ALCUNE SCENE DELL'EPOS GRECO NELL'ENEIDE DI VIRGILIO

ALCUNE SCENE DELL’EPOS GRECO NELL’ENEIDE DI VIRGILIO

All’interno del panorama delle letterature classiche, l’Eneide di Virgilio riveste un’importanza eccezionale non solo per ragioni letterarie, ma anche per il complesso contesto storico-culturale in cui il poema è nato. Molti possono essere gli approcci al poema (ad esempio, il rapporto tra l’Eneide e l’epica latina tradizionale), ma in questo contributo desidero soffermarmi, brevemente, sulla presenza nei primi due libri dell’Eneide di alcune scene ispirate all’antico epos greco. In effetti, una delle ragioni che rendono il poema virgiliano così importante per la storia letteraria è dovuta al fatto che Virgilio ha saputo riproporre, in una veste culturale e attraverso un linguaggio prettamente romano, le forme dell’antico epos eroico greco (a tal proposito si ricordi che a Roma la poesia epica era a carattere più storico che eroico). In particolare, Virgilio ha abilmente fuso in un unico poema tre significativi modelli letterari greci: l’Iliade, l’Odissea e le Argonautiche di Apollonio Rodio. L’influsso dell’Iliade di Omero è particolarmente significativo nelle scene dei duelli e nella componente bellica propria della seconda parte del poema (si ricordi anche che il libro V è dedicato ai giochi funebri in memoria di Anchise, libro modellato sul libro XXIII dell’Iliade incentrato sui giochi funebri celebrati da Achille in onore dell’amico Patroclo), mentre l’Odissea costituisce il presupposto letterario dei primi libri del poema dedicati alla narrazione del disperato viaggio di Enea e dei suoi compagni verso la nuova patria. Tra queste due importanti componenti (la guerra e le avventure del viaggio) si inserisce nel IV libro dell’Eneide, attraverso la figura di Didone, il modello letterario della Medea delle Argonautiche di Apollonio Rodio.
Le scene che prenderemo in considerazione saranno le seguenti:

-Il proemio (1-11);
-I vv. 92 segg.;
-I 148 segg.;
-I 378-379;
-I 740 segg.;
-II 1-13;
Il proemio del poema (I 1-11):

Arma virumque cano, Troiae qui primus ab oris
Italiam fato profugus Laviniaque venit
litora, multum ille et terris iactatus et alto
vi superum, saevae memorem Iunonis ob iram,
multa quoque et bello passus, dum conderet urbem
inferretque deos Latio; genus unde Latinum
Albanique patres atque altae moenia Romae.
Musa, mihi causas memora, quo numine laeso
quidve dolens regina deum tot volvere casus
insignem pietate virum, tot adire labores
impulerit. tantaene animis caelestibus irae?

Nell’apertura dell’Eneide Virgilio si è ispirato ai proemi dell’Iliade e dell’Odissea. Si osservi, infatti, che attraverso il termine virum il poeta riprende l’omerico andra del primo verso dell’Odissea, ma, al tempo stesso, attraverso l’uso di arma viene instaurato un inevitabile legame con il tema bellico dell’Iliade. Enea e le sue gesta, dunque, sono il centro dell’Eneide. Va detto che anche la descrizione delle tribolazioni di Enea corrisponde alla situazione in cui si trova nel proemio dell’Odissea il protagonista (vv. 1-4):

L’uomo ricco di astuzie raccontami, o Musa, che a lungo
errò dopo ch’ebbe distrutto la rocca sacra di Troia;
di molti uomini le città vide e conobbe la mente,
molti dolori patì in cuore sul mare
(trad. it. di R. Calzecchi Onesti)

A livello testuale deve essere osservato che l’espressione virgiliana (v.3) multum ille et terris iactatus et alto ha un probabile parallelo nel proemio dell’Odissea (vv. 1-2) in hos màla pollà planchthe, mentre il latino passus corrisponde perfettamente all’omerico pàthen (v.4). Analogamente, deve essere osservato, sia in Virgilio che nel proemio dell’Odissea, il riferimento alle sofferenze sul mare: terris iactatus et alto (v.3) e pollà d’ho gh’en pònto pàthen àlghea (v.4).
Ovviamente, malgrado la poesia sia un dialogo incessante con la tradizione, gli autori (soprattutto i grandi poeti) sanno sempre creare qualcosa di nuovo su basi antiche e su tematiche già viste ed approfondite da altri. Dicendo questo intendo dire che Virgilio non ha composto una semplice imitazione di Omero, ma ha creato, utilizzando un linguaggio già codificato dalle regole dell’epos classico, qualcosa di nuovo ed estremamente originale. Malgrado i costanti riferimenti ad Omero, infatti, il contenuto e l’ispirazione di questo proemio appartengono alla tradizione romana (basti pensare, ad esempio, all’importanza fondamentale che ricopre nel proemio il termine fato v.2). Si rifletta, inoltre, sul fatto che Virgilio, diversamente dall’epica omerica, ha posticipato l’invocazione alla Musa al verso 8 (questa pratica ha influenzato la maggior parte dei poemi rinascimentali italiani, dal momento che si osserva nei nostri poeti la tendenza virgiliana a separare nettamente l’invocazione alla Musa dalla protasi vera e propria) ed ha attribuito, contrariamente ad Omero, a se stesso il classico verbo indicante il cantare poetico (cano in latino aèido in Omero), quasi ad indicare il fatto che il poeta non è un semplice strumento delle Muse, bensì un artista consapevole del proprio ruolo culturale e letterario.

I, vv. 92 segg.

Dopo il proemio, Virgilio ripercorre attraverso un susseguirsi di tempeste, scatenate dall’ira di Giunone, le sventure di Enea e dei suoi compagni nel viaggio per mare verso il Lazio. Tutto questo complesso di scene ha come modello letterario quello delle disastrose tempeste scatenate da Poseidone contro Odisseo nell’Odissea. Enea, in un momento di profonda disperazione ed in preda ad un senso di impotenza per la sventura che gli sta capitando, esclama:

extemplo Aeneae solvuntur frigore membra;
ingemit et duplicis tendens ad sidera palmas
talia voce refert: «o terque quaterque beati,
quis ante ora patrum Troiae sub moenibus altis
contigit oppetere! o Danaum fortissime gentis
Tydide! mene Iliacis occumbere campis
non potuisse tuaque animam hanc effundere dextra,
saevus ubi Aeacidae telo iacet Hector, ubi ingens
           Sarpedon, ubi tot Simois correpta sub undis
scuta virum galeasque et fortia corpora volvit!»

In questa scena drammatica Virgilio ha fatto parlare il suo eroe con un linguaggio che ci riporta ad una analoga scena dell’Odissea (V vv. 299 segg.) in cui Odisseo, colpito da una violenta tempesta scatenata da Poseidone, dopo diciassette giorni di navigazione dall’isola Ogigia, sede di Calipso, così si lamenta:

«O me infelice! Che ancora mi capita?
Temo che tutto vero mi abbia detto la dea,
quando diceva che in mare, prima di giungere in patria,
il colmo avrei dei dolori: e ora tutto si compie,
di tali nembi il cielo ampio incorona
Zeus e il mare ha sconvolto e galoppano i turbini
di tutti i venti: ora l’abisso di morte è sicuro per me.
O tre e quattro volte beati quei Danai, che allora perirono
nell’ampia Troade, in grazia degli Atridi!
Così anch’io fossi morto, avessi seguito il destino,
il giorno che in folla le lance di bronzo
mi scagliavano i Teucri intorno al morto Pelide»
(trad. it. di R. Calzecchi Onesti)

Risulta chiaro, dunque, che Virgilio ha applicato ad Enea una scena che vedeva protagonista Odisseo. Nel testo virgiliano, del resto, al verso 94 si trova una precisa ripresa dell’originale greco (trismàcares Danaòi kai tetràkis) nell’espressione o terque quaterque beati.

I, vv. 142 segg.

Se è vero che questa prima parte dell’Eneide è stata modellata su episodi dell’Odissea, va comunque osservato che tra i due poemi, a volte, si riscontrano delle asimmetrie non trascurabili. Si pensi, ad esempio, che, mentre nell’Odissea è Poseidone a suscitare la tempesta contro Odisseo, nell’Eneide, invece, è proprio il dio dei mari a placare la burrasca scatenata contro i Troiani da Eolo per volontà di Giunone (e si ricordi che nel libro X dell’Odissea Eolo in persona aveva cercato di aiutare il protagonista donandogli un otre contenente i venti più violenti). Dopo che Eolo ha portato scompiglio fra i profughi Troiani, Virgilio descrive Nettuno nel tentativo di placare la furia delle acque:

Sic ait, et dicto citius tumida aequora placat
collectasque fugat nubes solemque reducit.
Cymothoe simul et Triton adnixus acuto
detrudunt navis scopulo; levat ipse tridenti
et vastas aperit Syrtis et temperat aequor
atque rotis summas levibus perlabitur undas.
ac veluti magno in populo cum saepe coorta est
seditio saevitque animis ignobile vulgus
iamque faces et saxa volant, furor arma ministrat;
tum, pietate gravem ac meritis si forte virum quem
conspexere, silent arrectisque auribus astant;
ille regit dictis animos et pectora mulcet:
sic cunctus pelagi cecidit fragor, aequora postquam
prospiciens genitor caeloque invectus aperto
flectit equos curruque volans dat lora secundo.

La parte di questo passo che è particolarmente significativa è costituita dai versi 148-156, dal momento che in essi il poeta ricorre alla prima grande similitudine del poema. La natura di questa similitudine, tecnica poetica che era stata ampiamente utilizzata nell’epica omerica (in particolare nell’Iliade), ha un’origine omerica ben precisa: Iliade II 141 segg.
In quel passo Omero, infatti, dopo aver riportato il discorso ingannatore di Agamennone all’esercito (Agamennone finge di voler sciogliere la campagna militare contro Troia suscitando la gioia dei soldati ben disposti a tornare in Grecia), descrive in questi termini l’effetto suscitato da Agamennone sui soldati:

Disse così; a quelli balzò il cuore nel petto,
a tutti in mezzo alla folla, quanti udirono il piano;
l’assemblea fu sconvolta, come onde grandi del mare,
del mare Icario, che l’Euro o il Noto sollevano
balzando giù dal padre Zeus dalle nubi;
o come quando Zefiro giunge e l’alte messi sconvolge,
violento avventandosi, e le spighe si piegano;
così l’intera assemblea si sconvolse…..
(trad. it. R. Calzecchi Onesti)

Confrontando il testo virgiliano con il modello omerico si nota immediatamente l’abilità e l’originalità di Virgilio. Egli, infatti, non solo ha inserito una scena omerica tratta dall’Iliade in un contesto marino proprio dell’Odissea, ma ha anche instaurato, rispetto al modello, una sapiente variatio: mentre in Omero, infatti, il mondo naturale costituisce il termine di paragone per un fatto umano, in Virgilio, al contrario, il fatto naturale è spiegato tramite un evento umano (la tempesta sul mare si placa esattamente come si placano le sommosse nel momento in cui interviene una persona autorevole).

I 378-379

Dopo lo sbarco in Africa, Enea decide di esplorare i nuovi luoghi. Trovatosi in una selva, gli si presenta davanti, inaspettatamente, la madre Venere in sembianze tali da renderla irriconoscibile al figlio. Alla domanda di Venere in merito all’identità dello straniero Enea risponde così:

Sum pius Aeneas, raptos qui ex hoste penatis
classe veho mecum, fama super aethera notus.

In questa orgogliosa dichiarazione di identità Virgilio ha riecheggiato una scena tratta dal libro IX dell’Odissea (19-20) dove Odisseo rivela la propria identità al signore dei Feaci, Alcinoo:

Sono Odisseo di Laerte, che per tutte le astuzie
son conosciuto tra gli uomini, e la mia fama va al cielo.
(trad. it. di R. Calzecchi Onesti)

Anche in questo caso non si può dire che Virgilio ha semplicemente imitato Omero, dal momento che la scena originaria omerica è stata perfettamente adattata (“romanizzata”) al nuovo contesto in cui è stata inserita. Indubbiamente, un lettore colto dell’antichità (ma anche dei giorni nostri) era in grado di apprezzare questi continui riferimenti all’epica greca. Ed è proprio questo aspetto, del resto, che fa dell’Eneide un poema estremamente raffinato e di alto valore artistico.

I 740 segg.

Alla fine del primo libro Virgilio descrive un sontuoso banchetto preparato all’interno della reggia di Cartagine il cui scopo è quello di festeggiare l’unione fra i profughi di Troia ed i Cartaginesi. Ovviamente, come accade nell’epos omerico (soprattutto nell’Odissea), ad ogni banchetto è irrinunciabile la presenza di un cantore che sappia allietare con il suo canto i convitati. Seguendo questa consuetudine, Virgilio crea la figura di un aedo di nome Iopa che con la cetra canta alcune specifiche tematiche naturalistiche e scientifiche:

cithara crinitus Iopas
personat aurata, docuit quem maximus Atlas.
hic canit errantem lunam solisque labores,
unde hominum genus et pecudes, unde imber et ignes,
Arcturum pluviasque Hyadas geminosque Triones,
           quid tantum Oceano properent se tingere soles
hiberni, vel quae tardis mora noctibus obstet;
ingeminant plausu Tyrii, Troesque sequuntur.

Questo passo ricorda le scene descritte nell’Odissea che hanno per protagonisti gli aedi Femio e Demodoco, rispettivamente alla corte dei Feaci ed alla tavola dei Proci ad Itaca. Malgrado il modello omerico, Virgilio rappresenta l’aedo Iopa nell’atto di cantare tematiche scientifico-filosofiche che non erano assolutamente proprie degli antichi aedi omerici. Facendo così, anche in questa circostanza, Virgilio riesce a prendere le distanze dal modello omerico ed instaura nuovi rapporti con la tradizione. In particolare, l'aver descritto un aedo nell'atto di esporre problematiche di natura scientifica sembra essere un vero e proprio omaggio alla poesia di Lucrezio. Va anche ricordato che in questo passo del poema Virgilio molto probabilmente sta riecheggiando un passaggio delle Georgiche (II 475-481-482) in cui il poeta spera che le Muse possano spiegargli i misteri più interessanti del mondo naturale:

Me vero primum dulces ante omnia Musae,
quarum sacra fero ingenti percussus amore,
accipiant caelique vias et sidera monstrent,
defectus solis varios lunaeque labores;
unde tremor terris, qua vi maria alta tumescant
obicibus ruptis rursusque in se ipsa residant,
quid tantum Oceano properent se tingere soles
hiberni, vel quae tardis mora noctibus obstet.

Si tenga presente, inoltre, che il passo virgiliano dell'Eneide ha un probabile parallelo in una scena contenuta nel primo libro delle Argonautiche di Apollonio Rodio (vv. 495 segg.). Nel poema greco, infatti, Apollonio Rodio introduce durante un banchetto degli Argonauti, prima della partenza della nave Argo, il canto di Orfeo:

Orfeo, alzando con la sinistra la cetra, diede inizio
ad un canto. Cantava come terra, cielo e mare,
da principio connessi in un’unica forma, si separarono
e occuparono siti diversi a causa di una contesa funesta;
e come nell’etere abbiano un fine immutabile
ed eterno le stelle e i percorsi della luna e del sole;
e come s’innalzarono i monti e nacquero i fiumi
rumoreggianti, con le loro ninfe e tutti gli animali.
(trad. it. di G. Paduano)

II 1-13

Al termine del primo libro, dopo il canto di Iopa, Didone chiede ad Enea di raccontare la fine di Troia e le sciagure che hanno colpito i profughi Troiani nel loro viaggio per mare (vv. 748-756):

nec non et vario noctem sermone trahebat
infelix Dido longumque bibebat amorem,
multa super Priamo rogitans, super Hectore multa;
nunc quibus Aurorae venisset filius armis,
nunc quales Diomedis equi, nunc quantus Achilles.
«immo age et a prima dic, hospes, origine nobis
insidias» inquit «Danaum casusque tuorum
erroresque tuos; nam te iam septima portat
omnibus errantem terris et fluctibus aestas.»

Nel libro successivo Virgilio riporta la risposta di Enea alla richiesta di Didone:

Conticuere omnes intentique ora tenebant;
inde toro pater Aeneas sic orsus ab alto:
Infandum, regina, iubes renovare dolorem,
Troianas ut opes et lamentabile regnum
eruerint Danai, quaeque ipse miserrima vidi
et quorum pars magna fui. quis talia fando
Myrmidonum Dolopumve aut duri miles Ulixi
temperet a lacrimis? et iam nox umida caelo
praecipitat suadentque cadentia sidera somnos.
sed si tantus amor casus cognoscere nostros
et breviter Troiae supremum audire laborem,
quamquam animus meminisse horret luctuque refugit,
incipiam.


I modelli di questi due passi sono contenuti nell’Odissea. In particolare, la situazione delineata da Virgilio è molto simile a ciò che accade ad Odisseo presso la corte dei Feaci.
Nel libro VII dell’Odissea Arète, sposa del signore dei Feaci Alcinoo, chiede ad Odisseo la sua identità (vv. 237 segg.):

«Ospite, questo per primo ti chiederò io stessa:
chi e donde sei fra gli uomini? e chi ti donò queste vesti?
Non dici che naufrago in mare sei capitato quaggiù?»
E rispondendole disse l’accorto Odisseo:
«Tremendo, regina, narrare punto per punto
i miei mali, ché molti me n’hanno dati i numi celesti:
pure questo dirò, che mi chiedi e ricerchi…
(trad. it. di R. Calzecchi Onesti)

Si noti che in entrambe le scene i due eroi non sembrano ben disposti a raccontare le loro drammatiche esperienze: l’espressione omerica (v. 241) argaleòn, basìleia, dienekèos agorèusai kede’ (=Tremendo, regina, narrare punto per punto i miei mali) corrisponde alla frase virgiliana infandum, regina, iubes renovare dolorem (v. 3).
La differenza principale fra le due scene è che, mentre nell’Odissea Arète non conosce ancora l’identità dello straniero, nell’Eneide, invece, la regina di Cartagine conosce già perfettamente l’identità del suo ospite. Va ancora aggiunto che la solenne apertura del secondo libro dell’Eneide conticuere omnes intentique ora tenebant ha come probabile modello una scena dell’Odissea tratta dall’inizio del libro XIII. Odisseo, infatti, dopo aver narrato estesamente ai Feaci le sue terribili avventure (libri IX-XII), suscita nel pubblico fascino e profonda attenzione:

Così narrava: e tutti rimasero muti, in silenzio,
erano vinti dal fascino nella sala ombrosa
(trad. it. di R. Calzecchi Onesti)

A livello linguistico si noti che il verbo latino conticuere (“rimasero muti”) corrisponde al greco akèn egènonto siopè. Si osservi che anche in questo caso Virgilio ha modificato il modello, dal momento che in Omero il silenzio provocato sugli ascoltatori è collocato al termine della narrazione di Odisseo, mentre nell’Eneide esso è descritto prima della rievocazione delle avventure di Enea.

Conclusioni

Anche se potevano essere presi in considerazione molti altri passi del poema virgiliano, la scelta qui proposta sembra sufficiente per poter concludere che Virgilio è un poeta estremamente colto e capace di confrontarsi con i suoi modelli. Lungi dall’essere un imitatore di Omero, Virgilio ha saputo reinterpretare in chiave romana la tradizione della poesia epica greca arcaica ed ellenistica. Le continue allusioni all’epos greco fanno dell’Eneide un ottimo esempio di intertestualità.


Patrick Manuello

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