UNA SIMILITUDINE OMERICA IN ORAZIO, CARMINA I, 37

UNA SIMILITUDINE OMERICA IN ORAZIO, CARMINA I, 37







La famosa Ode XXXVII del primo libro delle Odi di Orazio (nunc est bibendum, nunc pede libero pulsanda tellus) è un documento storico-letterario piuttosto importante, dal momento che testimonia il clima di esultanza che si diffuse a Roma alla notizia del suicidio di Cleopatra (agosto del 30 a. C.), a quasi un anno di distanza dalla battaglia di Azio (2 settembre 31 a. C.). Per quanto concerne il ritratto della regina, è stato osservato che il carme si inserisce pienamente nel disegno politico di Ottaviano. I tratti negativi dell'eroina, la sua depravazione e la follia, infatti, riflettono la campagna di diffamazione scatenata dal futuro Augusto contro l'avversario Antonio. Nel far questo, viene riproposto lo stereotipo dello scontro fra un mondo orientale irrazionale e dissipato ed il mondo romano, esempio di virtù, moralità e apollinea serenità. Per avere un'idea dei toni usati da Orazio basta leggere i primi versi:



Nunc est bibendum, nunc pede libero
pulsanda tellus, nunc Saliaribus
ornare pulvinar deorum
tempus erat dapibus, sodales.



Antehac nefas depromere Caecubum
cellis avitis, dum Capitolio
regina dementis ruinas
funus et imperio parabat



contaminato cum grege turpium
morbo virorum, quidlibet inpotens
sperare fortunaque dulci
ebria. Sed minuit furorem



vix una sospes navis ab ignibus
mentemque lymphatam Mareotico
redegit in veros timores
Caesar ab Italia volantem



remis adurgens accipiter velut
mollis columbas aut leporem citus
venator in campis nivalis
Haemoniae, daret ut catenis



fatale monstrum....





Cleopatra, dunque, si configura come un nemico di Roma (Capitolio regina dementis ruinas funus et imperio parabat), come una donna circondata da una mandria corrotta di persone (contaminato cum grege turpium morbo virorum) e nella più totale incapacità di controllare istinti e pulsioni (quidlibet inpotens sperare fortunaque dulci ebria). Oltre a questi tratti negativi va aggiunta l'allusione, tratto certamente poco femminile, all'ubriachezza (mentemque lymphatam Mareotico. Il Mareotico è un vino bianco e dolce prodotto vino ad Alessandria, sulle rive del lago Mareotide). In sostanza, Cleopatra è un vero e proprio fatale monstrum (si tenga comunque presente che nella seconda parte del componimento Orazio riconosce nella regina la virtù del saper morire con onore e senza vigliaccheria).
L'elemento sul quale vogliamo concentrare la nostra attenzione è rappresentato dalla similitudine presente ai vv. 17-18:

mentemque lymphatam Mareotico
redegit in veros timores
Caesar ab Italia volantem



    17 remis adurgens accipiter velut
mollis columbas aut leporem citus
venator in campis nivalis
Haemoniae



Ottaviano, avendo posto fine alle follie di Cleopatra, viene paragonato ad uno sparviero che attacca le colombe. L'immagine è una probabile eco di un passo famoso contentuto nell'Iliade (XXII, 138 segg.) in cui Achille si slancia sull'inerme Ettore:






Ἕκτορα δ᾽, ὡς ἐνόησεν, ἕλε τρόμος· οὐδ᾽ ἄρ᾽ ἔτ᾽ ἔτλη
αὖθι μένειν, ὀπίσω δὲ πύλας λίπε, βῆ δὲ φοβηθείς·
Πηλεΐδης δ᾽ ἐπόρουσε ποσὶ κραιπνοῖσι πεποιθώς.
ἠΰτε κίρκος ὄρεσφιν ἐλαφρότατος πετεηνῶν
ῥηϊδίως οἴμησε μετὰ τρήρωνα πέλειαν, 140
ἣ δέ θ᾽ ὕπαιθα φοβεῖται, ὃ δ᾽ ἐγγύθεν ὀξὺ λεληκὼς
ταρφέ᾽ ἐπαΐσσει, ἑλέειν τέ ἑ θυμὸς ἀνώγει·
ὣς ἄρ᾽ ὅ γ᾽ ἐμμεμαὼς ἰθὺς πέτετο, τρέσε δ᾽ Ἕκτωρ
         τεῖχος ὕπο Τρώων, λαιψηρὰ δὲ γούνατ᾽ ἐνώμα.



Come lo vide (Achille), spavento prese Ettore, non seppe più
attenderlo fermo, si lasciò dietro le porte e fuggì:
si slanciò pure il Pelìde, fidando nei piedi veloci:
come il nibbio sui monti, ch'è tra gli uccelli il più rapido,
facilmente insegue una tremante colomba,
e quella gli fugge di sotto, ma il nibbio stridendole addosso
vola fitto, il cuore lo sprona a ghermirla;
così Achille volava, furioso: tremò Ettore
sotto il muro dei Teucri e moveva rapidamente i ginocchi.



        (trad. it. di R. Calzecchi Onesti)



L'immagine omerica, ben attestata nella letteratura greca e latina (si pensi, ad esempio, ad Eschilo, Supplici 223 segg; Prometeo 857; Virgilio, Eneide XI 721 segg.; Ovidio, Metamorfosi V 606) doveva essere ben presente in un lettore colto dell'epoca e, probabilmente, doveva servire a conferire un tono epico all'impresa di Ottaviano.



Orazio ed i modelli greci: brevi considerazioni





A proposito della presenza degli autori greci nella poesia oraziana, si tenga presente che in Orazio viene spesso rievocato un modello lirico greco per instaurare una sorta di vera e propria gara. A tal proposito Giorgio Pasquali in un celebre saggio (G. Pasquali, Orazio lirico, Firenze 1920) ha parlato di “motto” quel procedimento tipicamente oraziano di alludere vistosamente nei primi versi di un carme ad un componimento greco famoso, per poi distaccarsene nelle parti successive.


Nell'Ode XXXVII del primo libro, ad esempio, Orazio instaura un diretto rapporto con alcuni versi di Alceo (fr. 332 Lobel-Page), tramandati da Ateneo (10.430 a-c), che esprimono in termini passionali la gioia per la notizia della morte del tiranno di Mitilene, Mirsilo:



Νῦν χρῆ μεθύσθην καί τινα πὲρ βίαν
πώνην, ἐπεὶ δὴ κάτθανε Μύρσιλος,...




Ma si pensi anche alla famosissima Ode XXX del terzo libro (vv. 1-5) in cui Orazio si rifà ad un epinicio di Pindaro (Pitiche VI, 10-14), nel quale il poeta greco aveva affermato l'eternità della poesia e la sua superiorità sulle arti figurative, e ad un thrènos di Simonide di Ceo composto in onore dei dei caduti delle Termopili. Ecco il testo oraziano ed i modelli greci:




Exegi monumentum aere perennius
regalique situ pyramidum altius,
quod non imber edax, non Aquilo impotens
possit diruere aut innumerabilis
annorum series et fuga temporum.
Non omnis moriar...


(Ho compiuto un'opera memorabile, più durevole del bronzo, più elevata della regale mole delle piramidi, tale che edace pioggia non la possa abbattere, né Aquilone furioso, né innumerevole serie di anni, né fuga di secoli. Non tutto di me morirà...).



Pindaro, Pitiche VI, 10-14





un tesoro d'inni
[...]
che né pioggia invernale
immite esercito invasore di nube tonante
né il vento potranno mai sospingere
negli abissi del mare, sotto i colpi
di una congerie di melma e di sassi.
(trad. it. di B. Gentili)







Simonide (fr. 362 Page)






Questa funebre veste non la ruggine
né il tempo oscurerà, che tutto vince
(trad. it. di G. Perrotta)










Il tema dell'immortalità della poesia, proposto da Orazio sulla base di Pindaro e di Simonide, ritorna nel carme IX del quarto libro delle Odi. Rispetto all'Ode XXXVII, qui troviamo un accostamento esplicito fra l'antica poesia greca e la lirica oraziana, relazione che è accomunata dal fatto che sia la poesia greca sia quella latina sono capaci di sfidare il fluire del tempo e la distruzione della morte (vv. 1-12):




Ne forte credas interitura quae
longe sonantem natus ad Aufidium
non ante volgatas per artis
verba loquor socianda chordis:
non, si priores Maeonius tenet
sedes Homerus, Pindaricae latent
Ceaeque et Alcaei minaces
Stesichorive graves Camenae;
nec siquid olim lusit Anacreon,
delevit aetas; spirat adhuc amor
vivuntque commissi calores
Aeoliae fidibus puellae.




Non pensare che sia destinato a morire
il mio canto accompagnato dalla cetra.
Son nato vicino all'Aufido sonoro
e mi rifaccio ad espressioni artistiche
sconosciute prima di me.
Se è vero che Omero detiene
i posti più importanti, non è certo
sconosciuto Pindaro né Simonide di Ceo
ed i versi impetuosi di Alceo
o i componimenti solenni di Stesicoro.
Né se un tempo Anacreonte giocò con l'amore,
non lo distrusse il tempo.
Ancora oggi risuona l'amore
e vive la passione affidata alla lira
della fanciulla eolia.

(traduzione libera dello scrivente)


In questi importantissimi versi Orazio non solo arriva ad accostare la sua poesia agli illustri modelli greci (Omero, Pindaro, Simonide, Alceo, Stesicoro, Anacreonte e Saffo), dimostrando in tal modo una profonda coscienza dell'importanza della sua poesia, ma si attribuisce anche il ruolo di aver introdotto a Roma dei moduli espressivi (non ante volgatas per artis verba) propri della lirica greca antica. Lo stesso orgoglio, del resto, che Orazio aveva espresso nella già citata Ode XXX del terzo libro ai versi 10-16:


Dicar, qua violens obstrepit Aufidus
et qua pauper aquae Daunus agrestium
regnavit populorum, ex humili potens,
princeps Aeolium carmen ad Italos
deduxisse modos. Sume superbiam
quaesitam meritis et mihi Delphica
lauro cinge volens, Melpomene, comam.



Dove violento strepita l'Aufido,
e Dauno, povero d'acque, fu
re di popoli agresti, io sarò detto,
divenuto da umile potente, primo ad aver tratto ai ritmi
italici il canto eolio. Siine supeba,
Melpomene, l'hai meritato, e cingi
felice la mia chioma di alloro delfico.


BREVE BIBLIOGRAFIA SUL RAPPORTO FRA ORAZIO ED I MODELLI GRECI




G. Broccia, Modelli omerici e archilochei negli «Epodi» d'Orazio, «Quaderni AICC Foggia» II-III, 1982-1983, pp. 75-92.



E. Cavallini, Saffo e Alceo in Orazio, «Mus. Criticum» 1978-1979.



D. R. Campbell, Horace and Anacreon, «Acta Classica» 1985, pp. 35-38.



N. W. Cody, Horace and Callimachean Aesthetics, Bruxelles 1976.





E. Degani, Studi su Ipponatte, Bari 1984, pp. 57-70.





N. T. Kennedy, Pindar and Horace, 1975, pp. 9-24.





E. Malcovati, La fortuna di Saffo nella letteratura latina, «Athenaeum» 1996, pp. 12-17.



A. Setaiuoli, Gli influssi omerici nella lirica oraziana, «Stud. Ital. filol. Class.» 1973, pp. 205-222.



A. Thill, Alter ab illo, Paris 1979, pp. 115-268.

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