PASCOLI E LA CULTURA GRECA


PASCOLI E LA CULTURA GRECA 




Non sempre le parole dei poeti vengono apprezzate e valutate nella loro completezza. Spesso c'è bisogno di tempo e di un'ampia valutazione critica per capire ed apprezzare il complesso messaggio contenuto nelle poesie. Molte volte, inoltre, bastano pochi testi per delineare nell'immaginario collettivo il ritratto di un artista. Di conseguenza, risulta inevitabile che la fortuna di una determinata produzione poetica (la tradizione del testo) venga affidata ad una manciata di versi che, a volte, non vengono neppure compresi correttamente. Questo aspetto ha come conseguenza il fatto che non si approfondiscano adeguatamente i testi, che ci si fermi all'apparenza, al significato letterale o, peggio, che si cerchi di sintetizzare la sfaccettata personalità di un poeta attraverso etichette o comodi stereotipi che spesso mascherano profonda ignoranza dei testi o che, in un certo qual modo, cercano di sostituirsi ai testi stessi (non è importante conoscere un poeta ma ciò che la critica dice di lui!). Queste considerazioni sono tristemente vere per uno dei più grandi poeti italiani a cavallo fra Ottocento ed Novecento: Giovanni Pascoli. Per molto tempo, infatti, è stato considerato il poeta dei bambini, l'ingenuo cantore delle piccole cose. In sostanza, il poeta più adatto - proprio per la sua ingenuità e per la schiettezza dei sentimenti - ai bambini delle scuole elementari. In realtà questa visione - ancora abbastanza radicata nell'immaginario collettivo (ma abbandonata dalla critica) - è smentita sia da quanto emerge da una lettura complessiva del corpus pascoliano sia da alcune considerazioni biografiche. Il poeta, infatti, discepolo e successore di Carducci all'università di Bologna come titolare della cattedra di letteratura italiana (dal novembre 1905), si laureò nel 1882 con una tesi di laurea sulla metrica di Alceo e fu docente di greco e latino a partire dal 1882 stesso (Matera, Massa, Livorno). A partire dal 1895 intraprese la carriera universitaria diventando professore straordinario di grammatica greca all'università di Bologna e, successivamente, nel 1897 professore ordinario di letteratura latina all'università di Messina (si trasferì all'università di Pisa nel 1903 come professore di grammatica greca e latina). Questi elementi della vita del poeta spesso dimenticati sono estremamente importanti per capire quale sia il complesso retroterra culturale dell'intera produzione pascoliana. 
Chi va a visitare la dimora del poeta a Castelvecchio Pascoli rimarrà colpito dalla presenza nello studio di tre scrivanie. Questo elemento, lungi dall'essere una stramberia del poeta, rappresenta, in realtà, il complesso mondo spirituale e poetico di Pascoli. Infatti, le tre scrivanie corrispondono a tre diverse attività: la poesia in italiano, la poesia in latino e la critica dantesca. 

Nel 1892, anno in cui fu pubblicata la seconda edizione della famosa raccolta Myricae (il cui titolo trae origine da un verso della quarta ecloga di Virgilio:  Arbusta iuvant, humilesque myricae) il Pascoli vinse la prima di 13 medaglie d'oro conseguite al premio di poesia latina di Amsterdam (Certamen poeticum Hoeufftianum) dimostrando non soltanto una profonda conoscenza della lingua latina (a tal proposito si legga  A. Traina, Saggio sul latino del Pascoli, Padova 1961) ma anche una capacità straordinaria di adattare la lingua classica allo spirito della poesia e del linguaggio moderno (cfr. G. Pasquali, La poesia latina del Pascoli in Pagine stravaganti di un filologo, II pp. 176-189, Firenze 1994).


Data la complessità e vastità dell'argomento, mi limiterò, pertanto, nel prossimo contributo a presentare alcuni componimenti del poeta che mostrano come dietro all'apparente semplicità di certi testi pascoliani si nascondano precisi rimandi alla classicità (in particolare alla grecità).

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