Ηλεκτρα - UNA SCENA OMERICA IN EURIPIDE, ELETTRA 573-579

UNA SCENA OMERICA IN EURIPIDE, ELETTRA 573-579





10. Εἰσὶ δὲ τῶν μύθων οἱ μὲν ἁπλοῖ οἱ δὲ πεπλεγμένοι· καὶ γὰρ αἱ πράξεις ὧν μιμήσεις οἱ μῦθοί εἰσιν ὑπάρχουσιν εὐθὺς οὖσαι τοιαῦται. Λέγω δὲ ἁπλῆν μὲν πρᾶξιν ἧς [15] γινομένης ὥσπερ ὥρισται συνεχοῦς καὶ μιᾶς ἄνευ περιπετείας ἢ ἀναγνωρισμοῦ ἡ μετάβασις γίνεται, πεπλεγμένην δὲ ἐξ ἧς μετὰ ἀναγνωρισμοῦ ἢ περιπετείας ἢ ἀμφοῖν ἡ μετάβασίς ἐστιν. Ταῦτα δὲ δεῖ γίνεσθαι ἐξ αὐτῆς τῆς συστάσεως τοῦ μύθου, ὥστε ἐκ τῶν προγεγενημένων συμβαίνειν [20] ἢ ἐξ ἀνάγκης ἢ κατὰ τὸ εἰκὸς γίγνεσθαι ταῦτα· διαφέρει γὰρ πολὺ τὸ γίγνεσθαι τάδε διὰ τάδε ἢ μετὰ τάδε. 11. Ἔστι δὲ περιπέτεια μὲν ἡ εἰς τὸ ἐναντίον τῶν πραττομένων μεταβολὴ καθάπερ εἴρηται, καὶ τοῦτο δὲ ὥσπερ λέγομεν κατὰ τὸ εἰκὸς ἢ ἀναγκαῖον, οἷον ἐν τῷ/ [25] Οἰδιποδι ἐλθὼν ὡς εὐφρανῶν τὸν Οἰδίπουν καὶ ἀπαλλάξων τοῦ πρὸς τὴν μητέρα φόβου, δηλώσας ὃς ἦν, τοὐναντίον ἐποίησεν· καὶ ἐν τῷ Λυγκεῖ ὁ μὲν ἀγόμενος ὡς ἀποθανούμενος, ὁ δὲ Δαναὸς ἀκολουθῶν ὡς ἀποκτενῶν, τὸν μὲν συνέβη ἐκ τῶν πεπραγμένων ἀποθανεῖν, τὸν δὲ σωθῆναι. Ἀναγνώρισις [30] δέ, ὥσπερ καὶ τοὔνομα σημαίνει, ἐξ ἀγνοίας εἰς γνῶσιν μεταβολή, ἢ εἰς φιλίαν ἢ εἰς ἔχθραν, τῶν πρὸς εὐτυχίαν ἢ δυστυχίαν ὡρισμένων· καλλίστη δὲ ἀναγνώρισις, ὅταν ἅμα περιπετείᾳ γένηται, οἷον ἔχει ἡ ἐν τῷ Οἰδίποδι. Εἰσὶν μὲν οὖν καὶ ἄλλαι ἀναγνωρίσεις· καὶ γὰρ πρὸς ἄψυχα καὶ [35] τὰ τυχόντα ἐστὶν ὥς<ὃ> περ εἴρηται συμβαίνει, καὶ εἰ πέπραγέ τις ἢ μὴ πέπραγεν ἔστιν ἀναγνωρίσαι. Ἀλλ᾽ ἡ μάλιστα τοῦ μύθου καὶ ἡ μάλιστα τῆς πράξεως ἡ εἰρημένη ἐστίν· ἡ γὰρ τοιαύτη ἀναγνώρισις καὶ περιπέτεια ἢ ἔλεον ἕξει ἢ φόβον [1452b][1] (οἵων πράξεων ἡ τραγῳδία μίμησις ὑπόκειται), ἐπειδὴ καὶ τὸ ἀτυχεῖν καὶ τὸ εὐτυχεῖν ἐπὶ τῶν τοιούτων συμβήσεται. Ἐπεὶ δὴ ἡ ἀναγνώρισις τινῶν ἐστιν ἀναγνώρισις, αἱ μέν εἰσι θατέρου πρὸς τὸν ἕτερον μόνον, ὅταν ᾖ δῆλος ἅτερος [5] τίς ἐστιν, ὁτὲ δὲ ἀμφοτέρους δεῖ ἀναγνωρίσαι, οἷον ἡ μὲν Ἰφιγένεια τῷ Ὀρέστῃ ἀνεγνωρίσθη ἐκ τῆς πέμψεως τῆς ἐπιστολῆς, ἐκείνου δὲ πρὸς τὴν Ἰφιγένειαν ἄλλης ἔδει ἀναγνωρίσεως. Δύο μὲν οὖν τοῦ μύθου μέρη ταῦτ᾽ ἐστί, περιπέτεια [10] καὶ ἀναγνώρισις· τρίτον δὲ πάθος. Τούτων δὲ περιπέτεια μὲν καὶ ἀναγνώρισις εἴρηται, πάθος δέ ἐστι πρᾶξις φθαρτικὴ ἢ ὀδυνηρά, οἷον οἵ τε ἐν τῷ φανερῷ θάνατοι καὶ αἱ περιωδυνίαι καὶ τρώσεις καὶ ὅσα τοιαῦτα.


(10. Tra i racconti, alcuni sono semplici, altri complessi: tali, infatti, sono precisamente le azioni, di cui i racconti sono imitazioni. Definisco “semplice” un'azione quando, dopo che essa si è sviluppata - come stabilito - in modo continuo e unitario, si genera il mutamento senza peripezia o riconoscimento; “complessa”, invece, un'azione dalla quale si ha il mutamento con riconoscimento o peripezia o entrambi. Ciò deve nascere dalla composizione stessa del racconto, in modo che dai fatti precedenti accada che si generino questi eventi o di necessità o secondo verosimiglianza. È ben diverso che essi si generino a causa degli antecedenti oppure dopo di essi. 11. “Peripezia” è il mutamento dei fatti nel loro contrario, come si è detto, il che, ripetiamo, deve accadere secondo verosimiglianza o necessità; per esempio, nell'Edipo, il messo venuto ad allietare Edipo e a liberarlo dal timore nei confronti della madre, quandò svelò chi fosse, produsse il contrario; anche nel Linceo, mentre costui era condotto a morte e Danao lo seguiva per ucciderlo, in conseguenza dei fatti, accadde che il secondo morì e il primo si salvò. “Riconoscimento”, invece, come indica anche il nome, è un mutamento da ignoranza a conoscenza, oppure ad amicizia o inimicizia di chi è destinato a felicità o sventura. Più bello è il riconoscimento quando si verifica insieme alla peripezia, come accade nel caso dell'Edipo.Ci sono, certamente, anche altri tipi di riconoscimento: in relazione a oggetti sia inanimati, sia comuni † è come si è detto accade †, ed è possibile che abbia luogo il riconoscimento, se qualcuno ha compiuto o no certe azioni. Ma il riconoscimento più consono al racconto, il più consono all'azione è del tipo sopra citato. Un riconoscimento e una peripezia del genere procureranno, infatti, o pietà o paura, azioni di cui la tragedia è presupposta imitazione, poichè da esse deriverà l'avere sventura e felicità. Dato che il riconoscimento è riconoscimento di qualcuno, alcuni di essi consistono solo nel riconoscimento di un personaggio da parte dell'altro, quando sia chiaro chi sia uno dei due; talvolta, invece, devono riconoscersi entrambi: per esempio, Ifigenia venne riconosciuta da Oreste dall'invio della lettera, ma occorreva un altro riconoscimento, di lui da parte di Ifigenia. Due, dunque, sono queste parti del racconto, peripezia e riconoscimento. Terza è il pathos. Di esse, peripezia e riconoscimento sono state descritte; pathos è, invece, un'azione rovinosa o dolorosa, come le morti in pubblico, le atroci sofferenze, i ferimenti e via dicendo.)            trad. it. di Andrea Barabino.

In questo passo, che ho citato piuttosto estesamente affinchè si possa capire il senso generale del discorso, appartenente alla Poetica di Aristotele (1452 a-b), si trova una spiegazione del termine ἀναγνώρισις (=riconoscimento)
In particolare, Aristotele fa riferimento ad una precisa tecnica drammaturgica che è in grado di suscitare, negli spettatori di una tragedia, paura o pietà (ἡ γὰρ τοιαύτη ἀναγνώρισις καὶ περιπέτεια ἢ ἔλεον ἕξει ἢ φόβον) qualora il riconoscimento avvenga insieme alla peripezia (καλλίστη δὲ ἀναγνώρισις, ὅταν ἅμα περιπετείᾳ γένηται, οἷον ἔχει ἡ ἐν τῷ Οἰδίποδι). Secondo il filosofo, inoltre, il migliore esempio di questa tecnica sarebbe contenuto nell'Edipo Re di Sofocle. In effetti, ciò che afferma Aristotele sembra piuttosto condivisibile, dal momento che quella tragedia culmina proprio nella drammatica e dolorosa scoperta, da parte del protagonista stesso, della propria identità: Edipo è la causa della pestilenza che affligge Tebe, è il figlio di Giocasta e di Laio, l'uccisore del padre, lo sposo della madre e fratello dei propri figli. A dire la verità, però, questa tecnica era già stata usata con grande abilità e maestria da Omero nell'Odissea. Se si pensa alla trama di questo poema, si può comprendere l'importanza dei riconoscimenti nella struttura dell'intero racconto. Tanto per cominciare si pensi al libro IX (1-38), dove Odisseo, dopo aver nascosto la propria identità, svela ad Alcinoo di essere il re di Itaca, l'eroe famoso che ha contribuito con la sua intelligenza alla caduta di Troia. Si pensi, inoltre, che l'episodio del Ciclope è interamente giocato su un fraintendimento di identità da parte di Polifemo ingannato dalle astute parole di Odisseo (IX 364-370). Il libro XI, invece, può essere considerato un lungo riconoscimento da parte di Odisseo dei guerrieri che sono caduti a Troia (ma si ricordi anche lo struggente incontro con la madre Anticlea 152-224). Nel libro XVI, inoltre, la dea Atena provoca il riconoscimento fra Odisseo e Telemaco, mentre nel canto XVII assistiamo al commovente episodio del riconoscimento di Odisseo da parte del vecchio cane Argo (260-327). A questi episodi vanno aggiunti altri tre importanti riconoscimenti:

1) nel libro XIX Euriclea, la nutrice di Odisseo, riconosce il re grazie ad una cicatrice (467-502);
2) nel canto XXII, dopo aver trucidato Antinoo, Odisseo rivela la propria identità ai proci (35-41);
3) nel libro XXIII Penelope finalmente riconosce il marito grazie al segreto del letto (163-255);

In questo contributo ci interessa il primo di questi ultimi tre episodi, dal momento che esso viene ripreso dall'Elettra di Euripide in una scena (573-579) che riveste notevole importanza nella struttura della tragedia. Come prima cosa leggiamo i versi omerici (467-502):

Tὴν γρηῢς χείρεσσι καταπρηνέσσι λαβοῦσα
γνῶ ῥ᾽ ἐπιμασσαμένη, πόδα δὲ προέηκε φέρεσθαι·
ἐν δὲ λέβητι πέσε κνήμη, κανάχησε δὲ χαλκός,
ἂψ δ᾽ ἑτέρωσ᾽ ἐκλίθη· τὸ δ᾽ ἐπὶ χθονὸς ἐξέχυθ᾽ ὕδωρ.
τὴν δ᾽ ἅμα χάρμα καὶ ἄλγος ἕλε φρένα, τὼ δέ οἱ ὄσσε
δακρυόφι πλῆσθεν, θαλερὴ δέ οἱ ἔσχετο φωνή.
ἁψαμένη δὲ γενείου Ὀδυσσῆα προσέειπεν·
"ἦ μάλ᾽ Ὀδυσσεύς ἐσσι, φίλον τέκος· οὐδέ σ᾽ ἐγώ γε
πρὶν ἔγνων, πρὶν πάντα ἄνακτ᾽ ἐμὸν ἀμφαφάασθαι."
ἦ καὶ Πηνελόπειαν ἐσέδρακεν ὀφθαλμοῖσι,
πεφραδέειν ἐθέλουσα φίλον πόσιν ἔνδον ἐόντα.
ἡ δ᾽ οὔτ᾽ ἀθρῆσαι δύνατ᾽ ἀντίη οὔτε νοῆσαι·
τῇ γὰρ Ἀθηναίη νόον ἔτραπεν· αὐτὰρ Ὀδυσσεὺς
χεῖρ᾽ ἐπιμασσάμενος φάρυγος λάβε δεξιτερῆφι,
τῇ δ᾽ ἑτέρῃ ἕθεν ἆσσον ἐρύσσατο φώνησέν τε.
"μαῖα, τίη μ᾽ ἐθέλεις ὀλέσαι; σὺ δέ μ᾽ ἔτρεφες αὐτὴ
τῷ σῷ ἐπὶ μαζῷ· νῦν δ᾽ ἄλγεα πολλὰ μογήσας
ἤλυθον εἰκοστῷ ἔτεϊ ἐς πατρίδα γαῖαν.
ἀλλ᾽ ἐπεὶ ἐφράσθης καί τοι θεὸς ἔμβαλε θυμῷ,
σίγα, μή τίς τ᾽ ἄλλος ἐνὶ μεγάροισι πύθηται.
ὧδε γὰρ ἐξερέω, καὶ μὴν τετελεσμένον ἔσται·
εἴ χ᾽ ὑπ᾽ ἐμοί γε θεὸς δαμάσῃ μνηστῆρας ἀγαυούς,
οὐδὲ τροφοῦ οὔσης σεῦ ἀφέξομαι, ὁππότ᾽ ἂν ἄλλας
δμῳὰς ἐν μεγάροισιν ἐμοῖς κτείνωμι γυναῖκας."
τὸν δ᾽ αὖτε προσέειπε περίφρων Εὐρύκλεια·
"τέκνον ἐμόν, ποῖόν σε ἔπος φύγεν ἕρκος ὀδόντων.
οἶσθα μὲν οἷον ἐμὸν μένος ἔμπεδον οὐδ᾽ ἐπιεικτόν,
ἕξω δ᾽ ὡς ὅτε τις στερεὴ λίθος ἠὲ σίδηρος.
ἄλλο δέ τοι ἐρέω, σὺ δ᾽ ἐνὶ φρεσὶ βάλλεο σῇσιν·
εἴ χ᾽ ὑπό σοι γε θεὸς δαμάσῃ μνηστῆρας ἀγαυούς,
δὴ τότε τοι καταλέξω ἐνὶ μεγάροισι γυναῖκας,
αἵ τέ σ᾽ ἀτιμάζουσι καὶ αἳ νηλείτιδές εἰσι."
τὴν δ᾽ ἀπαμειβόμενος προσέφη πολύμητις Ὀδυσσεύς
"μαῖα, τίη δὲ σὺ τὰς μυθήσεαι; οὐδέ τί σε χρή.
εὖ νυ καὶ αὐτὸς ἐγὼ φράσομαι καὶ εἴσομ᾽ ἑκάστην·
ἀλλ᾽ ἔχε σιγῇ μῦθον, ἐπίτρεψον δὲ θεοῖσιν."


(Ora la vecchia, toccando la cicatrice con le due mani aperte, / la riconobbe palpandola, e lasciò andare il piede. / Dentro il lebete cadde la gamba, risonò il bronzo e s'inclinò da una parte: in terra si sparse l'acqua. / A lei la gioia e angoscia insieme presero il cuore, i suoi occhi/ s'empiron di lacrime, la florida voce era stretta./ Carezzandogli il mento, disse a Odisseo: / «Oh sì, Odisseo tu sei, cara creatura! E non ti ho conosciuto/ prima d'averlo tutto palpato il mio re!...»/ Disse e a guardar Penelope si rivolse con gli occhi,/ volendo dirle ch'era tornato il suo sposo./ Ma lei non potè vederla in viso nè accorgersi, / perchè Atena le distrasse la mente; e Odisseo/ la mano afferrò della vecchia, la strinse con la destra alla gola,/ con l'altra la tirò a sè, le disse:/ «Balia, perchè mi vuoi perdere? Eppure tu m'hai nutrito/ al tuo petto; e ora, dopo aver sopportato gran pene,/ arrivo dopo ven'anni alla terra dei padri./ Ma, giacchè l'hai capito, un dio te l'ha messo nel cuore,/ taci, che nessun altro nel palazzo lo sappia./ Perchè questo ti dico, e certo avrà compimento:/ se per mia mano un nume abbatta i pretendenti alteri,/ neppure perchè mi nutristi t'avrò riguardo, quando/ massacrerò l'altre donne nel mio palazzo»./ E gli rispose Euriclea prudente:/ Creatura mia, che parola t'uscì dalla siepe dei denti!/
Tu sai che il mio cuore è salvo e indomabile:/ sarò come una dura roccia, come un pezzo di ferro./ Altro ti dico e tu ponilo in cuore:/ se per tua mano un nume abbatta i pretendenti alteri, allora una per una nominerò le donne di casa,/ quali non ti rispettano e quali sono innocenti»./ Ma rispondendole disse l'accorto Odisseo:/ «Balia, perchè voui dirmele tu? Non c'è bisogno./ Le capirò da solo, saprò ben conoscerle tutte;/ tu serba il segreto, e lascia fare i numi»./
trad. it. R. Calzecchi Onesti)




Il passo, appartenente al XIX libro, descrive la scena in cui la vecchia nutrice di Odisseo, che è stata incaricata di lavare l'ospite da Penelope, riconosce l'eroe tramite una cicatrice al ginocchio che Odisseo si era procurato da giovane in seguito ad una battuta di caccia al cinghiale (cf. 392-466). All' autentica gioia provata da Euriclea si contrappone la brusca reazione di Odisseo, preoccupato che la nutrice potesse mettere in pericolo i suoi piani, svelando tutto a Penelope (si noti, però, che il passo è piuttosto problematico, dato che è Odisseo stesso che aveva chiesto a Penelope [cf. 343-348] di essere lavato da Euriclea, l'unica persona che in effetti poteva riconoscere l'eroe grazie a tale cicatrice. Sembrerebbe, dunque, che la scelta di essere lavato da Euriclea fosse finalizzata da Odisseo ad una volontaria rivelazione della propria identità, malgrado, in seguito, una volta riconosciuto, l'eroe cerca di non farsi riconoscere. Si è pensato che in origine questa scena avesse come conseguenza il riconoscimento da parte di Penelope del marito, ma che il poeta -o i poeti- abbiano preferito ritardare fino alla fine l'ἀναγνώρισις.

L'elemento, dunque, che consente il riconoscimento di Odisseo è una cicatrice, cioè un segno che, come è risaputo, permane nel corpo di una persona per sempre, a prescindere da qualsiasi fenomeno degenerativo causato dalla vecchiaia (cfr. Aristotele, Poetica 1454 b 16 dove il filosofo menziona l'episodio omerico). Euripide nell'Elettra, tragedia di cui si è parlato nel precedente contributo a proposito di un passo dedicato al tema della vera nobiltà, sfrutta sapientemente questa tipologia di riconoscimento per rappresentare l'ἀναγνώρισις fra Elettra ed Oreste. Come in Omero, inoltre, il riconoscimento dell'eroe avviene tramite una persona anziana, un vecchio cui era stata affidata la cura dei figli di Agamennone e che è sempre rimasto fedele al suo re. Dopo essere stato chiamato da Elettra affinchè portasse dalla campagna del cibo per gli ospiti (Oreste e Pilade), il vecchio rivela alla protagonista che qualcuno è venuto ad onorare la tomba di Agamennone con sacrifici e con il taglio di qualche ricciolo biondo (cf. 508 segg.) Secondo il vecchio si tratta del fratello Oreste ma Elettra con notevole scetticismo ritiene che tali presunte prove della venuta del fratello siano del tutto prive di credibilità (si tratta, in realtà, di una critica euripidea al riconoscimento fra Elettra ed Oreste presente nelle Coefore eschilee). A questo punto, però, quando il vecchio vede di persona lo straniero, riconosce immediatamente in lui il figlio di Agamennone grazie ad una cicatrice che si procurò da piccolo in seguito ad una caduta (vv. 569 segg.) ed Elettra viene finalmente convinta dalla nuova prova:


ΠΡΕΣΒΥΣ οὐκ εὖ φρονῶ ᾿γὼ σὸν κασίγνητον βλέπων;
ΗΛΕΚΤΡΑ πῶς εἶπας, ὦ γεραί᾿, ἀνέλπιστον λόγον;
ΠΡΕΣΒΥΣ ὁρᾶν Ὀρέστην τόνδε τὸν Ἀγαμέμνονος.
ΗΛΕΚΤΡΑ ποῖον χαρακτῆρ᾿ εἰσιδών, ᾧ πείσομαι;
ΠΡΕΣΒΥΣ οὐλὴν παρ᾽ὀφρύν, ἥν ποτ᾽ἐν πατρὸς δόμοις
νεβρὸν διώκων σοῦ μέθ᾽ᾑμάχθη πεσών.
ΗΛΕΚΤΡΑ πῶς φῄς; ὁρῶ μὲν πτώματος τεκμήριον.
ΠΡΕΣΒΥΣ ἔπειτα μέλλεις προσπίτνειν τοῖς φιλτάτοις;
ΗΛΕΚΤΡΑ ἀλλ᾿ οὐκέτ᾿, ὦ γεραιέ· συμβόλοισι γὰρ
τοῖς σοῖς πέπεισμαι θυμόν.— ὦ χρόνῳ φανείς,
ἔχω σ᾿ἀέλπτως... ΟΡΕΣΤΗΣ κἀξ εμοῦ γ᾽ἔχῃ χρόνῳ.





VECCHIO
Nel vedere qui tuo fratello dico una pazzia?
ELETTRA
Come fai, vecchio, a dire delle cose così inattese?
VECCHIO
Vedo qui Oreste, figlio di Agamennone.
ELETTRA
Quale segno tu vedi che potrebbe persuadermi?
VECCHIO
Una cicatrice al sopracciglio. Un tempo nella casa
paterna se la procurò in seguito ad una caduta,
mentre inseguiva con te un cerbiatto.
ELETTRA
Cosa stai dicendo? Lo vedo il segno della caduta!
VECCHIO
E allora perchè esiti ad abbracciare chi ti è caro?
ELETTRA
Hai ragione, vecchio! Mi hai proprio convinta
con queste tue prove! Finalmente ti ho di nuovo qui,
io che ero senza speranza...ORESTE Sei di nuovo mia, finalmente! (traduzione dal greco mia)


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