IL SOGNO DI ENEA: ENEIDE II, 268 SEGG.


VIRGILIO, ENEIDE II, 268 segg.

Premessa

Una delle ragioni che fanno dell'Eneide un poema importantissimo è che Virgilio ha saputo riproporre, in una veste tipicamente romana, l'antico epos eroico della Grecia arcaica. La stessa struttura fondamentale del poema risulta basata sull'Iliade e sull'Odissea. In tal senso, l'Eneide può essere vista sia come il poema dei viaggi e delle avventure sia come il poema della guerra. Ovviamente, tenendo conto delle profonde differenze storico-culturali che separano nettamente la Grecia arcaica dalla Roma di fine primo secolo a. C., la portata ed il significato di un poema epico come l'Eneide dovevano essere piuttosto diversi da quelli di un poema omerico come l'Odissea. Si pensi, ad esempio, al diverso ruolo dell'oralità e della scrittura nella Grecia di Omero e nella raffinata Roma di Augusto. Quando si afferma che Virgilio ha riproposto nella Roma di fine primo secolo a. C. l'epos omerico, non si deve affatto pensare che l'Eneide sia una semplice copia romana dell'epica greca, dal momento che questo poema, pur utilizzando un linguaggio poetico che era stato codificato almeno sette secoli prima di Virgilio in terra greca, ha una propria originalità ed un significato storico-letterario ben preciso. Si aggiunga che Virgilio non solo ha ridato vita all'antica poesia epica arcaica, ma ha anche contribuito a diffondere nelle storia letteraria di Roma alcuni tratti della più moderna poesia greca ellenistica. A tal proposito si ricordino le Bucoliche (dieci componimenti in esametri), raccolta poetica ispirata alla poesia di Teocrito (300 a. C. ca.-260 a. C. ca.), le Georgiche, poema didascalico in quattro libri ispirato sia alle Opere e i Giorni di Esiodo (seconda metà VIII sec. a. C.) sia ai Gheorghikà del poeta Nicandro di Colofone (II sec. a. C.). Ma anche all'interno dell'Eneide convivono passi dall'andamento arcaico e scene di ispirazione ellenistica. In tal senso, il poeta greco di età ellenistica che Virgilio tenne particolarmente presente fu proprio il principale autore di poesia epica alessandrina: Apollonio Rodio (III sec. a. C.), autore delle Argonautiche, raffinato poema in quattro libri che narra la mitica impresa degli Argonauti alla ricerca del vello d'oro. L'influsso di questo poema è piuttosto importante nel quarto libro dell'Eneide, dal momento che la figura della regina di Cartagine, Didone, è chiaramente derivata dalla figura della Medea di Apollonio (ma si aggiunga anche il personaggio di Arianna nel carme 64 di Catullo). A tutta questa serie di modelli letterari greci si devono aggiungere i poeti latini che hanno influenzato il poema virgiliano (Ennio, Nevio, Lucrezio, Catullo solo per citare i più famosi). Fatte queste considerazioni, possiamo affermare che l'Eneide è probabilmente uno dei migliori risultati di quella che viene chiamata “civiltà greco-romana”. Attraverso i più illustri esempi della poesia greca e latina viene celebrata la gloria di Roma, la politica augustea, ma viene anche celebrato l'uomo nella sua più profonda ed inquietante essenza (si ricordi il tema della sofferenza umana nell'opera virgiliana).


Il sogno di Enea

Nel secondo libro del poema, uno dei più belli ed artisticamente riusciti, Enea racconta alla presenza di Didone e dei Cartaginesi la fine di Troia (Iliupérsis) e la disperata fuga dei superstiti verso il Mediterraneo occidentale (si ricordi che in questa rotta il viaggio di Enea si intreccia con quello di Odisseo). Dopo che i troiani hanno accolto nella città il funesto cavallo di legno, Virgilio racconta (II, vv. 250 segg.) che, scesa la notte, i guerrieri greci, usciti dal cavallo, si preparano a fare strage di troiani (che nel frattempo erano sprofondati nel sonno e nell'ebbrezza). Enea, intanto, che dorme profondamente, ignaro di quanto sta accadendo nella città, viene avvertito in sogno da Ettore di fuggire al più presto e di portare in salvo i Penati (vv. 268 segg.):

Tempus erat quo prima quies mortalibus aegris 
incipit et dono divum gratissima serpit.
in somnis, ecce, ante oculos maestissimus Hector
visus adesse mihi largosque effundere fletus,
raptatus bigis ut quondam, aterque cruento
pulvere perque pedes traiectus lora tumentis.
ei mihi, qualis erat, quantum mutatus ab illo
Hectore qui redit exuvias indutus Achilli
vel Danaum Phrygios iaculatus puppibus ignis!
squalentem barbam et concretos sanguine crinis
          vulneraque illa gerens, quae circum plurima muros
accepit patrios. ultro flens ipse videbar
                 compellare virum et maestas expromere voces:
«o lux Dardaniae, spes o fidissima Teucrum,
            quae tantae tenuere morae? quibus Hector ab oris
exspectate venis? ut te post multa tuorum
         funera, post varios hominumque urbisque labores
              defessi aspicimus! quae causa indigna serenos
    foedavit vultus? aut cur haec vulnera cerno?»
ille nihil, nec me quaerentem vana moratur,
sed graviter gemitus imo de pectore ducens,
          «heu fuge, nate dea, teque his» ait «eripe flammis.
                hostis habet muros; ruit alto a culmine Troia.
          sat patriae Priamoque datum: si Pergama dextra
defendi possent, etiam hac defensa fuissent.
sacra suosque tibi commendat Troia penatis;
hos cape fatorum comites, his moenia quaere
             magna pererrato statues quae denique ponto.»

Era il momento nel quale comincia agli affranti mortali il primo riposo e s'insinua gratissimo per dono degli dei; ed ecco, in sogno, mi sembra di vedere davanti agli occhi Ettore angosciato versare largo pianto, com'era nel giorno in cui lo trascinava la biga nero di polvere cruenta e trafitti dalle redini i piedi enfiati. Ahi quale il suo aspetto, quanto mutato dal grande Ettore che tornò vestito delle spoglie di Achille, o dopo avere avventato fuochi frigi alle navi dei Danai; con la barba irsuta e i capelli rappresi di sangue, e le ferite che ricevette numerose intorno alle patrie mura. Sembrava che io piangendo mi rivolgessi per primo all'eroe ed esprimessi meste parole: “O luce della Dardania, sicura speranza dei Teucri, che grandi indugi ti trattennero? Da quali regioni, o sospirato Ettore, vieni? Come, dopo molte uccisioni dei tuoi e molti travagli degli uomini e delle città, ti rivediamo stremati! Che indegna causa deturba il volto sereno? E perché mi appaiono queste ferite?” Egli non indugia sulle vane domande che pongo, ma gravemente traendo un gemito dal profondo del petto, “Ah fuggi, figlio della dea” dice “e scampa alle fiamme. Il nemico occupa le mura; Troia precipita dall'alto della rocca. Abbiamo dato abbastanza alla patria e a Priamo: se un braccio potesse difendere Pergamo, l'avrebbe difesa già il mio. Troia ti affida i sacri arredi e i Penati: prendili compagni dei fati e cerca con essi grandi mura, che infine fonderai, percorso il mare”. (trad. it. di L. Canali)


Questa scena dal forte impatto visivo ed emotivo è particolarmente importante nella struttura del poema, dal momento che, oltre a collegare in maniera decisa l'Eneide all'Iliade (leggendo questi versi un lettore antico non poteva non pensare al tragico duello omerico fra Ettore ed Achille narrato da Omero nel canto XXII), fa di Enea il continuatore e l'autentico salvatore della stirpe troiana. Grazie alla sua missione, afferma il fantasma di Ettore, Troia ed i Penati torneranno a vivere in un'altra città (Roma). Le parole profetiche di Ettore, dunque, rimarcano una provvidenza che, malgrado la presente sofferenze e le future fatiche, ristabilirà prosperità e fortuna per il popolo troiano. Si ritiene che la scena omerica che Virgilio dovette tenere presente nel comporre questo episodio appartenga ad un passo dell'Iliade, contenuto nel libro XXIII, in cui l'anima di Patroclo si presenta in sogno ad Achille al fine di ottenere presto la sepoltura (vv. 65 segg.):

Ed ecco a lui venne l'anima del misero Patroclo, gli somigliava in tutto, grandezza, occhi belli, voce e vesti uguali vestiva sul corpo; gli stette sopra la testa e gli parlò parola: «Tu dormi, Achille, e ti scordi di me: mai, vivo, mi trascuravi, ma mi trascuri morto. Seppelliscimi in fretta, e passerò le porte dell'Ade. Lontano mi tengono l'anime, fantasmi di morti, non vogliono che tra loro mi mescoli di là dal fiume, ma erro così, per la casa larghe porte dell'Ade. E dammi la mano, te ne scongiuro piangendo: mai più verrò fuori dall'Ade, quando del fuoco m'avrete fatto partecipe. Mai più, vivi, in disparte dai cari compagni, terremo consiglio sedendo; la Chera odiosa m'ha divorato, che nascendo ebbi in sorte. E a te pure è destino, Achille pari agli dei, perire sotto le mura dei Teucri opulenti. Altro dirò, te ne supplicherò, se vuoi ascoltarmi: Achille non seppellite le mie ossa e le tue separate, ma insieme, come in casa vostra crescemmo, da quando, piccino, Menezio da Oponto a voi mi condusse, per triste omicidio, il giorno in cui uccisi il figlio di Anfidàmante, ah stolto! Senza volerlo, irato pei dadi. Allora m'accolse in casa Peleo cavaliere mi crebbe con cura, tuo scudiero mi disse. E così un'urna sola anche l'ossa racchiuda, quella d'oro a due manici, che la madre augusta t'ha dato» E rispondendo gli disse Achille piede rapido: «Perché, testa cara, sei venuto fin qui e mi comandi queste cose a una a una? Sì, certo compirò tutto quanto, obbedirò come chiedi: ma vieni vicino e almeno un istante, abbracciàti, godiamoci il pianto amaro a vicenda!» Tese le braccia, parlando così, ma non l'afferrò: l'anima come fumo sotto la terra sparì stridendo; saltò su Achille, stupito, batté le mani insieme e disse mesta parola: «Ah! C'è dunque, anche nella dimora dell'Ade, un'ombra, un fantasma, ma dentro non c'è più la mente. Tutta notte l'ombra del misero Patroclo m'è stata intorno, gemendo e piangendo: molte cose ordinava.
Gli somigliava prodigiosamente». (trad. it. di R. Calzecchi Onesti)

In entrambi i passi, anche se con intensità diversa, vengono messi in scena dei sogni in cui compaiono le anime dei trapassati a dare delle indicazioni ai vivi o a fare delle richieste esplicite. La natura di queste scene non è semplicemente letteraria (anche se nel corso della storia letteraria il sogno di un defunto diventerà un vero e proprio topos), dal momento che il racconto omerico è una testimonianza antropologica estremamente significativa dell'antica credenza secondo la quale i morti e le divinità comunicano con i vivi attraverso i sogni (in questo contributo non c'è spazio per approfondire il complesso problema dell'interpretazione dei sogni nell'antichità classica, ma il lettore può trovare una trattazione puntuale in Artemidoro, Il libro dei sogni, a cura di D. Del Corno, Milano 1975. Si legga in particolare l'introduzione pp. 1-61 e l'utile bibliografia pp. 62-70.
Va ricordato che Virgilio trattò il sogno di un morto in un passo del primo libro dell'Eneide (I, 353 segg.) in cui viene raccontato che l'anima del marito di Didone, Sicheo, si presenta in sogno alla moglie per svelarle i crimini compiuti dal fratello di Sicheo, Pigmalione:

Ipsa sed in somnis inhumati venit imago
coniugis; ora modis attollens pallida miris
crudelis ara traiectaque pectora ferro
nudavit caecumque domus scelus omne retexit.
Tum celerare fugam patriaque excedere suadet
auxiliumque viae veteres tellure recludit
thensauros, ignotum argenti pondus et auri.

(Ma le venne in sogno l'immagine dello sposo insepolto, levando il volto pallido in mirabile modo; svelò le crudeli are e il petto trafitto dal ferro, e tutto scoprì il delitto segreto della casa.
Allora la persuade ad affrettare la fuga e ad uscire dalla patria e, aiuto per il viaggio, dischiude dalla terra gli antichi, una quantità ignota d'argento e d'oro.) (trad. it. di L. Canali)

mentre nel quinto libro, viene descritta l'apparizione in sogno del defunto Anchise ad Enea (vv. 724 segg.):

et Nox atra polum bigis subvecta tenebat.
visa dehinc caelo facies delapsa parentis
Anchisae subito talis effundere voces:
«nate, mihi vita quondam, dum vita manebat,
care magis, nate Iliacis exercite fatis,
imperio Iovis huc venio, qui classibus ignem
depulit, et caelo tandem miseratus ab alto est.
consiliis pare quae nunc pulcherrima Nautes
dat senior; lectos iuvenes, fortissima corda,
defer in Italiam. gens dura atque aspera cultu
debellanda tibi Latio est. Ditis tamen ante
infernas accede domos et Averna per alta
congressus pete, nate, meos. non me impia namque
Tartara habent, tristes umbrae, sed amoena piorum
concilia Elysiumque colo. huc casta Sibylla
nigrarum multo pecudum te sanguine ducet.
tum genus omne tuum et quae dentur moenia disces.
iamque vale; torquet medios Nox umida cursus
et me saevus equis Oriens adflavit anhelis.»

(La nera Notte portata dalla biga occupava il cielo; quindi sembrò che l'immagine del padre Anchise discendesse dall'etere, e subito parlasse così:
«Figlio, un tempo a me più caro della vita, mentre la vita durava, figlio, provato dai fati iliaci, vengo per ordine di Giove che respinse il fuoco dalle navi, e infine si mosse a pietà dall'alto del cielo. Obbedisci ai consigli che ora ti dà bellissimi il vecchio Naute; porta in Italia giovani scelti, i cuori più forti; nel Lazio devi debellare un duro popolo e di rude vita. Tuttavia, rècati prima nelle inferne sedi di Dite; nel profondo Averno, figlio, vieni all'incontro con me. Non m'accoglie l'empio Tartaro, tristi ombre; mi trovo nelle amene adunanze dei pii e nell'Eliso. La casta Sibilla ti condurrà qui per molto sangue di nere vittime. Allora apprenderai tutta la tua discendenza, e le mura assegnate. Ora addio, l'umida Notte si volge a metà del percorso, e il crudele Oriente mi sfiora coi cavalli anelanti» Disse e fuggì come fumo nell'aria).
(trad. it. di L. Canali)

La scena del sogno di un defunto ritorna più volte nelle letterature classiche e moderne (per la letteratura italiana si ricordi almeno la Vita Nova di Dante, il Canzoniere di Petrarca e la novella di Lisabetta da Messina nel Decameron di Boccaccio). Per quanto riguarda la letteratura latina vanno almeno ricordati il Somnium Scipionis ciceroniano e un'elegia famosa di Properzio (IV, 7) in cui il poeta immagina che lo spettro della sua defunta amata, Cinzia, venga a tormentarlo in sogno (vv. 1 segg.):

Sunt aliquid Manes: letum non omnia finit,
luridaque evictos effugit umbra rogos.
Cynthia namque meo visa est incumbere fulcro,
murmur ad extremae nuper humata viae,
cum mihi somnus ab exsequiis penderet amoris
et quererer lecti frigida regna mei.
Eosdem habuit secum quibus est elata capillos,
eosdem oculos: lateri vestis adusta fuit,
et solitum digito beryllon adederat ignis,
summaque Lethaeus triverat ora liquor.
Spirantisque animos et vocem misit: at illi
pollicibus fragiles increpuere manus:
«Perfide nec cuiquam melior sperande puellae,
in te iam vires somnus habere potest?
Iamne tibi exciderant vigilacis furta Suburae
et mea nocturnis trita fenestra dolis,
per quam demisso quotiens tibi fune pependi,
alterna veniens in tua colla manu?

(I Mani esistono: non è la morte la fine di tutto e l'ombra livida sfugge al rogo dopo averlo sconfitto. Mi parve, infatti, che Cinzia fosse protesa sopra il mio letto – lei da poco sepolta sul bordo d'una strada rumorosa – quando il mio sonno restava sospeso dopo le esequie dell'amor mio e mi lamentavo che il letto fosse un freddo dominio.
Aveva gli stessi capelli con cui la portarono via, gli stessi occhi: la veste sul fianco era arsa, la fiamma aveva corroso il berillo che al dito soleva portare e l'acqua del Lete aveva consunto l'orlo delle sue labbra. Respirava e parlava come se fosse ancora viva, ma le sue mani sembravano rompersi e scricchiolavano nei pollici: «Perfido e tale che neanche una donna potrebbe sperarti migliore, su di te il sonno può già avere presa? Già sono svaniti dalla memoria gli incontri furtivi nell'insonne Suburra e la mia finestra consunta dagli inganni notturni, attraverso la quale, calata una fune, quante volte scesi per te, ora con una mano ora con l'altra, per correre fra le tue braccia!) (trad. it. di P. Fedeli)


Patrick Manuello

Commenti

  1. Complimenti a lei, il suo blog è una miniera di spunti interessanti. Complimenti, complimenti e ancora complimenti.

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  2. la ringrazio del cortese apprezzamento.
    Cordialmente

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