato (come in Dante) al conseguimento di conoscenza, ma che ha come profonda motivazione il bisogno di rimettere in atto ciò che appartiene ad un passato dai contorni opachi e indefiniti (506-547):

Compagni, udite ciò che il cuor mi chiede
sino da quando ritornai per sempre.
Per sempre? chiese, e, No, rispose il cuore.
Tornare, ei volle; terminar, non vuole.
Si desse, giunti alla lor selva, ai remi
barbàre in terra e verzicare abeti!
Ma no! Né può la nera nave al fischio
del vento dar la tonda ombra di pino.
E pur non vuole il rosichìo del tarlo,
ma l'ondata, ma il vento e l'uragano.
Anch'io la nube voglio, e non il fumo;
il vento, e non il sibilo del fuso,
non l'odïoso fuoco che sornacchia,
ma il cielo e il mare che risplende e canta.
Compagni, come il nostro mare io sono,
ch'è bianco all'orlo, ma cilestro in fondo.
Io non so che, lasciai, quando alla fune
diedi, lo stolto che pur fui, la scure;
nell'antro a mare ombrato da un gran lauro,
nei prati molli di viola e d'appio,
o dove erano cani d'oro a guardia,
immortalmente, della grande casa,
e dove uomini in forma di leoni
battean le lunghe code in veder noi,
o non so dove. E vi ritorno. Io vedo
che ciò che feci è già minor del vero.
Voi lo sapete, che portaste al lido
negli otri l'orzo triturato, e il vino
color di fiamma nel ben chiuso doglio,
che l'uno è sangue e l'altro a noi midollo.
E spalmaste la pece alla carena,
ch'è come l'olio per l'ignudo atleta;
e portaste le gomene che serpi
dormono in groppo o sibilano ai venti;
e toglieste le pietre, anche portaste
l'aerea vela; alla dormente nave,
che sempre sogna nel giacere in secco,
portaste ognun la vostra ala di remo;
e ora dunque alla ben fatta nave
che manca più, vecchi compagni? Al mare
la vecchia nave: amici, ecco il timone.
Così parlò tra il sussurrìo dell'onde.

L’effetto di questo discorso è prevedibile: i compagni lasciano l’isola pronti a ricercare ciò che ha perso consistenza reale (548-604):





Ed ecco a tutti colorirsi il cuore
dell'azzurro color di lontananza;
e vi scorsero l'ombra del Ciclope
e v'udirono il canto della Maga:
l'uno parava sufolando al monte
pecore tante, quante sono l'onde;
l'altra tessea cantando l'immortale
sua tela così grande come il mare.
E tutti al mare trassero la nave
su travi tonde, come su le ruote;
e avvinsero gli ormeggi ad un lentisco
che verzicava sopra un erto scoglio;
e già salito, il vecchio Eroe nell'occhio
fece passar la barra del timone;
e stette in piedi sopra la pedagna.
Era seduto presso lui l'Aedo.
E con un cenno fece ai remiganti
salir la nave ed impugnare il remo.
Egli tagliò la fune con la scure.
E cantava un cuculo tra le fronde,
cantava nella vigna un potatore,
passava un gregge lungo su la rena
con incessante gemere d'agnelli,
ricciute donne in lavatoi perenni
batteano a gara i panni alto cianciando
e dalle case d'Itaca rupestre
balzava in alto il fumo mattutino.
E i marinai seduti alle scalmiere
facean coi remi biancheggiar il flutto.
E Femio vide sopra un alto groppo
di cavi attorti la vocal sua cetra,
la cetra ch'egli avea gittata, e un vecchio
dagli occhi rossi lieto avea raccolta
e portata alla nave, ai suoi compagni;
ed era a tutti, l'aurea cetra, a cuore,
come a bambino infante un rondinotto
morto, che così morto egli carezza
lieve con dita inabili e gli parla,
e teme e spera che gli prenda il volo.
E Femio prese la sua cetra, e lieve
la toccò, poi, forte intonò la voga
ai remiganti. E quell'arguto squillo
svegliò nel cuore immemore dei vecchi
canti sopiti; e curvi sopra i remi
cantarono con rauche esili voci.
- Ecco la rondine! Ecco la rondine! Apri!
ch'ella ti porta il bel tempo, i belli anni.
È nera sopra, ed il suo petto è bianco.
È venuta da uno che può tanto.
Oh! apriti da te, uscio di casa,
ch'entri costì la pace e l'abbondanza,
e il vino dentro il doglio da sé vada
e il pane d'orzo empia da sé la madia.
Uno anc'a noi, col sesamo, puoi darne!
Presto, ché non siam qui per albergare.
Apri, ché sto su l'uscio a piedi nudi!
Apri, ché non siam vecchi ma fanciulli! –

Si noti in questi versi alcuni dei temi tipicamente pascoliani: il canto del cuculo e la similitudine tra i compagni di Ulisse di fronte alla muta cetra e il fanciullo che cerca, quasi magicamente, di ridare vita a un rondinotto morto. 
A questo punto, la narrazione pascoliana si muove nella dimensione di un itinerario che è sostanzialmente un riappropriarsi (fallimentare come constaterà il protagonista) del passato nel presente. Mentre Ulisse e i suoi anziani compagni in un impeto fanciullesco cercano ansiosamente luoghi e personaggi che anni prima avevano incontrato sulla loro rotta, si presenta l’amara sorpresa di non trovare più niente e nessuno. 

La prima delusione avviene in quella che viene riconosciuta come l’isola di Eea, la terra della maga Circe (vv. 717 segg.):




E con la luce rosea dell'aurora
s'avvide, ch'era l'isola di Circe...

Ma non vide la casa alta di Circe...

Ma il luogo egli conobbe, ove gli occorse
il dio che salva, e riconobbe il poggio
donde strappò la buona erba, che nera
ha la radice, e come latte il fiore.
E non vide la casa alta di Circe...

E proseguì pei monti e per le valli,
e selve e boschi, attento s'egli udisse
lunghi sbadigli di leoni, désti
al lor passaggio, o l'immortal canzone
di tessitrice, della dea vocale.
E nulla udì nell'isola deserta,
e nulla vide; e si tuffava il sole,
e la stellata oscurità discese.

ma solo il cuore, l’immaginazione e il sonno, come spesso avviene anche in Pascoli, producono nell’eroe un incontro con i fantasmi del suo passato (esattamente come nella scena davanti al focolare):

Ed ecco il cuore dell'Eroe leoni
udì ruggire. Avean dormito il giorno,
certo, e l'eccelsa casa era vicina.
Invero intese anche la voce arguta,
in lontananza, della dea, che, sola,
non prendea sonno e ancor tessea notturna.
Né prendea sonno egli, Odisseo, ma spesso
si volgea su le foglie stridule aspre.

un incontro che tristemente è destinato a dissolversi con le prime luci del giorno:



E con la luce rosea dell'aurora
non udì più ruggito di leoni,
che stanchi alfine di vegliar, col muso
dormian disteso su le lunghe zampe.
Dormiva anch'ella, allo smorir dell'alba,
pallida e scinta sopra il noto letto.

Esattamente come per Circe, anche del mostruoso Ciclope non ci sarà più alcuna traccia. Anzi, l’esistenza di Polifemo verrà interpretata razionalmente come leggenda popolare:



Dentro e' non era. Egli pasceva al monte
i pingui greggi. E i due meravigliando
vedean graticci pieni di formaggi,
e gremiti d'agnelli e di capretti
gli stabbi, e separati erano, ognuni
ne' loro, i primaticci, i mezzanelli
e i serotini. E d'uno dei recinti
ecco che uscì, con alla poppa il bimbo,
un'altocinta femmina, che disse:
Ospiti, gioia sia con voi. Chi siete?
donde venuti? a cambiar qui, qual merce?
Ma l'uomo è fuori, con la greggia, al monte;
tra poco torna, ché già brucia il sole.
Ma pur mangiate, se il tardar v'è noia.
Sorrise ad Iro il vecchio Eroe: poi disse:
Ospite donna, e pur con te sia gioia.
Ma dunque l'uomo a venerare apprese
gli dei beati, ed ora sa la legge,
benché tuttora abiti le spelonche,
come i suoi pari, per lo scabro monte?
E l'altocinta femmina rispose:
Ospite, ognuno alla sua casa è legge,
e della moglie e de' suoi nati è re.
Ma noi non deprediamo altri: ben altri,
ch'errano in vano su le nere navi,
come ladroni, a noi pecore o capre
hanno predate. Altrui portando il male
rischian essi la vita. Ma voi siete
vecchi, e cercate un dono qui, non prede.
Verso Iro il vecchio anche ammiccò: poi disse:
Ospite donna, ben di lui conosco
quale sia l'ospitale ultimo dono.
Ed ecco un grande tremulo belato
s'udì venire, e un suono di zampogna,
e sufolare a pecore sbandate:
e ne' lor chiusi si levò più forte
il vagir degli agnelli e dei capretti.
Ch'egli veniva, e con fragore immenso
depose un grande carico di selva
fuori dell'antro: e ne rintronò l'antro.
E Iro in fondo s'appiattò tremando.

Al posto di Polifemo, dunque, una donna gentile accoglie Ulisse e Iro. I due si aspettano che torni il gigante, ma:

E l'uomo entrò, ma l'altocinta donna
gli venne incontro, e lo seguiano i figli
molti, e le molte pecore e le capre
l'una all'altra addossate erano impaccio,
per arrivare ai piccoli. E infinito
era il belato, e l'alte grida, e il fischio.
Ma in breve tacque il gemito, e ciascuno
suggea scodinzolando la sua poppa.
E l'uomo vide il vecchio Eroe che in cuore
meravigliava ch'egli fosse un uomo;
e gli parlò con le parole alate:
Ospite, mangia. Assai per te ne abbiamo.
Ed al pastore il vecchio Eroe rispose:
Ospite, dimmi. Io venni di lontano,
molto lontano; eppur io già, dal canto
d'erranti aedi, conoscea quest'antro.
Io sapea d'un enorme uomo gigante
che vivea tra infinite greggie bianche,
selvaggiamente, qui su i monti, solo
come un gran picco; con un occhio tondo...
Ed il pastore al vecchio Eroe rispose:
Venni di dentro terra, io, da molt'anni;
e nulla seppi d'uomini giganti.

Quella storia favolosa, raccapricciante del crudele Polifemo, divoratore di carne umana, insensibile alla pietas, al rispetto degli ospiti e delle leggi di Zeus si rivela essere nient'altro che sogno e inconsistente fumo, come lo stesso eroe è costretto ad ammettere (1007-1010):


E il cuore intanto ad Odisseo vegliardo
squittiva dentro, come cane in sogno:
Il mio sogno non era altro che sogno;
e vento e fumo. Ma sol buono è il vero.

Per quanto riguarda, invece, le tanto temute Sirene, Ulisse non può far altro che constatare che si tratta solo di scogli (1113 segg.):




E il vecchio Eroe sentì che una sommessa
forza, corrente sotto il mare calmo,
spingea la nave verso le Sirene
e disse agli altri d'inalzare i remi:
La nave corre ora da sé, compagni!
Non turbi il rombo del remeggio i canti
delle Sirene. Ormai le udremo. Il canto
placidi udite, il braccio su lo scalmo.
E la corrente tacita e soave
più sempre avanti sospingea la nave.
E il divino Odisseo vide alla punta
dell'isola fiorita le Sirene,
stese tra i fiori, con il capo eretto
su gli ozïosi cubiti, guardando
il mare calmo avanti sé, guardando
il roseo sole che sorgea di contro;
guardando immote; e la lor ombra lunga
dietro rigava l'isola dei fiori.
Dormite? L'alba già passò. Già gli occhi
vi cerca il sole tra le ciglia molli.
Sirene, io sono ancora quel mortale
che v'ascoltò, ma non poté sostare.
E la corrente tacita e soave
più sempre avanti sospingea la nave.
E il vecchio vide che le due Sirene,
le ciglia alzate su le due pupille,
avanti sé miravano, nel sole
fisse, od in lui, nella sua nave nera.
E su la calma immobile del mare,
alta e sicura egli inalzò la voce.
Son io! Son io, che torno per sapere!
Ché molto io vidi, come voi vedete
me. Sì; ma tutto ch'io guardai nel mondo,
mi riguardò; mi domandò: Chi sono?
E la corrente rapida e soave
più sempre avanti sospingea la nave.
E il Vecchio vide un grande mucchio d'ossa
d'uomini, e pelli raggrinzate intorno,
presso le due Sirene, immobilmente
stese sul lido, simili a due scogli.
Vedo. Sia pure. Questo duro ossame
cresca quel mucchio. Ma, voi due, parlate!
Ma dite un vero, un solo a me, tra il tutto,
prima ch'io muoia, a ciò ch'io sia vissuto!
E la corrente rapida e soave
più sempre avanti sospingea la nave.
E s'ergean su la nave alte le fronti,
con gli occhi fissi, delle due Sirene.
Solo mi resta un attimo. Vi prego!
Ditemi almeno chi sono io! chi ero!
E tra i due scogli si spezzò la nave.




Siamo giunti al termine dell’opera. Il re di Itaca si avvicina alla fine dei suoi giorni, lontano da Itaca e dagli affetti familiari, deluso e amareggiato da questi incontri mancati, dall’aver toccato con mano il nulla e dall’essere ormai propenso a credere che quei tormenti e quelle avventure vissute anni prima non fossero nient’altro che sogno. Ma proprio nel finale Pascoli, inaspettatamente, concede al suo vecchio eroe di incontrare almeno un personaggio del suo passato: Calipso.



Per ironia della sorte, colei che nell'Odissea avrebbe voluto concedere l’immortalità all’eroe (rifiutata da Ulisse in nome di Itaca e di Penelope) è destinata ad assisterne la morte:

E il mare azzurro che l'amò, più oltre
spinse Odisseo, per nove giorni e notti,
e lo sospinse all'isola lontana,
alla spelonca, cui fioriva all'orlo
carica d'uve la pampinea vite.
E fosca intorno le crescea la selva
d'ontani e d'odoriferi cipressi;
e falchi e gufi e garrule cornacchie
v'aveano il nido. E non dei vivi alcuno,
né dio né uomo, vi poneva il piede.
Or tra le foglie della selva i falchi
battean le rumorose ale, e dai buchi
soffiavano, dei vecchi alberi, i gufi,
e dai rami le garrule cornacchie
garrian di cosa che avvenia nel mare.
Ed ella che tessea dentro cantando,
presso la vampa d'olezzante cedro,
stupì, frastuono udendo nella selva,
e in cuore disse: Ahimè, ch'udii la voce
delle cornacchie e il rifiatar dei gufi!
E tra le dense foglie aliano i falchi.
Non forse hanno veduto a fior dell'onda
un qualche dio, che come un grande smergo
viene sui gorghi sterili del mare?
O muove già senz'orma come il vento,
sui prati molli di viola e d'appio?
Ma mi sia lungi dall'orecchio il detto!
In odio hanno gli dei la solitaria
Nasconditrice. E ben lo so, da quando
l'uomo che amavo, rimandai sul mare
al suo dolore. O che vedete, o gufi
dagli occhi tondi, e garrule cornacchie?
Ed ecco usciva con la spola in mano,
d'oro, e guardò. Giaceva in terra, fuori
del mare, al piè della spelonca, un uomo,
sommosso ancor dall'ultima onda: e il bianco
capo accennava di saper quell'antro,
tremando un poco; e sopra l'uomo un tralcio
pendea con lunghi grappoli dell'uve.
Era Odisseo: lo riportava il mare
alla sua dea: lo riportava morto
alla Nasconditrice solitaria,
all'isola deserta che frondeggia
nell'ombelico dell'eterno mare.
Nudo tornava chi rigò di pianto
le vesti eterne che la dea gli dava;
bianco e tremante nella morte ancora,
chi l'immortale gioventù non volle.
Ed ella avvolse l'uomo nella nube
dei suoi capelli; ed ululò sul flutto
sterile, dove non l'udia nessuno:
- Non esser mai! non esser mai! più nulla,
ma meno morte, che non esser più! -




L'opera si conclude nel tono di un pessimismo radicale ampiamente attestato nella letteratura greca antica: meglio non essere mai nati che dover affrontare la morte e il dolore. Questo pessimismo radicale non è, però, pura erudizione filologica da professore universitario, bensì l'essenza stessa di un certo atteggiamento pascoliano nei confronti della vita e della sofferenza (si badi: una sofferenza che in Pascoli non è addolcita da fedi religiose). 


Prima di concludere, non si può fare a meno di riportare il testo (indubbiamente più famoso di quello pascoliano) di Itaca di Kavafis (scritta sette anni dopo il poemetto di Pascoli, nel 1911) che, sotto un certo punto di vista, ci offre un messaggio non molto distante da quello pascoliano: 

Σα βγείς στον πηγαιμό για την Ιθάκη,
να εύχεσαι νάναι μακρύς ο δρόμος,
γεμάτος περιπέτειες, γεμάτος γνώσεις.
Τους Λαιστρυγόνας και τους Κύκλωπας,
τον θυμωμένο Ποσειδώνα μη φοβάσαι,
τέτοια στον δρόμο σου ποτέ σου δεν θα βρεις.
Αν μεν η σκέψις σου υψηλή, αν εκλεκτή
συγκίνησις το πνεύμα και το σώμα σου αγγίζει.
Τους Λαιστρυγόνας και τους Κύκλωπας,
τον άγριο Ποσειδώνα δεν θα συναντήσεις,
αν δεν τους κουβανείς μες στην ψυχή σου,
αν η ψυχή σου δεν τους στήνει εμπρός σου.
Να εύχεσαι νάναι μακρύς ο δρόμος.
Πολλά τα καλοκαιρινά πρωιά να είναι
που με τι ευχαρίστησι, με τι χαρά
θα μπαίνεις σε λιμένας πρωτοειδωμένους·
να σταματήσεις σ'εμπορεία Φοινικικά,
και τες καλές πραγμάτειες ν'αποκτήσεις,
σεντέφια και κοράλλια, κεχριμπάρια κ'έβενους,
και ηδονικά μυρωδικά καθε λογής,
όσο μπορείς πιο άφθονα ηδονικά μυρωδικά·
σε πόλεις Αιγυπτιακές πολλές να πάς,
να μάθεις και να μάθεις απ' τους σπουδασμένους.
Πάντα στο νου σου νάχεις την Ιθάκη.
Το φθάσιμον εκεί είν' ο προορισμός σου.
Αλλά μη βιάζεις το ταξείδι διόλου.
Καλλίτερα χρόνια πολλά να διαρκέσει·
και γέρος πια ν'αράξεις στο νησί,
πλούσιος με όσα κέρδισες στον δρόμο,
μη προσδοκώντας πλούτη να σε δώσει η Ιθάκη.
Η Ιθάκη σ' έδωσε τ'ωραίο ταξίδι.
Χωρίς αυτήν δεν θάβγαινες στον δρόμο.
Άλλα δεν έχει να σε δώσει πιά.
Κι αν πτωχική την βρεις, η Ιθάκη δεν σε γέλασε.
Έτσι σοφός που έγινες, με τόση πείρα,
ήδη θα το κατάλαβες η Ιθάκες τι σημαίνουν.


            Se per Itaca volgi il tuo viaggio,
fa voti che ti sia lunga la via,
e colma di vicende e conoscenze.
Non temere i Lestrìgoni e i Ciclopi
o Poseidone incollerito:mai
troverai tali mostri sulla via,
se resta il tuo pensiero alto, e squisita
è l'emozione che ti tocca il cuore
e il corpo. Né Lestrìgoni o Ciclopi
né Posidone asprigno incontrerai,
se non li rechi dentro, nel tuo cuore,
se non li drizza il cuore innanzi a te.
Fa voti che ti sia lunga la via.
E siano tanti i mattini d'estate
che ti vedano entrare (e con che gioia
allegra!) in porti sconosciuti prima.
Fa scalo negli empori dei Fenici
per acquistare bella mercanzia,
madrepore e coralli, ebani e ambre,
voluttuosi aromi d'ogni sorta,
quanti più puoi voluttuosi aromi.
Rècati in molte città dell'Egitto,
a imparare e imparare dai sapienti.
Itaca tieni sempre nella mente.
La tua sorte ti segna quell'approdo.
Ma non precipitare il tuo viaggio.
Meglio che duri molti anni, che vecchio
tu finalmente attracchi all'isoletta,
ricco di quanto guadagnasti in via,
senza aspettare che ti dia ricchezze.
Itaca t'ha donato il bel viaggio.
Senza di lei non ti mettevi più in via.
Nulla ha da darti più.
E se la trovi povera, Itaca non t'ha illuso.
Reduce così saggio, così esperto,
avrai capito che vuol dire un'Itaca.



Per leggere il testo integrale dell'Ultimo viaggio si veda  http://www.fondazionepascoli.it/testi5.htm










Commenti

Post più popolari