LIBANIO DI ANTIOCHIA: ΠΡΟΣ ΘΕΟΔΟΣΙΟΝ ΤΟΝ ΒΑΣΙΛΕΑ ΥΠΕΡ ΤΩΝ ΙΕΡΩΝ.


(Per approfondire cfr. Simon Price, La religione dei Greci, Bologna 2002, pp. 208-219 e Libanio di Antiochia, In difesa dei Templi, (a cura di R. Romano), Napoli 1982. ). 


L'orazione Pro templis (in greco ΠΡΟΣ ΘΕΟΔΟΣΙΟΝ ΤΟΝ ΒΑΣΙΛΕΑ ΥΠΕΡ ΤΩΝ ΙΕΡΩΝ) di Libanio di Antiochia  (314-394 d. C.), destinata e pronunciata (forse) in presenza dell'imperatore Teodosio  (347-395 d. C.) rappresenta per noi un documento importante di quel fanatismo cristiano, appoggiato dalle autorità imperiali, che ha portato in tutto l'impero romano non solo alla completa scomparsa dei culti pagani, ma anche alla gravissima distruzione di templi, santuari, opere d'arte e biblioteche.
Si tratta, dunque, di un testo scritto da un pagano che rivolgeva all'imperatore la richiesta di un estremo gesto di clementia e di pietas nei confronti di una tradizione religiosa e culturale durata secoli (argomentazione assai simile a quella di Simmaco nella celebre Relatio tertia in repetenda ara Victoriae in merito alla rimozione dell'Altare della Vittoria all'interno della Curia Iulia ).


 (La Curia Iulia a Roma)

Secondo gli studi (P. Petit, «Sur la date du “Pro templis” de Libanius» in Byzantion XXI (1951), pp.285-310), per datare l'orazione si devono considerare, rispettivamente, come terminus post quem il 385 (anno della legge di Teodosio che vietava i sacrifici cruenti ma taceva in merito alle offerte di incenso) e come terminus ante quem il 388 (anno della morte di Materno Cinegio, prefetto del Pretorio dal 384 al 388 ed esecutore materiale della legge di Teodosio. Nell'orazione tale personaggio è presentato come vivo).

8-9
"σὺ μὲν οὖν  οὔθ' ἱερὰ κεκλεῖσθαι <ἐκέλευσας> οὔτε μηδένα προσιέναι  οὔτε πῦρ οὔτε λιβανωτὸν οὔτε τὰς ἀπὸ τῶν ἄλλων θυμιαμάτων τιμὰς ἐξήλασας τῶν νεῶν οὐδὲ τῶν βωμῶν, οἱ δὲ μελανειμονοῦντες οὗτοι καὶ πλείω μὲν τῶν ἐλεφάντων ἐσθίοντες, πόνον δὲ παρέχοντες τῷ πλήθει τῶν ἐκπωμάτων τοῖς δι' ᾀσμάτων αὐτοῖς παραπέμπουσι τὸ ποτόν, συγκρύπτοντες δὲ ταῦτα ὠχρότητι τῇ διὰ τέχνης αὐτοῖς πεπορισμένῃ μένοντος, βασιλεῦκαὶ κρατοῦντος τοῦ νόμου θέουσιν ἐφ' ἱερὰ ξύλα φέροντες καὶ λίθους καὶ σίδηρον, οἱ δὲ καὶ ἄνευ τούτων χεῖρας καὶ πόδας. ἔπειτα Μυσῶν λεία καθαιρουμένων ὀροφῶν, κατασκαπτομένων τοίχων, κατασπωμένων ἀγαλμάτων, ἀνασπωμένον βωμῶν, τοὺς ἱερεῖς δὲ σιγᾶν τεθνάναι δεῖ· τῶν πρώτων δὲ κειμένων δρόμος ἐπὶ τὰ δεύτερα καὶ τρίτα, καὶ τρόπαια τροπαίοις ἐναντία τῷ νόμῳ συνείρεται. τολμᾶται μὲν οὖν κἀν ταῖς πόλεσι, τὸ πολὺ δὲ ἐν τοῖς ἀγροῖς. καὶ πολλοὶ μὲν οἱ καθ' ἕκαστον πολέμιοι, ἐπὶ δὲ μυρίοις κακοῖς τὸ διεσπαρμένον τοῦτ' ἀθροίζεται καὶ λόγον ἀλλήλους ἀπαιτοῦσι τῶν εἰργασμένων καὶ αἰσχύνη τὸ μὴ μέγιστα ἠδικηκέναι. χωροῦσι τοίνυν διὰ τῶν ἀγρῶν ὥσπερ χείμαρροι κατασύροντες διὰ τῶν ἱερῶν τοὺς ἀγρούς. ὅτου γὰρ ἂν ἱερὸν ἐκκόψωσιν ἀγροῦ, οὗτος τετύφλωταί τε καὶ κεῖται καὶ τέθνηκε. ψυχὴ γάρ, βασιλεῦ, τοῖς ἀγροῖς τὰ ἱερὰ προοίμια τῆς ἐν τοῖς ἀγροῖς κτίσεως γεγενημένα καὶ διὰ πολλῶν γενεῶν εἰς τοὺς νῦν
ὄντας ἀφιγμένα".

"Tu dunque comandasti che i templi non venissero chiusi e che non vi fosse proibizione di entrarvi, né bandisti il fuoco né l'incenso né le altre offerte di profumi dai templi e dagli altari; questi uomini vestiti di nero (i monaci) invece, che mangiano più degli elefanti, che stancano, per l'abbondanza delle coppe che tracannano, coloro che versano loro da bere al suono dei loro canti; essi, che nascondono questi eccessi sotto un pallore che si procurano artificialmente, o imperatore, in violazione della legge in vigore, corrono contro i templi portando legna (per arderli), pietre e ferro; e quelli che non ne hanno si servono di mani e piedi. E poi i tetti vengono tirati giù, i muri diroccati, le statue abbattute, gli altari rovesciati, i sacerdoti costretti a tacere o morire. Distrutto il primo tempio si corre ad un secondo e poi ad un terzo, e trofei si aggiungono a trofei, contro ogni legge. 9 Tutte queste violenze si osano in città, ma per lo più nelle campagne, ed essi in gran numero, attaccano in ogni luogo; dopo aver causato separatamente mille danni, si riuniscono e l'un l'altro si chiedono conto delle imprese: è una vergogna non aver commesso le più infamanti ingiustizie. Vanno all'assalto per le campagne come torrenti, devastando i campi col pretesto dei templi: nel campo dove hanno distrutto un tempio hanno anche accecato, abbattuto, ucciso! I templi infatti, o imperatore, sono l'anima delle campagne, i primi edifici in esse innalzati e attraverso molte generazioni affidati a noi che ora viviamo" (trad. di R. Romano)

Al paragrafo 11 l'autore denuncia anche il fatto che dietro alle devastazioni fanatiche c'era la brama di bottino, delle offerte dei templi pagani e dei terreni:

Οὕτως ἐπὶ τὰ μέγιστα τῶν πραγμάτων βαδίζει τὰ διὰ τὴν τούτων ἀσέλγειαν κατὰ τῶν ἀγρῶν τολμώμενα, οἳ φασὶ μὲν τοῖς ἱεροῖς πολεμεῖν, ἔστι δὲ οὗτος πόλεμος πόρος τῶν μὲν τοῖς ναοῖς ἐγκειμένων, τῶν δὲ τὰ ὄντα τοῖς ταλαιπώροις ἁρπαζόντων τά τε κείμενα αὐτοῖς ἀπὸ τῆς γῆς καὶ τρέφουσιν. ὥστ' ἀπέρχονται φέροντες οἱ ἐπελθόντες τὰ τῶν ἐκπεπολιορκημένων. τοῖς δὲ οὐκ ἀρκεῖ ταῦτα, ἀλλὰ καὶ γῆν σφετερίζονται τὴν τοῦ δεῖνος ἱερὰν εἶναι λέγοντες, καὶ πολλοὶ τῶν πατρῴων ἐστέρηνται δι' ὀνόματος οὐκ ἀληθοῦς. οἱ δ' ἐκ τῶν ἑτέρων τρυφῶσι κακῶν οἱ τῷ πεινῆν, ὥς φασι, τὸν αὑτῶν θεραπεύοντες θεόν. ἢν δ' οἱ πεπορθημένοι παρὰ τὸν ἐν ἄστει ποιμένα, καλοῦσι γὰρ οὕτως ἄνδρα οὐ πάνυ χρηστόν, ἢν οὖν ἐλθόντες ὀδύρωνται λέγοντες ἠδίκηνται, ποιμὴν οὗτος τοὺς μὲν ἐπῄνεσε, τοὺς δὲ ἀπήλασεν ὡς ἐν τῷ μὴ μείζω πεπονθέναι κεκερδακότας.

“Così conduce a gravi conseguenze ciò che essi insolentemente osano contro le campagne: essi dicono di combattere i templi, ma questa guerra è un mezzo per impadronirsi delle ricchezze dei templi, per rubare gli averi degli infelici, ciò che produce loro la terra e ciò che li nutre (il bestiame). Sicché se ne vanno, gli assalitori, portando via i beni di coloro che sono stati forzati a capitolare. Ma ciò non basta, e si impadroniscono del terreno di un tale asserendo che è terra sacra e molti sono privati dei patrimoni paterni con falsi pretesti. Essi vivono nel lusso grazie ai mali di altri, proprio essi che dicono di onorare il loro dio con il digiuno. E se le vittime dei saccheggi vanno dal “pastrore” (il vescovo) in città ‒ infatti così vien chiamato un individuo non certo perbene ‒ a lamentarsi dei danni che hanno subiti, questo pastore approva quelli, e scaccia loro perché pur sempre hanno guadagnato qualcosa non subendo mali peggiori”
(trad. di R. Romano)

Al paragrafo 22 Libanio, dopo aver messo in luce l’ipocrisia di chi a parole predica la non violenza e la pace e nei fatti compie gesti di intolleranza e violenza contro cose e persone (Εἰ δέ μοι γράμματα λέγουσιν ἀπὸ βίβλων αἷς  φασιν ἐμμένειν, ἐγὼ τὰ πράγματα ἀντιθήσω τὰ παρὰ  φαῦλον ἐκείνοις πεποιημένα “E se essi mi parlano di ciò che è scritto nei libri che affermano di osservare, io opporrò loro ciò che essi stoltamente hanno commesso), testimonia un gesto di violenza e inciviltà compiuto dai cristiani contro una statua di bronzo raffigurante Asclepio nelle sembianze di Alcibiade:

“ἦν ἄγαλμα  ἐν Βεροίᾳ τῇ πόλει χαλκοῦν, Ἀσκληπιὸς ἐν εἴδει τοῦ  Κλεινίου παιδὸς τοῦ καλοῦ καὶ τέχνη τὴν φύσιν ἐμιμεῖτο, τοσοῦτον δὲ ἦν τὸ τῆς ὥρας, ὥστε καὶ οἷς ὑπῆρχεν αὐτὸν καθ' ἡμέραν ὁρᾶν, εἶναι τῆς θέας ὅμως ἐπιθυμίαν. τούτῳ θύεσθαι θυσίας οὐδεὶς οὕτως ἀναιδής, ὡς εἰπεῖν ἂν τολμῆσαι. τοῦτο τοίνυν, βασιλεῦ, τὸ τοιοῦτον πολλῷ μέν, ὡς εἰκός, πόνῳ, λαμπρᾷ δὲ  ἠκριβωμένον ψυχῇ κατακέκοπται καὶ οἴχεται, καὶ τὰς  Φειδίου χεῖρας πολλαὶ διενείμαντο. διὰ ποῖον αἷμα; διὰ ποίαν μάχαιραν; διὰ ποίαν ἔξω τῶν νόμων θεραπείαν;”

“V’era nella città di Berea una statua di bronzo, Asclepio con le sembianze del bel figlio di Clinia, statua in cui l’arte imitava perfettamente la natura: era così bella che chi la vedeva un giorno, desiderava senz’altro rivederla. Nessuno sarebbe così impudente da azzardarsi a dire che abbia ricevuto dei sacrifici. Questa statua dunque, o imperatore, eseguita veramente con tanta fatica, opera di un genio illustre, è stata fatta a pezzi e distrutta; molte mani si sono divise l’opera di Fidia! E per quale sangue! Per quale coltello? Per quale culto fuorilegge?  (trad. di R. Romano)

Per quanto concerne, invece, le presunte conversioni di massa alla nuova religione l’oratore mette in evidenza il fatto che tali conversioni non sono sincere, ma di comodo:

28
Εἰ δέ σοι φήσουσί τινας ἑτέρους ὑπὸ τούτων γεγενῆσθαι τῶν ἔργων καὶ μετ' αὐτῶν εἶναι τῇ περὶ τοῦ θείου δόξῃ, μή σε λανθανέτωσαν δοκοῦντας, οὐ γεγενημένους λέγοντες. ἀφεστᾶσι μὲν γὰρ οὐδὲν μᾶλλον αὑτῶν, φασὶ δέ. τοῦτο δέ ἐστιν οὐκ ἐκείνους ἕτερα τιμᾶν ἀνθ' ἑτέρων, ἀλλὰ τούτους πεφενακίσθαι. ἔρχονται μὲν γὰρ ἐπὶ τὰ φαινόμενα <καὶ> τὸν τούτων ὄχλον καὶ διὰ τῶν ἄλλων ὧν οὗτοι πορεύονται, καταστάντες δὲ εἰς σχῆμα τὸ τῶν εὐχομένων ἢ οὐδένα καλοῦσιν ἢ τοὺς θεούς, οὐ καλῶς μὲν ἐκ τοῦ τοιούτου χωρίου, καλοῦσι δ' οὖν.


“Se essi poi vengono a dirti che, con tali mezzi, qualcuno si è convertito alla loro fede, non lasciarti ingannare perché parlano di conversioni apparenti e non certo sincere. Quelli infatti non hanno certo cambiato fede, anche se costoro l’affermano: in realtà non hanno mutato credenze, ma devono affermarlo per ingannarli. Vanno alle loro cerimonie e si mescolano alla loro folla e seguono il loro cammino, ma se fanno finta di pregare non invocano che gli dei: in un luogo non adatto, eppure li invocano.”  (trad. di R. Romano)


La contraddizione fra il pacifismo del cristianesimo e le violenze contro le comunità pagane viene colta in maniera molto lucida al par. 29, dove Libanio si chiede, legittimamente, non solo come possa essere giustificata la violenza alla luce di quanto sembrano affermare i testi cristiani, ma anche rileva come la costrizione religiosa, venuta meno la persuasione, è del tutto inutile:

δεῖ γὰρ δὴ τά γε τοιαῦτα πείθειν, οὐ προσαναγκάζειν. εἰ δ' μὴ τοῦτο δυνάμενος ἐκείνῳ χρήσεται, εἴργασται μὲν οὐδέν, οἴεται δέ [τουτὶ ἀσθενές]. λόγος δὲ μηδ' ἐν τοῖς τούτων αὐτῶν τοῦτο ἐνεῖναι νόμοις, ἀλλ' εὐδοκιμεῖν μὲν τὸ πείθειν, κακῶς δὲ ἀκούειν τὴν ἀνάγκην. τί οὖν μαίνεσθε κατὰ τῶν  ἱερῶν, εἰ τὸ πείθειν μὲν οὐκ ἔστι, βιάζεσθαι δὲ <δεῖ>; σαφῶς γὰρ οὕτως καὶ τοὺς ὑμετέρους ἂν αὐτῶν παραβαίνοιτε νόμους. 

“Bisogna infatti persuadere, non costringere! Se colui che non può persuadere si serve della costrizione, non conclude nulla, anche se ritiene il contrario. Dicono che questo modo di agire non esiste nelle loro leggi, ma che la persuasione è approvata e la violenza non viene tollerata. Perché allora tanta cieca follia contro i templi? Se non è possibile persuadere proprio usare la violenza? Evidentemente così facendo violate le vostre stesse leggi! 


(trad. di R. Romano)








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