LUCIANO E LA FILOLOGIA OMERICA: STORIA VERA, II 20


LA FILOLOGIA OMERICA VISTA DA LUCIANO DI SAMOSATA: STORIA VERA, II 20





Luciano di Samosata (II d. C.), autore famoso per la pungente ironia e la vena polemica dei suoi numerosi scritti (circa un'ottantina di opere), nella Storia Vera (II 20) si diverte a prendere in giro i principali dubbi e le più importanti problematiche che riguardavano la figura di Omero e dei suoi poemi. Tra le varie tappe del fantastico viaggio narrato da Luciano, non senza una implicita polemica letteraria contro gli “storiografi bugiardi” (cf. Luciano, Racconti fantastici traduzione e note di Maurizia Matteuzzi, Milano 1995, p. 250), troviamo una descrizione dell'Isola dei beati (II, 5 segg.), luogo paradisiaco popolato dalle grandi personalità dell'antichità e da eroi ed eroine del mito. Dopo aver descritto i luoghi e la vita condotta dai beati, Luciano elenca tutta una serie di celebrità della tradizione ellenica che in quel luogo hanno trovato dimora (i guerrieri della guerra di Troia, poeti e filosofi) ed, ovviamente, tra queste egli annovera il grande Omero:



Οὔπω δὲ δύο ἢ τρεῖς ἡμέραι διεληλύθεσαν, καὶ προσελθὼν ἐγὼ Ὁμήρῳ τῷ ποιητῇ, σχολῆς οὔσης ἀμφοῖν, τά τε ἄλλα ἐπυνθανόμην καὶ ὅθεν εἴη, λέγων τοῦτο μάλιστα παρ᾿ ἡμῖν εἰσέτι νῦν ζητεῖσθαι. ὁ δὲ οὐδ᾿ αὐτὸς μὲν ἀγνοεῖν ἔφασκεν ὡς οἱ μὲν Χῖον, οἱ δὲ Σμυρναῖον, πολλοὶ δὲ Κολοφώνιον αὐτὸν νομίζουσιν· εἶναι μέντοι γε ἔλεγεν Βαβυλώνιος, καὶ παρά γε τοῖς πολίταις οὐχ ῞Ομηρος, ἀλλὰ Τιγράνης καλεῖσθαι· ὕστερον δὲ ὁμηρεύσας παρὰ τοῖς ῞Ελλησιν ἀλλάξαι τὴν προσηγορίαν. ἔτι δὲ καὶ περὶ τῶν ἀθετουμένων στίχων ἐπηρώτων, εἰ ὑπ᾿ ἐκείνου εἰσὶ γεγραμμένοι. καὶ ὃς ἔφασκε πάντας αὑτοῦ εἶναι. κατεγίνωσκον οὖν τῶν ἀμφὶ τὸν Ζηνόδοτον καὶ Ἀρίσταρχον γραμματικῶν πολλὴν τὴν ψυχρολογίαν. ἐπεὶ δὲ ταῦτα ἱκανῶς ἀπεκέκριτο, πάλιν αὐτὸν ἠρώτων τί δή ποτε ἀπὸ τῆς μήνιδος τὴν ἀρχὴν ἐποιήσατο· καὶ ὃς εἶπεν οὕτως ἐπελθεῖν αὑτῷ μηδὲν ἐπιτηδεύσαντι. καὶ μὴν κἀκεῖνο ἐπεθύμουν εἰδέναι, εἰ προτέραν ἔγραψεν τὴν Ὀδύσσειαν τῆς Ἰλιάδος, ὡς οἱ πολλοί φασιν· ὁ δὲ ἠρνεῖτο. ὅτι μὲν γὰρ οὐδὲ τυφλὸς ἦν, ὃ καὶ αὐτὸ περὶ αὐτοῦ λέγουσιν, αὐτίκα ἠπιστάμην· ἑώρα γάρ, ὥστε οὐδὲ πυνθάνεσθαι ἐδεόμην. πολλάκις δὲ καὶ ἄλλοτε τοῦτο ἐποίουν, εἴ ποτε αὐτὸν σχολὴν ἄγοντα ἑώρων· προσιὼν γὰρ ἄν τι ἐπυνθανόμην αὐτοῦ, καὶ ὃς προθύμως πάντα ἀπεκρίνετο, καὶ μάλιστα μετὰ τὴν δίκην, ἐπειδὴ ἐκράτησεν· ἦν γάρ τις γραφὴ κατ᾿ αὐτοῦ ἀπενηνεγμένη ὕβρεως ὑπὸ Θερσίτου ἐφ᾿ οἷς αὐτὸν ἐν τῇ ποιήσει ἔσκωψεν, καὶ ἐνίκησεν ὁ ῞Ομηρος Ὀδυσσέως συναγορεύοντος.

(Non erano passati due o tre giorni che avvicinandomi al poeta Omero – nè lui nè io avevamo niente da fare – cominciai a tempestarlo di domande: in primis di dove fosse originario; gli spiegai che che si trattava di una questione su cui, da noi, stavano ancora compiendo ricerche su ricerche. Neppure lui ignorava - mi rispose allora – che certuni lo ritenevano di Chio, altri di Smirne, i più di Colofone: era babilonese, invece; a i suoi concittadini non veniva chiamato Omero, ma Tigrane: in seguito, inviato in Grecia come ostaggio, si era cambiato il nome. Gli chiesi poi se avesse scritto veramente lui certi versi da espungere, e mi confermò che erano tutti autentici; per cui condannai come davvero eccessiva la pedanteria di Zenodoto e Aristarco e dei filologi loro seguaci. Soddisfatto delle risposte avute sull'argomento, gli domandai ancora perchè mai avesse cominciato l'Iliade dall' “ira” di Achille: mi disse che gli era venuto in mente così, non l'aveva studiato a bella posta. Morivo inoltre dalla voglia di sapere se avesse scritto prima l'Odissea dell'Iliade, come i più ritengono: e lo negò. Che poi non era nemmeno cieco – altra voce che circola sul suo conto – me ne sono accorto subito: ci vedeva, e così non ho avuto neppure bisogno di chiederglielo. Moltre altre volte ci siamo intrattenuti a conversare, quando mi capitava di vederlo libero da impegni; mi avvicinavo rivolgendogli qualche domanda, e lui appagava volentieri ogni mia curiosità, specialmente dopo aver avuto la meglio nel processo: infatti Tersite aveva sporto contro di lui una querela per oltraggio per la maniera in cui lo aveva schernito nel suo poema, e Omero vinse la causa con il patrocinio, per la difesa, di Ulisse.)
trad. it. di Maurizia Matteuzzi

Il passo, reso in maniera molto efficace dalla traduttrice, è un autentico capolavoro di ironia, ma è anche una interessante critica alle ricerche condotte dai filologi sul testo di Omero a partire, soprattutto, dall'età ellenistica. Già Timone di Fliunte (320 a. C. - 230 a. C.) si era preso gioco dei filologi alessandrini (fr. 12 Di Marco “Molti pascolano nel popoloso Egitto, scarabocchiando i papiri, litigando senza posa nella gabbia delle Muse cf. R. Pfeiffer,
Storia della filologia classica dalle origini alla fine dell'età ellenistica, Napoli 1975, pp. 171-172) e grazie ad un aneddoto di Diogene Laerzio (IX 113) sappiamo anche che Timone di Fliunte sconsigliò al suo allievo, il poeta Arato, la consultazione delle copie (διωρθωμένα) del testo omerico corrette dall'attività filologica (probabilmente Zenodoto) preferendo quelle antiche (τὰ ἀρχαῖα ἀντίγραφα). Inoltre, è stato osservato dagli studiosi che l'invettiva contro la filologia e la grammatica divenne, a partire da Timone di Fliunte, un vero e proprio topos letterario documentato fino all'età imperiale (cf., ad esempio D. Manetti, La Grecia ed il Greco: la fuga dei filologi in “EIKASMOS” XIII (2002), p. 185). Il passo di Luciano, dunque, si inserisce in una precisa tipologia di invettiva che aveva come scopo principale quello di biasimare l'eccessiva pedanteria (Luciano usa il termine ψυχρολογία) dei grammatici, la perdita del legame con la realtà da parte degli studiosi e l'inutilità di questi studi. Del resto, la satira contro i grammatici ed i filologi non è un fenomeno letterario molto diverso dalle invettive ben documentate all'interno della produzione di Luciano stesso contro i filosofi (ma si ricordi, in primis, l'attacco di Aristofane a Socrate nelle Nuvole).
Luciano, dunque, attraverso la sua inimitabile aristofanesca ironia cerca di mettere in rilievo le aporie concernenti la biografia omerica (problema che cominciò ad essere trattato già in età arcaica), ma, soprattutto, l'assurdità delle ricerche condotte dalla filologia (per essere precisi la nostra “critica testuale”) sul testo dei poemi. Benchè, ovviamente, vi siano delle esagerazioni in ciò che Luciano afferma (faccio riferimento al problema dell'autenticità di tutti i versi omerici), l'elemento sostanziale che viene messo in luce in questo passo è la pretesa di trattare e spiegare la poesia unicamente come un fenomeno razionale soggetto a precise ed infallibili regole. Quando Luciano, ad esempio, fa dire al suo Omero che l'Iliade comincia con la parola “ira” per una pura casualità (ὃς εἶπεν οὕτως ἐπελθεῖν αὑτῷ μηδὲν ἐπιτηδεύσαντι), è implicita la critica nei confronti di tutta una serie di studi grammaticali e filologici dedicati all'analisi, quasi maniacale, di ogni parola o espressione omerica. Va ricordato, a proposito del primo verso dell'Iliade, che Protagora sembra aver addirittura contestato ad Omero (cf. Aristotele, Poetica, 1456b 15) l'uso dell'imperativo ἄειδε, dal momento che l'imperativo era un modo inadeguato nel contesto di una preghiera (avrebbe, in sostanza, dovuto usare l'ottativo!). Nella sostanza sono due le problematiche filologiche trattate da Luciano in questo passo:



-L'edizione critica dei filologi alessandrini


-I rapporti fra Iliade ed Odissea



In merito al primo aspetto si ricordi che i filologi alessandrini, a cominciare da Zenodoto, cercarono, attraverso vari criteri filologici ed esegetici, di determinare il testo originale di Omero che in seguito a secoli di trasmissione orale si era inevitabilmente corrotto (ciò era evidente soprattutto nella tendenza ad allungare il testo). Nel far questo, però, non operarono una cancellatura dei versi ritenuti inautentici (spuri), ma si limitarono a contrassegnare tali versi con dei segni a margine che indicavano l'espunzione degli stessi. Quanto al secondo aspetto, va detto che gli antichi discussero molto in merito ai rapporti fra Iliade ed Odissea. Le posizioni principali in merito a questo problema erano fondamentalmente due: vi era chi sosteneva (Xenone ed Ellanico, noti come χωρίζοντες= separatisti) che l'Iliade e l'Odissea non vennero composte dallo stesso poeta, dato che erano troppo diverse per stile ed ispirazione, mentre Aristotele ed i filologi Aristofane di Bisanzio ed Aristarco di Samotracia ritenevano che questi poemi erano stati composti dallo stesso poeta. Si ricordi, inoltre, la tesi sostenuta dal Sublime, trattato di controversa datazione ed attribuzione, secondo il quale l'Iliade fu composta da Omero in gioventù, mentre l'Odissea durante la vecchiaia.



Per concludere, ciò che Luciano esprime in questa deliziosa scenetta della Storia Vera può essere accostato, a livello concettuale, ad un passo di Seneca tratto dal De brevitate vitae (XIII) che, pur essendo molto distante dallo spirito sarcastico e pungente di Luciano può essere considerato la versione seria e filosofica dello scrittore di Samosata:



Persequi singulos longum est quorum aut latrunculi aut pila aut excoquendi in sole corporis cura consumpsere vitam. Non sunt otiosi quorum voluptates multum negotii habent. Nam de illis nemo dubitabit quin operose nihil agant, qui litterarum inutilium studiis detinentur, quae iam apud Romanos quoque magna manus est. Graecorum iste morbus fuit quaerere quem numerum Ulixes remigum habuisset, prior scripta esset Ilias an Odyssia, praeterea an eiusdem esset auctoris, alia deinceps huius notae, quae sive contineas nihil tacitam conscientiam iuvant, sive proferas non doctior videaris sed molestior.

(Sarebbe lungo passare in rassegna coloro che hanno consumato la vita nel gioco degli scacchi, o in quello della palla, o nella pratica di cuocersi il corpo al sole. Non sono inoccupati coloro i cui piaceri implicano molte preoccupazioni. E certo nessuno dubiterà che si diano un gran da fare quanti soni impegnati in studi letterari inutili. Di costoro, anche tra i Romani, c'è oggigiorno un folto manipolo. Fu già una malattia dei Greci il ricercare quale numero di rematori avesse Ulisse, se sia stata scritta prima l'Iliade o l'Odissea e altresì se i due poemi siano del medesimo autore, e via via tante altre notizie di tale stampo, notizie che, se tu le tieni dentro di te, non giovano affatto all'intima scienza del tuo spirito, e se le metti fuori, non sembrerai perciò più dotto, bensì più molesto). Trad. It di Raffaello Del Re



Patrick Manuello

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