A PROPOSITO DI UN PASSO DI PIRANDELLO





A PROPOSITO DI UN PASSO DI PIRANDELLO





La tragedia d'Oreste in un teatrino di marionette!- venne ad annunziarmi il signor Anselmo Paleari.- Marionette automatiche, di nuova invenzione. Stasera, alle ore otto e mezzo, in via dei Prefetti, numero cinquantaquattro. Sarebbe da andarci signor Meis.



  • La tragedia d'Oreste?




  • Già! D'après Sophocle, dice il manifestino. Sarà l'Elettra. Ora senta un po' che bizzarria mi viene in mente! Se nel momento culminante, proprio quando la marionetta che rappresenta Oreste è per vendicare la morte del padre sopra Egisto e la madre, si facesse uno strappo nel cielo di carta del teatrino, che avverrebbe? Dica lei.




  • Ma è facilissimo, signor Meis! Oreste sentirebbe ancora gl'impulsi della vendetta, vorrebbe seguirli con smaniosa passione, ma gli occhi, sul punto, gli andrebbero lì, a quello strappo, donde ora ogni sorta di mali influssi penetrerebbero nella scena, e si sentirebbe cadere le braccia. Oreste, insomma diventerebbe Amleto. Tutta la differenza, signor Meis, fra la tragedia antica e la moderna consiste in ciò, creda pure: in un buco nel cielo di carta.
    E se ne andò ciabattando”.







Questo passo (cap. XII) è tratto da Il fu Mattia Pascal, celebre romanzo di Pirandello che uscì a puntate, tra il giugno e l'ottobre 1904, sulla rivista «La Nuova Antologia». Si tratta di un'opera che riscosse notevole successo sia in Italia sia all'estero (si pensi che fu tradotto in tedesco, in francese ed in inglese) molto probabilmente per il fatto che rappresenta piuttosto bene la profonda inquietudine dell'età moderna e la crisi di identità dell'uomo contemporaneo. La parte di testo riportata appartiene alla sezione del romanzo in cui il protagonista, Mattia Pascal, cercando di ricostruirsi una vita attraverso la nuova identità di Adriano Meis, si è trasferito a Roma, dove vive a pensione presso la famiglia di Anselmo Paleari, un funzionario del ministero della Pubblica istruzione, mandato in pensione per le sue stranezze, che ama intrattenere l'ospite enunciando assurde teorie filosofiche.



Tre elementi importanti del testo vanno osservati:



-il teatrino di “marionette automatiche” è simbolo della vita umana: gli uomini durante tutta la loro vita devono recitare inconsapevolmente una parte assegnata dal caso o dal destino;



-lo “strappo nel cielo di carta” rappresenta la sostanziale differenza esistente fra la tragedia (e la vita) antica e moderna: l'uomo moderno ha perso i valori, i punti di riferimento religiosi e morali propri dell'età antica.



-L'uomo moderno ha perso l'eroicità dell'età antica ed assomiglia non ad Oreste, ma ad Amleto, personaggio considerato un vero e proprio paradigma dell'incapacità di agire propria dell'era moderna.



Senza andare a toccare complesse questioni filosofiche, che richiederebbero una trattazione troppo lunga, vogliamo semplicemente capire se l'affermazione di Pirandello in merito allo “strappo nel cielo di carta” sia accettabile.



Possiamo, dunque, sostenere che la differenza fra la tragedia greca e quella moderna consista in questo buco nel cielo di carta? Gli antichi greci, durante tutta lo loro storia, erano davvero sostenuti da solide certezze morali e religiose? Questo interessante discorso va a toccare anche un'altra spinosa questione della civiltà ellenica: i Greci erano un popolo razionale, apollineo, ottimista come certa arte greca (mi riferisco in particolare all'ordine ed alla razionalità delle statue di Policleto e agli edifici monumentali dell'Acropoli di Atene) sembra indicare?



Personalmente ritengo che l'idea di Anselmo Paleari, se viene analizzata alla luce delle testimonianze contenute all'interno della tragedia greca, non sia del tutto corretta o, comunque, sia filologicamente debole. Il discorso di Pirandello, infatti, potrebbe essere vero limitatamente ad alcuni drammi di Eschilo (oppure, prescindendo dalla tragedia, ai testi di Esiodo), che hanno come tema la confortante presenza della Giustizia (Δίκη) nel mondo ad opera di Zeus: gli empi vengono puniti prima o poi dagli Dei, unici garanti e custodi delle leggi sacre sulle quali si fonda la civiltà umana. In una scena famosa (436-506) del Prometeo Incatenato, ad esempio, il protagonista elenca i beni che ha procurato all'umanità:



erano come infanti prima, e io diedi loro coscienza e pensiero... prima avevano occhi e non vedevano, orecchie e non sentivano, ma come le immagini nei sogni vivevano confusamente una vita lunga, inconsapevole...insegnai loro a miscelare medicamenti curativi per scacciare tutte le malattie...guidai i mortali sulle vie imperscrutabili delle arti mantiche...e quanto ai tesori nascosti nella terra...utili agli uomini- bronzo ferro argento e oro- chi prima di me potrebbe dire di averli scoperti?...



(trad. it. di Monica Centanni).





Una scena di questo tipo sicuramente induceva il pubblico ateniese a considerarsi protetto e favorito da entità soprannaturali che, tra le varie prerogative, avevano anche il compito di far rispettare la Giustizia. Inoltre, dato certamente non trascurabile, le Eumenidi di Eschilo, tragedia che conclude l'unica trilogia completa conservata, l'Orestea, si concludono con l'istituzione del tribunale dell'Areopago per intervento diretto della dea Atena, quasi a voler sottolineare l'origine divina di una istituzione umana. Questa concezione del divino, pur offrendo agli uomini l'immagine di un universo ordinato, tuttavia, non implicava affatto che nel mondo non vi fosse dolore o che la sofferenza fosse un problema trascurabile, ma aveva come fondamento l'idea che il dolore faceva parte di un piano più alto ed universale conservato nelle mani delle divinità (si pensi alla celebre espressione πάθει μάθος “l'apprendimento con la sofferenza”).





Ma se passiamo a Sofocle le cose si complicano ed i rapporti fra uomini e dei cominciano a diventare oscuri, problematici ed inquietanti. Per fare un solo esempio, basti pensare all'Antigone. In questa celebre tragedia Sofocle mette in scena una donna che, pur di rispettare le leggi divine, è disposta a morire, mettendosi in tal modo in contrapposizione con Creonte, sovrano di Tebe. Ad un certo punto della tragedia (913-924) Antigone, ormai destinata ad essere condannata a morte, lamenta in questi termini la sua condizione:



τοιῷδε μέντοι σ᾽ ἐκπροτιμήσασ᾽ ἐγὼ
νόμῳ Κρέοντι ταῦτ᾽ ἔδοξ᾽ ἁμαρτάνειν
καὶ δεινὰ τολμᾶν, ὦ κασίγνητον κάρα.
καὶ νῦν ἄγει με διὰ χερῶν οὕτω λαβὼν
ἄλεκτρον, ἀνυμέναιον, οὔτε του γάμου
μέρος λαχοῦσαν οὔτε παιδείου τροφῆς,
ἀλλ᾽ ὧδ᾽ ἔρημος πρὸς φίλων ἡ δύσμορος
ζῶσ᾽ εἰς θανόντων ἔρχομαι κατασκαφάς.
ποίαν παρεξελθοῦσα δαιμόνων δίκην;
τί χρή με τὴν δύστηνον ἐς θεοὺς ἔτι
βλέπειν; τίν᾽ αὐδᾶν ξυμμάχων; ἐπεί γε δὴ
τὴν δυσσέβειαν εὐσεβοῦσ᾽, ἐκτησάμην.




Fratello mio, secondo questa sacra legge io ti ho onorato e rispettato,
ma a Creonte ciò è sembrato un errore, un osare cose ardite.
Ed ora mi conduce, dopo avermi presa così per le mani,
senza letto nuziale, senza imeneo, senza aver preso
parte al matrimonio senza allevamento e cura di figli,
ma così abbandonata dai miei cari, io sventurata
ancora viva scendo alle case sotterranee dei morti.
Ma quale legge divina ho trasgredito?
Ma che bisogno c'è ancora di rivolgere lo sguardo agli dei?
Quale aiutante sto chiamando? Io, che, pur essendo una persona giusta
e rispettosa degli dei e del sacro, mi sono procurata l'accusa di empietà?



(trad. it. di P. Manuello)




Il passo sofocleo presentato mostra tutta l'assurdità della vita umana. Antigone viene abbandonata dagli uomini e dagli dei. La sua sofferenza non porta a nessuna conoscenza profonda del mondo, è un dolore assurdo, un destino che non ha senso. Alla fine Creonte dovrà cedere alle leggi degli dei, consentendo la sepoltura di Polinice, sarà moralmente distrutto (il figlio e la moglie si suicidano), ma cosa ne ha guadagnato Antigone? Non c'è certo un paradiso cristiano come ricompensa della sua sofferenza. Sia chiaro, gli dei ed i valori morali esistono ancora in Sofocle, anzi, l'eroe sofocleo vive in funzione di tali valori, ma l'uomo appare solo, incapace di scendere a patti, di comunicare ed in contrasto con il mondo, con gli uomini e con gli dei. Quelle presunte certezze metafisiche si scontrano con una realtà in cui gli dei sembrano essere lontani, sordi ed indecifrabili.



Nella tragedia sofoclea più antica a noi giunta, l'Aiace, Odisseo, provando pietà nel vedere il suo nemico, Aiace, accecato dalla follia suscitata da Atena così definisce la condizione umana (vv. 125-126):



ὁρῶ γὰρ ἡμᾶς οὐδὲν ὄντας ἄλλο πλὴν
εἴδωλ᾽ ὅσοιπερ ζῶμεν ἢ κούφην σκιάν.



Vedo che noi, quanti siamo in vita, non siamo altro
che spettri o inconsistente ombra”





(trad. it. di P. Manuello)




La metafora dell'ombra, risalente almeno a Pindaro (Pitiche, 8, 135 segg.) e ripresa da molti autori greci, testimonianza importante di una visione lucidamente pessimistica e disincantata della realtà, del resto, era ben presente anche nella mente dello stesso Pirandello. Nel capitolo XV de Il fu Mattia Pascal, infatti, il protagonista giunge alla drammatica e sconcertante conclusione “di essere la testa di un ombra, e non l'ombra di una testa”.



Tornando a Sofocle si pensi anche all'Edipo Re, la tragedia greca più famosa e discussa anche grazie alla controversa interpretazione di Freud, in cui il protagonista, sovrano di Tebe, volendo salvare il suo popolo dalla peste, viene a scoprire di essere proprio lui l'orrenda piaga che affligge la città. Edipo, infatti, cercando di evitare le terribili profezie dell'oracolo, secondo il quale avrebbe ucciso il padre e sposato la madre, era fuggito da Corinto (dove viveva con i sovrani della città, genitori adottivi all'insaputa di Edipo stesso) e finì proprio con l'uccidere inconsapevolmente Laio, il padre, sovrano di Tebe, e a sposare la madre Giocasta e generare da lei figli. Edipo non è un uomo empio, dato che aveva cercato in tutti i modi di evitare la profezia dell'oracolo, ma alla fine si trova proprio ad essere colpevole della più grave delle empietà (parricidio ed incesto). Risulta chiaro che, paradossalmente, quanto più Edipo cerca di mettere luce sulla sua vicenda tanto più le cose si fanno torbide ed oscure. Ad ogni passo avanti dell'indagine di Edipo (si tenga presente che la tragedia potrebbe essere considerata il prototipo del romanzo giallo moderno) corrisponde un passo indietro nell'acquisizione di conoscenza, finché, dopo tutta una serie di travagliate indagini, il protagonista non viene a scoprire la sua terribile identità.





Ma se passiamo ai drammi di Euripide le cose diventano ancora più problematiche. Il tragediografo, infatti, fu influenzato dalla sofistica e dalla crisi dei valori etici tradizionali. Mentre si diffondevano tra gli intellettuali certe idee relativistiche o concezioni sugli dei non convenzionali e inaccettabili, Euripide metteva in scena eroi di stampo epico ormai decaduti, vestiti di stracci, deboli, psicologicamente complessi e non integrati completamente nel mondo umano e divino.



In un intervento corale dell'Elena (1137-1143), ad esempio, Euripide scrive:



ὅ τι θεὸς ἢ μὴ θεὸς ἢ τὸ μέσον,
τίς φησ' ἐρευνήσας βροτῶν
μακρότατον πέρας εὑρεῖν
ὃς τὰ θεῶν ἐσορᾷ
δεῦρο καὶ αὖθις ἐκεῖσε
καὶ πάλιν ἀντιλόγοις
πηδῶντ' ἀνελπίστοις τύχαις;






Iddio che cos'è? cosa non dio? cosa c'è
di mezzo? Di che bandolo
venne l'indagine a capo?
L'uomo le cose di dio
vede che balzano e vanno
qua, poi di là, poi di qua
con giochi opposti d'esiti...



(trad. it. di F. M. Pontani)






Questi versi esprimono senza dubbio domande proprie di ogni epoca storica e non indicano necessariamente una crisi della religione ufficiale di un popolo. Ancora oggi, in uno stato cattolico come il nostro esistono individui di varia preparazione culturale o ceto sociale che si pongono queste stesse domande. Non per questo, però, dobbiamo pensare che, necessariamente, la Chiesa Cattolica sia diventata un semplice relitto decaduto. Anzi, la Chiesa Cattolica è sicuramente l'istituzione più longeva del mondo occidentale. Nata quando ancora esistevano gli imperatori romani ed i templi pagani, essa ha attraversato i secoli delle invasioni barbariche, il Medioevo, il Rinascimento, l'Illuminismo, il positivismo e due guerre mondiali!
Il discorso è altrettanto valido per l'epoca di Euripide. Il punto è che le tragedie avevano un ruolo ed un notevole influsso sulle menti del pubblico ateniese. Oltre ad essere fenomeno religioso, agonistico, artistico, la tragedia greca era il momento in cui il poeta tragico, attraverso la finzione scenica, discuteva sui valori della comunità e sul senso dell'esistenza umana. Ciò implica che i versi citati dell'Elena, lungi dall'essere un semplice sfogo privato, avevano un significato di portata pubblica. Agli ateniesi questo discutere in chiave quasi sofistica su problemi così importanti come la natura e l'esistenza degli dei doveva dare sicuramente fastidio. Basti pensare alla scarsa fortuna che godettero le tragedie di Euripide durante la vita dell'autore (si ricordi anche che Euripide è probabilmente uno dei primi esempi di intellettuale non integrato nella società).
Ma qui interessa sottolineare un punto fondamentale: anche nell'Atene periclea, nell'Atene gloriosa del Partenone la realtà poteva apparire assurda e senza senso, esattamente come se Atene avesse avuto un cielo di carta bucato.
Per concludere riporto i celebri versi dell'Edipo a Colono (vv. 1224-1238) di Sofocle che rappresentano, nel panorama della tragedia greca (ma anche nel panorama delle letterature mondiali), uno dei canti più disperati che mai siano stati composti:


μὴ φῦναι τὸν ἅπαντα νικᾷ λόγον· τὸ δ᾽, ἐπεὶ φανῇ,

βῆναι κεῖθεν ὅθεν περ ἥκει,

πολὺ δεύτερον, ὡς τάχιστα.

ὡς εὖτ᾽ ἂν τὸ νέον παρῇ κούφας ἀφροσύνας φέρον,

τίς πλαγὰ πολύμοχθος ἔξω; τίς οὐ καμάτων ἔνι;

φθόνος, στάσεις, ἔρις, μάχαι

καὶ φόνοι· τό τε κατάμεμπτον ἐπιλέλογχε

πύματον ἀκρατὲς ἀπροσόμιλον

γῆρας ἄφιλον, ἵνα πρόπαντα

κακὰ κακῶν ξυνοικεῖ.





Il non venire alla luce supera ogni riflessione. Poi, dopo che uno è venuto alla  

luce, l'andarsene proprio là da dove si è giunti il più presto possibile è cosa 

molto secondaria, dato che quando si presenta la giovinezza apportatrice di 

leggera insensatezza, quale dolore mai stabile è assente? Quale pena non è 

presente? Invidia, contese, dispute, battaglie e stragi? E poi la spregevole 

estrema vecchiaia diventa la nostra sorte, inferma, scontrosa, senza persone 

care, dove a mali si aggiungono mali”.





(trad. it. di P. Manuello)

Commenti

  1. Non credo che lo strappo nel cielo di carta si riferisse a certezze religiose, ma piuttosto al fatto che nelle tragedie greche, indipendentemente dal credo dei vari personaggi o dalla loro condotta morale, chi tirava le fila del teatrino erano senza dubbio gli Dei. Ora, se facciamo uno strappo nel cielo di carta, possono succedere due cose delle quali la seconda mi sembra più rilevante: 1) gli Dei vengono rimossi; 2) i personaggi si accorgono di essere in un teatrino. Quando un personaggio si accorge di essere tale, che siano o no gli Dei a condurre la sua vita, nella sua mente accade uno sconvolgimento. Comincia a pensare da sè, si pone domande sul senso della finzione; inoltre, pensando da sè, deve accollarsi la responabilità di ciò che fa. E come? Gli Dei possono ancora essere lassù, ma certamente non sono affidabili, perché hanno mentito sulla realtà, che non è tale; e di chi sono le idee, gli impulsi che muovono i passi del personaggio? Come fare a distinguere ciò che è suo da ciò che gli è stato messo dentro? Non è tanto la questione morale o i valori di un'epoca che vengono meno, secondo me, quanto l'inconsapevolezza. In pratica sarebbe impossibile, per chi guardasse quello squarcio, smettere di questionare sulla propria esistenza - cosa che un burattino non fa. Essere mossi dalla volontà degli Dei era una tragedia; muoversi oggi nella consapevolezza di recitare lo è altrettanto. Non era permesso al vero io di esistere, allora come adesso. Perciò il dramma resta identico, cambia solo l'atteggiamento.

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