RIFLESSIONI ESISTENZIALI NELLA CULTURA GRECA ANTICA

RIFLESSIONI ESISTENZIALI NELLA CULTURA GRECA ANTICA
(parte 1)


Nell'immaginario collettivo la Grecia antica è la patria dell'apollinea armonia, della luce e della bellezza. Le eleganti architetture dell'acropoli di Atene per secoli sono state considerate l'emblema della saggezza del mondo classico. Tuttavia, a ben vedere, se si analizzano i testi letterari a noi giunti, la poesia greca antica ha dato molto più spazio ai tormenti ed al male di vivere che non alle gioie dell’esistenza. Si pensi, ad esempio, al messaggio complessivo dell'Iliade (il dramma della morte e della sofferenza che accomuna vincitori e vinti), alle sofferenze di Odisseo (emblematica è la descrizione del regno dei morti del canto XI del poema), alla lirica arcaica, alla tragedia greca oppure ai malinconici epigrammi funebri dell'Antologia Palatina.

Nella poesia greca troviamo una serie di metafore o similitudini1 che paragonano l'uomo ad un'ombra, un fantasma o ad un sogno. In alcuni casi il paragone viene riferito alla vita dell'uomo oppure alla sua sorte dopo la morte. La testimonianza più antica presente nella lirica greca si ritrova nelle Pitiche di Pindaro (VIII, 95 segg.), dove il poeta per indicare la fragilità dell'essere umano di fronte agli dei considera l'uomo il “sogno di un ombra”:




ἐπάμεροι· τί δέ τις; τί δ’ οὔ τις; σκιᾶς ὄναρ

ἄνθρωπος. ἀλλ’ ὅταν αἴγλα διόσδοτος ἔλθῃ,

λαμπρὸν φέγγος ἔπεστιν ἀνδρῶν καὶ μείλιχος αἰών·


“Creature di un giorno,
che cosa mai è qualcuno,
che cosa mai nessuno?
Sogno di un'ombra è l'uomo.
Ma quando un bagliore discende dal dio,
fulgida luce risplende sugli uomini
e dolce è la vita.”2



Nella tragedia ritroviamo un' immagine simile in due passi dell'Agamennone di Eschilo e nel Prometeo Incatenato. Nella Parodo dell'Agamennone (80-82) il Coro formato da vecchi argivi, sottolineando la debolezza della loro condizione senile, simile a quella di un bambino inerme, afferma:


κατακαρφομένης τρίποδας μὲν ὁδοὺς
στείχειπαιδὸς δ’ οὐδὲν ἀρείων
ὄναρ ἡμερόφαντον ἀλαίνει.


“L'estrema vecchiaia, come già una foglia secca,
avanza su tre piedi, per nulla più forte del giovane
erra come fantasma che vaga di notte.”


mentre altrove (839 segg.), Agamennone paragona i falsi amici all'immagine di un'ombra:

εἰδὼς λέγοιμ’ ἄν, εὖ γὰρ ἐξεπίσταμαι
ὁμιλίας κάτοπτρον, εἴδωλον σκιᾶς
δοκοῦντας εἶναι κάρτα πρευμενεῖς ἐμοί.

“Conosco bene lo specchio dell'amicizia e immagine d'ombra
sono coloro che all'apparenza mi erano favorevoli.”

Nel Prometeo Incatenato (opera problematica al punto da non essere stata attribuita ad Eschilo da alcuni studiosi), dopo che il protagonista ha elencato i doni recati all'umanità, il Coro (537-549) mette in rilievo l'intrinseca fragilità delle creature alle quali Prometeo ha dispensato, contro il volere di Zeus, ogni bene:
  
ἁδύ τι θαρσαλέαις
τὸν μακρὸν τείνειν βίον ἐλπίσι, φαναῖς
θυμὸν ἀλδαίνουσαν ἐν εὐφροσύναις. φρίς-
σω δέ σε δερκομένα
μυρίοις μόχθοις διακναιόμενον < >.
Ζῆνα γὰρ οὐ τρομέων
ἰδίᾳ γνώμᾳ σέβῃ θνατοὺς ἄγαν, Προμηθεῦ.
φέρ’, ὅπως ἄχαρις χάρις, ὦ φίλος·
εἰπὲ ποῦ τίς ἀλκά;
τίς ἐφαμερίων ἄρηξις; οὐδ’ ἐδέρχθης
ὀλιγοδρανίαν ἄκικυν,
ἰσόνειρον…


“E' dolce passare una lunga vita tra incoraggianti speranze,
sprazzi di luce che confortano il cuore con buoni pensieri.
Ma ho i brividi nel vederti
sfinito da tanti tormenti.
Tu no, non hai avuto paura di Zeus e
la scelta è stata tua: troppo onore hai fatto
ai mortali, Prometeo.
Che gratitudine, mio caro, che gratitudine!
Dimmi, chi ti difende?
Che aiuto ti daranno quegli esseri che durano un giorno?
Non li hai veduti così deboli,
inetti, simili a fantasmi di sogno.”3






In Sofocle, invece, la metafora è presente nell'Aiace, nell'Elettra ed in alcuni frammenti. Nell'Aiace, dopo che Odisseo ha potuto vedere lo sconvolgimento della mente di Aiace ad opera di Atena, in questi termini definisce l'esistenza umana (vv.125-126):

ὁρῶ γὰρ ἡμᾶς οὐδὲν ὄντας ἄλλο πλὴν
εἴδωλ’ ὅσοιπερ ζῶμεν  κούφην σκιάν.

“Vedo che noi, quanti siamo in vita, non siamo altro che spettri o inconsistente ombra .”




Nell'Elettra, invece, la metafora è usata dalla protagonista in riferimento all'urna contenente le ceneri del fratello Oreste (vv. 1151-1159) :


                                             οἴχεται πατήρ·
τέθνηκ’ ἐγὼ σοί· φροῦδος αὐτὸς εἶ θανών·
γελῶσι δ’ ἐχθροί· μαίνεται δ’ ὑφ’ ἡδονῆς
μήτηρ ἀμήτωρ, ἧς ἐμοὶ σὺ πολλάκις
φήμας λάθρᾳ προύπεμπες ὡς φανούμενος
τιμωρὸς αὐτός. ἀλλὰ ταῦθ’  δυστυχὴς
δαίμων  σός τε κἀμὸς ἐξαφείλετο,
ὅς σ’ ὧδέ μοι προύπεμψεν ἀντὶ φιλτάτης
μορφῆς σποδόν τε καὶ σκιὰν ἀνωφελῆ.

“Il padre è scomparso. Pure io sono morta con te. Te ne sei andato via, sei morto. Ed i nemici ridono. Nostra madre snaturata vaneggia dal piacere. E tu tante volte mi mandasti a dire di nascosto che avresti svelato la tua vendetta contro di lei. Queste speranze una sorte avversa per entrambi le ha cancellate. E così al posto della tua amatissima presenza ricevo la tua cenere ed un'ombra priva di conforto.”




Anche Euripide nella Medea riprende questa espressione. Infatti, dopo che è stato rivelata a Medea la tragica morte di Creonte e della figlia, con queste parole il nunzio commenta la sorte umana (vv. 1224-1230):


τὰ θνητὰ δ’ οὐ νῦν πρῶτον ἡγοῦμαι σκιάν,
οὐδ’ ἂν τρέσας εἴποιμι τοὺς σοφοὺς βροτῶν
δοκοῦντας εἶναι καὶ μεριμνητὰς λόγων
τούτους μεγίστην μωρίαν ὀφλισκάνειν.
θνητῶν γὰρ οὐδείς ἐστιν εὐδαίμων ἀνήρ·
ὄλβου δ’ ἐπιρρυέντος εὐτυχέστερος
ἄλλου γένοιτ’ ἂν ἄλλος, εὐδαίμων δ’ ἂν οὔ.

“Le cose dei mortali non ora per la prima volta stimo ombra, e senza alcuna paura potrei dire che coloro che tra i mortali sembrano essere sapienti ed indagatori dei princìpi, costoro appunto, si sono esposti alla più stolta pazzia. Nessuno fra i mortali è felice. Uno, se la ricchezza abbonda, potrebbe essere più fortunato di un altro, ma non potrebbe essere felice!”


Tutti i testi che abbiamo menzionato riprendono termini omerici quali oneiros4, skie, eidolon, che ci riportano alla triste scena dell'incontro tra Odisseo e la madre Anticlea nel canto XI dell'Odissea (vv. 204-222):


“ὣς ἔφατ’, αὐτὰρ ἐγώ γ’ ἔθελον φρεσὶ μερμηρίξας
μητρὸς ἐμῆς ψυχὴν ἑλέειν κατατεθνηυίης.
τρὶς μὲν ἐφωρμήθην, ἑλέειν τέ με θυμὸς ἀνώγει,
τρὶς δέ μοι ἐκ χειρῶν σκιῇ εἴκελον ἢ καὶ ὀνείρῳ
ἔπτατ’. ἐμοὶ δ’ ἄχος ὀξὺ γενέσκετο κηρόθι μᾶλλον,
καί μιν φωνήσας ἔπεα πτερόεντα προσηύδων·
“«μῆτερ ἐμή, τί νύ μ’ οὐ μίμνεις ἑλέειν μεμαῶτα,
ὄφρα καὶ εἰν Ἀίδαο φίλας περὶ χεῖρε βαλόντε
ἀμφοτέρω κρυεροῖο τεταρπώμεσθα γόοιο;
ἦ τί μοι εἴδωλον τόδ’ ἀγαυὴ Περσεφόνεια
ὤτρυν’, ὄφρ’ ἔτι μᾶλλον ὀδυρόμενος στεναχίζω;“
“ὣς ἐφάμην, ἡ δ’ αὐτίκ’ ἀμείβετο πότνια μήτηρ·
«ὤ μοι, τέκνον ἐμόν, περὶ πάντων κάμμορε φωτῶν,
οὔ τί σε Περσεφόνεια Διὸς θυγάτηρ ἀπαφίσκει,
ἀλλ’ αὕτη δίκη ἐστὶ βροτῶν, ὅτε τίς κε θάνῃσιν·
οὐ γὰρ ἔτι σάρκας τε καὶ ὀστέα ἶνες ἔχουσιν,
ἀλλὰ τὰ μέν τε πυρὸς κρατερὸν μένος αἰθομένοιο
δαμνᾷ, ἐπεί κε πρῶτα λίπῃ λεύκ’ ὀστέα θυμός,
ψυχὴ δ’ ἠύτ’ ὄνειρος ἀποπταμένη πεπότηται.


“Così parlò, ma io volevo con tutto il mio cuore
abbracciare l'anima di mia madre morta.
Per tre volte ci provai, ed il desiderio mi spingeva a farlo,
e per tre volte dalle mani simile ad un ombra
o ad un sogno5  volò via.
Ed a me il dolore diventava più atroce,
e le rivolsi parole alate:
«Madre mia, perché non ti lasci abbracciare
in modo che anche nell'Ade abbracciandoci
ci saziamo di gelido pianto?
Forse che l'insigne Persefone questo fantasma contro di me
spinse, affinché ancora di più io debba soffrire atrocemente?»
Così parlai e subito mia madre eccelsa rispose:
«Ahimè, figlio mio, più sciagurato di tutti gli uomini,
Non ti sta ingannando la figlia di Zeus Persefone,
questo è il destino dei mortali alla morte.
I nervi non sostengono più le carni e le ossa,
ma del fuoco che arde la forza li distrugge,
dopo che la vita lasci le bianche ossa,
e l'anima come un sogno se ne vola via».”


Il testo omerico riferisce l'immagine del sogno propriamente non all'essere umano in vita, bensì alla condizione dell'uomo nell'aldilà. Ancora diverso è il caso di Minnermo, il quale ha fatto argomento del suo canto la precaria situazione della vecchiaia. In tale contesto il poeta paragona6 appunto la giovinezza ad un breve sogno nel frammento in cui viene menzionato Titono, marito di Eos (Aurora), reso immortale da Zeus ma non immune dalle mutilazioni fisiche dell'età senile:

Τιθωνῷ μὲν ἔδωκεν ἔχειν κακὸν ἄφθιτον <ὁ Ζεύς>    
γῆρας, ὃ καὶ θανάτου ῥίγιον ἀργαλέου.
                                     *
ἀλλ΄ ὀλιγοχρόνιον γίνεται ὥσπερ ὄναρ
ἥβη τιμήεσσα· τὸ δ΄ ἀργαλέον καὶ ἄμορφον
γῆρας ὑπὲρ κεφαλῆς αὐτίχ΄ ὑπερκρέμαται͵
ἐχθρὸν ὁμῶς καὶ ἄτιμον͵ ὅ τ΄ ἄγνωστον τιθεῖ ἄνδρα͵
βλάπτει δ΄ ὀφθαλμοὺς καὶ νόον ἀμφιχυθέν.






“A Titono diede come male incessante
la vecchiaia, più terribile dell'orrenda morte
                               *
ma come un sogno di breve durata
la giovinezza preziosa. La terribile e priva di bellezza
vecchiaia sul capo presto si stende,
nemica e del pari infame, che rende l'uomo irriconoscibile,
danneggia gli occhi e la mente penetrando dentro.”



1 In merito al problema delle metafore e delle similitudini cfr. B. Snell, La cultura greca e le origini del pensiero europeo, trad. it., Torino 1963, pp. 269-312. Per una trattazione approfondita delle similitudini in Omero cfr. W. Scott, The Oral Nature of the Homeric Simile, Leiden 1974.
2 Trad. di B. Gentili.
3 Trad. it. Di M. Centanni.
4 Si tenga presente che nella Grecia arcaica il termine eidolon veniva applicato a diversi fenomeni: il sogno, le anime dei morti, le ombre, le statue, le apparizioni e le immagini riflesse allo specchio. Cfr. G. Guidorizzi (a cura di), Il sogno in Grecia, Roma-Bari 1988, pp. XIII-XIV.
5 Va detto che nei poemi omerici il sogno ha sempre una dimensione oggettiva. Infatti, il sogno assume la forma di una visita resa al dormiente. Tale presenza esiste oggettivamente nello spazio ed è indipendente dal sognatore. Cfr. G. Guidorizzi, op. cit., p. 5.
6 Si tratta del fr. 1 Gentili-Prato. Si tenga presente che in realtà si tratta di due frammenti diversi citati in due luoghi diversi dal Florilegio di Stobeo. Tuttavia, è possibile che facessero parte della stessa elegia.

Commenti

Post più popolari