ΠΙΕ ΣΤΟΥ ΓΙΑΛΟΥ ΤΗ ΣΚΟΤΕΙΝΗ ΤΑΒΕΡΝΑ

ΠΙΕ ΣΤΟΥ ΓΙΑΛΟΥ ΤΗ ΣΚΟΤΕΙΝΗ ΤΑΒΕΡΝΑ





Πιέ στου γιαλού τη σκοτεινή ταβέρνα το κρασί σου,
σε μι’άκρη, τώρα πούρθανε ξανά τα πρωτοβρόχια,
πιέ το με ναύτες και σκυφτούς ψαράδες αντικρού σου,
μ’ανθρώπους που βασάνισε κ’η θάλασσα κ’η φτώχια.
Πιέ το· η ψυχή σου αξένοιαστη τόσο πολύ να γίνη,
που αν έρθη η Μοίρα σου η κακιά, να της χαμογελάσης,
καημοί καινούριοι αν έρθουνε να πης να πιούν κ᾽εκείνοι,
κι᾽αν έρθη ο Χάρος, ήσυχα κι᾽αυτόν να τον κεράσης.


Bevi nella taverna buia della spiaggia il tuo vino,
in un angolo, ora che di nuovo sono ritornate le prime piogge,
bevilo tra marinai e curvi pescatori davanti a te,
tra uomini che il mare e la miseria ha devastato.
Bevilo! E il tuo cuore si liberi dagli affanni,
perché, per quanto il destino funesto si faccia strada
e nuove sofferenze ti sfiorino, tu possa riderci sopra
e dire anche a loro di bersi il loro vino.
E se anche verrà la Morte,
tranquillamente versale da bere.



[Osservazioni linguistiche:
-v.1 γιαλός deriva dal gr. ant. αἰγιᾰλός ; ταβέρνα è termine del greco tardo “trattoria, taverna” deriva dal lat. taberna; κρασί “vino” deriva dal gr. ant. κρᾶσις; v.2 ξανά “di nuovo” deriva dal gr. ant. ἐξ ἀνά; v.3 ψαράδες “pescatori” deriva dal gr. ant. ὀψ-άριον “piatto di pietanza” soprattutto di pesce. È diminutivo di ὄψον “vivanda”, “prelibatezza”, “pesce”; v.4 φτώχ(ε)ια “povertà”, “miseria” deriva da gr. ant. πτωχεία; v.6 Μοίρα in gr. mod. significa “destino”, “sorte”, “squadra” (ling. militare); “grado” (ling. matematica); κακιά = κακή; v.7 καινούριος o καινούργιος “nuovo” è una forma di greco tardo; v.8 Χαρός “morte” dal gr. ant. Χάρων- οντος “Caronte”; να κεράσης è formalmente un congiuntivo istantaneo di κερνώ “versare da bere” gr. ant. κίρνημι e κιρνάω]




Questa bellissima lirica di Lambros Porfiras (1879-1932) ripropone il tema tanto caro alla poesia greca dell’elogio del vino. Attraverso questi versi è possibile fare un suggestivo viaggio nelle varie fasi della cultura greca. Come prima cosa si osservi la sostanziale continuità fra il messaggio di Porfiras e questo passo tratto dalle Baccanti di Euripide (vv. 278-285), dove Tiresia espone all’empio Penteo i benefici procurati da Dioniso agli uomini:

ὁ Σεμέλης γόνος
βότρυος ὑγρὸν πῶμ᾽ ηὗρε κεἰσηνέγκατο
θνητοῖς, ὃ παύει τοὺς ταλαιπώρους βροτοὺς
λύπης, ὅταν πλησθῶσιν ἀμπέλου ῥοῆς,
ὕπνον τε λήθην τῶν καθ᾽ ἡμέραν κακῶν
δίδωσιν, οὐδ᾽ ἔστ᾽ ἄλλο φάρμακον πόνων.
οὗτος θεοῖσι σπένδεται θεὸς γεγώς,
ὥστε διὰ τοῦτον τἀγάθ᾽ ἀνθρώπους ἔχειν.

“Il figlio di Semèle (Dioniso), trovò l'umida bevanda
che deriva dal grappolo e la introdusse tra gli uomini.
E quando di questo flusso che sgorga dalla vite gli infelici
mortali se ne riempiono, esso li affranca dal dolore,
e dà loro il sonno, oblio dei mali che giorno dopo giorno
sopraggiungono: altro rimedio non c'è delle loro pene.
Questo dio, che tale è, viene libato agli dei, cosicché
i beni che toccano agli uomini, si devono a lui.”
(trad.it di V. di Benedetto)


In aggiunta a queste importanti considerazioni di ordine esistenziale va ricordato che nella Grecia antica la pratica della bevuta del vino aveva una componente religiosa in quanto in questa bevanda si riteneva che fosse presente Dioniso stesso (cfr. v. 284). Nella Grecia arcaica il momento tradizionalmente dedicato alla consumazione del vino era il simposio, così descritto dal poeta/filosofo Senofane di Colofone (fr. 1 Gentili-Prato):


“Ebbene, ora il pavimento è pulito, come le mani di ognuno
e le coppe; uno pone sul capo ghirlande intrecciate,
un altro porge unguento profumato in una boccetta;
un cratere sta lì pieno di serenità,
altro vino è pronto, che promette di non mancare mai,
nelle brocche, confortante, odoroso di fiori.
Nel mezzo un santo profumo manda l'incenso;
fresca è l'acqua, e dolce e pura.
Ci sono pani biondi e una venerabile mensa,
piena di formaggio e liquido miele.
L'altare al centro è fitto da ogni parte di fiori;
canto e festa occupano tutto il palazzo.”                              (trad. it di P. Albertelli)
           "Uomini saggi e sereni innanzi tutto devono levare inni al dio
            con racconti reverenti e parole pure.
            E dopo aver fatto libagioni e pregato
            di poter compiere azioni giuste
            - è questa la cosa più importante -
            non è eccesso bere tanto da poter ritornare a casa
            senza l'aiuto del servo, se non si è troppo vecchi.
            Ma è degno di lode colui che nel bere rivela cose belle,
            secondo la sua memoria e l'ispirazione all'eccellenza,
            non per raccontare battaglie di Titani o di Giganti
            o Centauri, invenzioni degli antichi,
            o lotte violente fra cittadini in cui non c'è niente di buono:
            eccellenza è avere sempre rispetto per gli dei"               (trad. di A. Tonelli)





Questi versi, tratti da una elegia acefala (tramandata da Ateneo XI 462 c), descrivono in luogo in cui nell’età arcaica si componeva e si tramandava poesia, ma anche ambiente privilegiato per la formazione dell'identità culturale dell'aristocrazia e sede destinata all'approfondimento delle tematiche politiche. Non si può comprendere la poesia lirica greca antica senza un'adeguata conoscenza di tale pratica. Sembra assodato che Omero non conoscesse la pratica del simposio (del resto, il termine symposion è attestato per la prima volta da Alceo fr. 70, 3 Voigt), mentre a partire dalla seconda metà del VII secolo le testimonianze poetiche ci permettono di definire i tratti peculiari di questa pratica, che (e non è superfluo ripeterlo), oltre ad essere un momento di incontro e socializzazione, è un vero e proprio atto sacrale. Infatti, la presenza di libagioni votive, il canto del peana, le abluzioni (finalizzate a rendere puro il rituale), le corone portate sulla testa (pratica che ci riporta ai riti iniziatici) ed il vino stesso (simbolo di Dioniso) riportano questa usanza nell'ambito della religione e del culto. Proprio da questo rito sacro, secondo P. Von der Mühll, sarebbe nata la poesia individuale e la lirica non legata al rito. In tal senso la pratica del simposio è fondamentale per le seguenti ragioni:

1) il simposio era il luogo della performance della poesia arcaica.

2) il simposio determinava il pubblico cui era destinata la poesia.

3) nel simposio avveniva la trasmissione della poesia.


Ed è proprio a partire da queste considerazioni che la critica è riuscita ad interpretare alcuni frammenti lirici di cui era incerta l'originale collocazione. Si pensi, ad esempio, al fatto che diversi componimenti soloniani, che in passato erano stati interpretati nel contesto di un pubblico indifferenziato e non limitato ad un numero ristretto di individui (caratteristica peculiare del simposio), sono stati ricollocati nella loro originaria destinazione simpodiale (si pensi al fr. 3 Eunomia cfr. G. Tedeschi, Solone e lo spazio della comunicazione elegiaca, “Quad. Urb.”, n.s., 10, 1982, pp. 33-46). Tra i poeti greci arcaici colui che ha descritto maggiormente l'ambiente del simposio ed il topos dell'esortazione al vino è Alceo. Già Ateneo (X, 430 a-b), del resto, aveva osservato quanto questo poeta fosse eccessivamente dedito al vino. In effetti, possiamo riscontrare in Alceo un frequente invito alla bevuta sia in occasione dell'alternanza delle stagioni sia in momenti di tristezza, dolore o gioia:

ὔει μὲν ὀ Ζεῦς, ἐκ δ' ὀράνω μέγας
χείμων, πεπάγαισιν δ' ὐδάτων ῤόαι ...
< ἔνθεν >
< >
κάββαλλε τὸν χείμων', ἐπὶ μὲν τίθεις
πῦρ ἐν δὲ κέρναις οἶνον ἀφειδέως
μέλιχρον, αὐτὰρ ἀμφὶ κόρσαι
μόλθακον ἀμφι< > γνόφαλλον

"Zeus fa piovere, dal cielo grande tempesta
tempesta, i fiumi sono ghiacciati...
quindi......
Scaccia l'inverno, aggiungendo
fuoco, mescola vino senza risparmio
mielato ed attorno alle tempie
morbida lana avvolgi.” (fr. 338 Voigt)

Οὐ χρῆ κάκοισι θῦμον ἐπιτρέπην,
προκόψομεν γὰρ οὐδὲν ἀσάμενοι,
Βύκχι, φάρμακον δ᾽ἄριστον
οἶνον ἐνεικαμένοις μεθύσθην

Non bisogna abbandonare l’animo ai mali;
non guadagneremo niente, Bicchide, a tormentarci;
il rimedio migliore
è farci portare del vino, e ubriacarci.


Πώνωμεν· τί τὰ λύχν' ὀμμένομεν; δάκτυλος ἀμέρα·


κὰδδ' ἄερρε κυλίχναις μεγάλαιςαιταποικιλλις†·
οἶνον γὰρ Σεμέλας καὶ Δίος υἶος λαθικάδεον
ἀνθρώποισιν ἔδωκ'. ἔγχεε κέρναις ἔνα καὶ δύο
πλήαις κὰκ κεφάλας, <> δ' ἀτέρα τὰν ἀτέραν κύλιξ
ὠθήτω

“Beviamo, perché attendere che si faccia sera e si accendano le luci?
Il giorno è breve come un dito!
Ragazzo, tira giù le grandi coppe variopinte.
Il vino, che fa dimenticare il dolore,
lo ha donato agli uomini il figlio di Semele e Zeus.
Versa mescendo una e due parti da cima a fondo,
e che una tazza cacci via l'altra.” (fr. 346 Voigt)





In merito a questo frammento alcaico W. Rösler (cfr. M. Vetta, Poesia e simposio nella Grecia antica, Roma-Bari 1983, pp. 73) ha ipotizzato che il poeta, lungi da rappresentare una sorta di topos simposiale, facesse riferimento ad una situazione reale ben precisa: “L'invito rivolto al coppiere « tira giù le grandi coppe variopinte», con la precisa indicazione «tira giù» non rappresentava un qualsiasi topos simposiale, ma era un ordine concreto in relazione al reale aspetto dello spazio, allo scopo di dare finalmente inizio al simposio per il quale ci si era riuniti. Anche il fr. 346 rivela così una coincidenza tra realtà e contenuto poetico che rende tanto più comprensibile l'effetto che il carme doveva esercitare sulla comunità dell'eteria: mentre gli hetairoi in attesa dell'inizio del simposio guardavano i preparativi, ascoltavano un carme in cui questa realtà veniva tematizzata e che inoltre legittimava l'azione prevista.”
Ad ogni modo, se il simposio è una sorta di riunione di hetairoi dove, oltre al bere ed al rituale sacro, vengono anche discusse serie tematiche politiche, è legittimo domandarsi come possano essere prese importanti decisioni nel contesto dell'ebbrezza collettiva. Il motivo di fondo è che grazie agli effetti del vino sul corpo e sulla mente umana possono essere conosciuti gli autentici sentimenti di chi beve, necessità imprescindibile per chi fa parte di un gruppo ristretto ed unito come quello del simposio. Questo fatto spiega la presenza di frammenti alcaici dedicati proprio a tale potere del vino. A tal proposito il frammento più famoso è probabilmente il seguente (fr. 366 Voigt)


Οἶνος, ὦ φίλε παῖ, καὶ ἀλάθεα
“Vino, caro ragazzo, e verità...”


Da questo frammento, che probabilmente apriva il canto di Alceo, è nata una lunga tradizione letteraria e paremiologica presente in tutta la variegata letteratura europea. Tra le varie riprese presenti nella poesia greca vale la pena menzionare un frammento erotico di Asclepiade (Anth. Pal., XII, 135), dove al vino viene attribuita la capacità di svelare i sentimenti amorosi:


Ονος ρωτος λεγχος· ἐρᾷν ἀρνεύμενον ἠμῖν
τασεν ν πολλ Νικαγόρην προπόσει
κα γρ δάκρυσεν κα νύστασε, κα τι κατηφς
βλεπε, χ σφιγθες οκ μενε στέφανος

Il vino è prova dell'amore.
Lui che negava di amare Nicagora
è stato beffato dai numerosi bicchieri.
Pianse, dondolò il capo con lo sguardo abbattuto,
senza che gli rimanesse attaccata la corona alla testa.

Va aggiunto che al vino ed all'ebbrezza era riconosciuta la capacità di ispirare la poesia, idea che non è lontana, del resto, dalla mania divina espressa da Platone nello Ione (534 b-c). Un celebre proverbio greco sintetizza perfettamente questa concezione: Bevendo l'acqua niente di buono puoi creare (Cfr. R. Tosi, Dizionario delle sentenze latine e greche, Rizzoli 2007, p. 347)

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