RIFLESSIONI ESISTENZIALI NELLA CULTURA GRECA ANTICA (PARTE 2)

RIFLESSIONI ESISTENZIALI NELLA CULTURA GRECA ANTICA II

All’interno della produzione lirica greca conservata il testo più significativo e più famoso che presenta una lucida riflessione sull’esistenza umana, giuntoci grazie ad una citazione contenuta nel Florilegio di Stobeo (IV 34, 12), è indubbiamente un frammento elegiaco di Mimnermo (fr. 2 West):


Ἡμεῖς δ', οἷά τε φύλλα φύει πολυάνθεμος ὥρη
     ἔαρος, ὅτ' αἶψ' αὐγῆις αὔξεται ἠελίου,
τοῖς ἴκελοι πήχυιον ἐπὶ χρόνον ἄνθεσιν ἥβης
     τερπόμεθα, πρὸς θεῶν εἰδότες οὔτε κακὸν
5       οὔτ' ἀγαθόν· Κῆρες δὲ παρεστήκασι μέλαιναι,
     μὲν ἔχουσα τέλος γήραος ἀργαλέου,
δ' ἑτέρη θανάτοιο· μίνυνθα δὲ γίνεται ἥβης
     καρπός, ὅσον τ' ἐπὶ γῆν κίδναται ἠέλιος.
αὐτὰρ ἐπὴν δὴ τοῦτο τέλος παραμείψεται ὥρης,
10          αὐτίκα δὴ τεθνάναι βέλτιον βίοτος· 
πολλὰ γὰρ ἐν θυμῶι κακὰ γίνεται· ἄλλοτε οἶκος
     τρυχοῦται, πενίης δ' ἔργ' ὀδυνηρὰ πέλει·
ἄλλος δ' αὖ παίδων ἐπιδεύεται, ὧν τε μάλιστα
     ἱμείρων κατὰ γῆς ἔρχεται εἰς Ἀΐδην·
15     ἄλλος νοῦσον ἔχει θυμοφθόρον· οὐδέ τίς ἐστιν
     ἀνθρώπων ὧι Ζεὺς μὴ κακὰ πολλὰ διδοῖ.


“Al modo delle foglie che nel tempo
fiorito della primavera nascono
e ai raggi del sole rapide crescono,
noi simili a quelle per un attimo
abbiamo diletto del fiore dell'età
ignorando il bene e il male per dono dei Celesti.
Ma le nere dee ci stanno sempre a fianco,
l'una con il segno della grave vecchiaia
e l'altra della morte. Fulmineo
precipita il frutto della giovinezza,
come luce d'un giorno sulla terra.
E quando il suo tempo è dileguato
è meglio la morte che la vita .”    (trad. it. di S. Quasimodo)


L’elegia attraverso una ricercata cura formale elabora il motivo topico della caducità della giovinezza e dell’incombere della vecchiaia, concepita come un’età colma di mali, disagi e tormenti, in sostanza, un vero e proprio preludio alla morte. L'illustre antecedente poetico di questa elegia è rappresentato da un passo contenuto nel VI libro dell’Iliade, dove al termine di una lunga serie di impressionanti imprese sotto le mura di Troia, Diomede si imbatte in Glauco, nipote di Bellerofonte e alleato dei Troiani, cui chiede di rivelare l'identità (vv. 145-149):


Τυδεΐδη μεγάθυμε τί ἢ γενεὴν ἐρεείνεις;
οἵη περ φύλλων γενεὴ τοίη δὲ καὶ ἀνδρῶν.
φύλλα τὰ μέν τ’ ἄνεμος χαμάδις χέει, ἄλλα δέ θ’ ὕλη
τηλεθόωσα φύει, ἔαρος δ’ ἐπιγίγνεται ὥρη·
ὣς ἀνδρῶν γενεὴ ἣ μὲν φύει ἣ δ’ ἀπολήγει.

“Tidide possente, perchè mi chiedi la discendenza?
Quale delle foglie la stirpe,
tale anche quella degli uomini.
Le foglie, alcune il vento le getta per terra, altre la selva
fiorente genera, e sopraggiunge il tempo della primavera:
così una stirpe di uomini viene al mondo ed un'altra scompare.”
(trad. it. di R. Calzecchi Onesti)

Benché il testo di Mimnermo riprenda la lingua e la dizione omerica, l'elegia da un punto di vista tematico modifica il senso dei versi omerici. Infatti, in Omero la similitudine delle foglie cadute viene applicata all'esistenza umana in quanto tale, mentre in Mimnermo essa si rivolge piuttosto alla sfera dei piaceri tipici della giovinezza, la cui transitorietà viene paragonata all'effimera natura delle foglie. Per Mimnermo, dunque, solo la giovinezza è la parte della vita degna di essere realmente vissuta, mentre la rimanente parte è peggiore della morte stessa (fr. 1 West):

τίς δὲ βίος, τί δὲ τερπνὸν ἄτερ χρυσῆς Ἀφροδίτης;               
     τεθναίην, ὅτε μοι μηκέτι ταῦτα μέλοι,
          κρυπταδίη φιλότης καὶ μείλιχα δῶρα καὶ εὐνή,  
     οἷ' ἥβης ἄνθ<εα> γίνεται ἁρπαλέα
          ἀνδράσιν ἠδὲ γυναιξίν· ἐπεὶ δ' ὀδυνηρὸν ἐπέλθῃ         
     γῆρας, ὅ τ' αἰσχρὸν ὁμῶς καὶ κακὸν ἄνδρα τιθεῖ,
αἰεί μιν φρένας ἀμφὶ κακαὶ τείρουσι μέριμναι,   
     οὐδ' αὐγὰς προσορῶν τέρπεται ἠελίου,
ἀλλ' ἐχθρὸς μὲν παισίν, ἀτίμαστος δὲ γυναιξίν·  
     οὕτως ἀργαλέον γῆρας ἔθηκε θεός.


“Che vita, che gioia senza Afrodite aurea?
 Potessi morire, quando queste cose non mi stessero più a cuore,
 i segreti amorosi, i dolci doni ed il letto,
 soli fiori di giovinezza
 bramati da uomini e donne. Ma dopo che è giunta
 la dolorosa vecchiaia, che rende l'uomo brutto e maligno,
 sempre gli consumano il cuore pensieri brutti
 senza provare gioia nel guardare i raggi del sole,
 ma è odiato dai ragazzi e disprezzato dalle donne.
 Così dolorosa fece un dio la vecchiaia”. 



Anche in questa elegia numerosi sono i legami linguistici omerici, tuttavia Mimnermo nei confronti della morale tradizionale arcaica, rappresentata oltre che dall'epica omerica, ad esempio, da Tirteo nell'invito a morire giovani per la patria (fr. 10 West), svolge una sorta di parenesi rovesciata, nel senso che per il poeta appare bello morire da giovani non per un nobile scopo civile (la salvezza della patria), ma perché dopo la giovinezza non c'è nulla di bello che possa rendere felice e serena l'esistenza umana. Ciò che caratterizza queste elegie di Mimnermo, dunque, è una forte componente edonistica tipica di un contesto simposiale, dove l'esaltazione dei piaceri della vita induce ad una amara riflessione sulla fugacità delle gioie e dei piaceri legati alla giovinezza.
L'idea di Mimnermo della morte preferibile ad una vita penosa presente, tema assai vivo nella letteratura greca, raggiunge le tinte più cupe e drammatiche del pessimismo nell'Edipo a Colono di Sofocle (vv. 1224-1238), dove neppure i piaceri della giovinezza possono garantire e procurare un'esistenza serena:

μὴ φῦναι τὸν ἅπαντα νικᾷ λόγον· τὸ δ’, ἐπεὶ φανῇ,
βῆναι κεῖθεν ὅθεν περ ἥκει,
πολὺ δεύτερον, ὡς τάχιστα.
ὡς εὖτ’ ἂν τὸ νέον παρῇ κούφας ἀφροσύνας φέρον,
τίς πλαγὰ πολύμοχθος ἔξω; τίς οὐ καμάτων ἔνι;
φθόνος, στάσεις, ἔρις, μάχαι
καὶ φόνοι· τό τε κατάμεμπτον ἐπιλέλογχε
πύματον ἀκρατὲς ἀπροσόμιλον
γῆρας ἄφιλον, ἵνα πρόπαντα
κακὰ κακῶν ξυνοικεῖ.

“Il non venire alla luce supera ogni riflessione. Poi, dopo che uno è venuto alla luce, l'andarsene proprio là da dove si è giunti il più presto possibile è cosa molto secondaria, dato che quando si presenta la giovinezza apportatrice di leggera insensatezza, quale dolore mai stabile è assente? Quale pena non è presente? Invidia, contese, dispute, battaglie e stragi? E poi la spregevole estrema vecchiaia diventa la nostra sorte, inferma, scontrosa, senza persone care, dove a mali si aggiungono mali”. 


Una concezione simile è presente anche nello storico Erodoto, contemporaneo ed amico di Sofocle. In un passo tratto dal famoso incontro fittizio tra Creso e Solone (I 30-34) alle ricchezze smisurate di Creso il sapiente Solone antepone una vita semplice, incentrata sulla moderazione e sull'accontentarsi di ciò che si possiede. Tra i vari esempi di vita felice citati dal legislatore ateniese, Cleobi e Bitone vengono menzionati dal momento che con la loro prematura morte hanno raggiunto ciò che per l'uomo è la cosa migliore (τὸ ἀνθρώπῳ τυχεῖν ἄριστον ἐστί), ossia la morte. In questa concezione appare chiaro, dunque, che ciò rende felice e pienamente realizzata la vita dell'uomo è proprio, paradossalmente, la morte. Dal momento che nulla nel mondo è stabile e capace di procurare una felicità piena, la morte, soprattutto se prematura, può liberare l'uomo dalle schiavitù e dai dolori della vita in maniera definitiva (si ricordi a tal proposito il noto frammento di Menandro [11K.-Th] “Muore giovane colui che gli dei amano”).

Tornando all'immagine di un'umanità simile alle foglie degli alberi, va osservato che godette di notevole fortuna all'interno della letteratura greca. In particolare, Bacchilide descrisse negli Epinici (5, 64-67) le ombre dei morti che affollano le rive del fiume infernale in questi termini:

                   ἔνθα δυστάνων βροτῶν


                   ψυχὰς ἐδάη παρὰ Κωκυτοῦ ῥεέθροις,


                   οἷά τε φύλλ’ ἄνεμος
                   Ἴδας ἀνὰ μηλοβότους
                   πρῶνας ἀργηστὰς δονεῖ.


“Lì conobbe le anime degli sventurati mortali presso le correnti del Cocito, come le foglie il vento sulle alture nutrici di greggi dell'Ida splendenti scuote.”

Sul finire del V secolo a. C., in piena guerra del Peloponneso, Aristofane negli Uccelli definisce così nel Coro gli uomini (vv. 685-687):


ἄγε δὴ φύσιν ἄνδρες ἀμαυρόβιοι, φύλλων γενεᾷ προσόμοιοι,
ὀλιγοδρανέες, πλάσματα πηλοῦ, σκιοειδέα φῦλ’ ἀμενηνά,
ἀπτῆνες ἐφημέριοι ταλαοὶ βροτοὶ ἀνέρες εἰκελόνειροι,

“ Uomini per natura avvolti nell'oscurità,
simili alla natura delle foglie,
deboli, composti di fango, esseri di vana ombra,
privi di ali, creature di breve durata, miseri mortali, simili al sogno.”

Se dall'età classica passiamo all'epoca ellenistica ritroviamo tale similitudine con variatio nel più importante poema epico ellenistico giunto fino a noi: le Argonautiche di Apollonio Rodio. In un passo del poema (IV 214-217), dove il poeta parla dell'assemblea dei Colchi, troviamo:

ἐς δ’ ἀγορὴν ἀγέροντ’ ἐνὶ τεύχεσιν· ὅσσα δέ πόντου
κύματα χειμερίοιο κορύσσεται ἐξ ἀνέμοιο,
ἢ ὅσα φύλλα χαμᾶζε περικλαδέος πέσεν ὕλης
φυλλοχόῳ ἐνὶ μηνί--τίς ἂν τάδε τεκμήραιτο;

“Si raccolgono in adunanza armati, quanti del mare
le onde tempestose si gonfiano a causa del vento
o quanti le foglie (hosa fylla) a terra dai boschi pieni di rami
sono solite cadere nella stagione che fa cadere le foglie
-e chi mai potrebbe enumerarle?”

Il passo di Apollonio Rodio, pur riprendendo la similitudine uomini/foglie non sembra rifarsi al passo dell'Iliade che sembra aver ispirato Mimnermo, Bacchilide ed Aristofane, bensì ad Od. IX, 51, dove Odisseo, dopo aver rivelato la propria identità ad Alcinoo, racconta l'avventura presso i Cìconi:

“Ἰλιόθεν με φέρων ἄνεμος Κικόνεσσι πέλασσεν,
Ἰσμάρῳ. ἔνθα δ’ ἐγὼ πόλιν ἔπραθον, ὤλεσα δ’ αὐτούς·
ἐκ πόλιος δ’ ἀλόχους καὶ κτήματα πολλὰ λαβόντες
δασσάμεθ’, ὡς μή τίς μοι ἀτεμβόμενος κίοι ἴσης.
ἔνθ’ ἦ τοι μὲν ἐγὼ διερῷ ποδὶ φευγέμεν ἡμέας
ἠνώγεα, τοὶ δὲ μέγα νήπιοι οὐκ ἐπίθοντο.
ἔνθα δὲ πολλὸν μὲν μέθυ πίνετο, πολλὰ δὲ μῆλα
ἔσφαζον παρὰ θῖνα καὶ εἰλίποδας ἕλικας βοῦς·
τόφρα δ’ ἄρ’ οἰχόμενοι Κίκονες Κικόνεσσι γεγώνευν,
οἵ σφιν γείτονες ἦσαν, ἅμα πλέονες καὶ ἀρείους,
ἤπειρον ναίοντες, ἐπιστάμενοι μὲν ἀφ’ ἵππων
ἀνδράσι μάρνασθαι καὶ ὅθι χρὴ πεζὸν ἐόντα.
ἦλθον ἔπειθ’ ὅσα φύλλα καὶ ἄνθεα γίγνεται ὥρῃ,
ἠέριοι·

“Da Ilio portato dal vento giunsi alla terra dei Cìconi
ad Ismaro e lì io la città devastai, annientai la loro gente.
Dalla città le spose e grandi ricchezze prendemmo,
poi ce le spartimmo in modo che nessuno privato della propria parte
potesse partire. Allora io dissi loro di fuggire rapidamente,
ma quelli per la loro folle pazzia non mi diedero retta.
Si bevevano vino in abbondanza, molte greggi
sgozzavano sulla riva e buoi dalle corna ricurve.
Intanto i Cìconi andavano a chiedere aiuto ai loro vicini
Cìconi, più numerosi e allo stesso tempo più valorosi,
che abitavano nell'entroterra, capaci di combattere a cavallo
e là dove occorreva sapevano battersi a piedi.
E giunsero tanto numerosi quante foglie e fiori nascono in primavera.”

oppure ad un passo dell'Iliade (II, 467-468), dove la similitudine è riferita alla moltitudine dei guerrieri greci che si riversano sulla piana dello Scamandro:

ἔσταν δ’ ἐν λειμῶνι Σκαμανδρίῳ ἀνθεμόεντι
μυρίοι, ὅσσά τε φύλλα καὶ ἄνθεα γίγνεται ὥρῃ.

“Si fermarono sulla prateria dello Scamandro fiorente
innumerevoli, quante le foglie ed i fiori nascono in primavera.”

Risulta chiaro come la similitudine esistenziale di Il. VI, 145-149, molto verosimilmente conosciuta da Apollonio Rodio, venga utilizzata, conformemente al modello omerico di Il. II, 468 ed Od. IX, 51, non per indicare una condizione della vita umana, bensì per dare l'idea di una immensa quantità di uomini.

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