EURIPIDE, ELETTRA 367-400: LA VERA NOBILTA'

EURIPIDE, ELETTRA 367-400: LA VERA NOBILTA'




È opinione diffusa che la letteratura greca arcaica e classica fu composta principalmente da autori appartenenti all'aristocrazia. La poesia epica, come è noto, era lo specchio della vita dei nobili, delle loro usanze, della loro etica e narrava le imprese militari di orgogliosi guerrieri provenienti dalle famiglie più nobili della Grecia. Quanto all'Odissea essa è incentrata sulle dolorose sventure e peripezie del re di Itaca e sull'inevitabile scontro di Odisseo contro i membri della locale aristocrazia che aspiravano alla mano di Penelope ed al trono vacante del re. Anche la poesia lirica, arrivata fino a noi solo in maniera piuttosto frammentaria, era il risultato raffinato e colto di una produzione letteraria che veniva prodotta e che circolava principalmente presso i circoli aristocratici, mentre nell'Atene del V sec. a. C. le tragedie di Eschilo e Sofocle, attraverso personaggi della nobiltà, o che venivano considerati i capostipiti di famiglie aristocratiche, tratti dal mito e appartenenti molto spesso all'antica tradizione epica, mettevano in scena la problematica e dolorosa condizione dell'uomo, del suo ruolo enigmatico nel mondo ed il misterioso ed oscuro rapporto con la divinità. Il teatro euripideo, pur mettendo in scena personaggi di nobile origine (e non poteva fare diversamente, dato che le saghe delle famiglie aristocratiche costituivano la principale materia di ispirazione per i poeti), rappresenta per diverse ragioni una rottura con la tradizione, una nuova sensibilità nel descrivere la società, l'uomo, la storia e la teologia. Diverse tragedie euripidee, infatti, crearono scompiglio, scandalo ed indignazione presso il pubblico ateniese. Grazie alle pungenti commedie di Aristofane sappiamo che, fra gli elementi della drammaturgia euripidea non apprezzati dal pubblico, deve essere inclusa l'immagine decadente di re ed eroi vestiti di stracci come pezzenti (sulle accuse al teatro euripideo cf. soprattutto Rane 1119-1413). 
Tra le numerose tragedie euripidee, che la tradizione manoscritta ha preservato dalle rovine del tempo, possiamo prendere come riferimento l'Elettra, dato che rappresenta piuttosto bene la profonda differenza rispetto al teatro eschileo e sofocleo. Anche se siamo relativamente sicuri che tale tragedia sia stata messa in scena nel 413 (cf. 1347-1356 dove Euripide sembra alludere alla flotta comandata da Demostene e partita nella primavera del 413 verso la Sicilia in difesa delle truppe di Nicia), rimane ancora incerta la soluzione del controverso rapporto cronologico fra l'Elettra euripidea e quella sofoclea.

La trama corrisponde nelle linee essenziali alle Coefore eschilee ed all'Elettra sofoclea (anche se gli studiosi hanno fatto notare come Euripide sia più vicino ad Eschilo nell'impostazione generale del dramma, dal momento che ripropone il problematico tema del matricidio), ma ciò che rende questo dramma profondamente diverso rispetto alle altre due tragedie è l'ambientazione rurale (che sottolinea la solitudine e l'emarginazione della protagonista) e la descrizione dei personaggi. L'Elettra euripidea, infatti, è una giovane vergine, ossessionata dalla morte del padre e dalla vendetta contro gli assassini, che vive nella campagna di Argo, lontana dal palazzo paterno, e che è costretta a vivere un'esistenza misera in povertà e nella più completa desolazione. In aggiunta a ciò, è stata fatta sposare a forza con un povero contadino di nobili origini (cf. 35), che ha rispettato la verginità della donna ed ha avuto pietà della triste condizione di Elettra. La relegazione nella campagna di Argo ed il matrimonio con il contadino sono stati imposti ad Elettra da Egisto e Clitennestra al fine di evitare una possibile vendetta contro le atrocità da loro commesse contro Agamennone. Il prologo della tragedia è recitato dal marito di Elettra, il quale fornisce al pubblico un sommario della situazione (1-53). Successivamente, compare in scena un 'Elettra, vestita di stracci e del tutto trascurata (cf. 184-185; 304-305), nell'atto di portare una brocca. Dopo un breve dialogo fra moglie e marito, mentre Elettra si dirige alla fontana per riempire la brocca, compaiono in scena Oreste e Pilade (Oreste, infatti, è appena tornato ad Argo con l'intento di vendicare il padre e incontrare la sorella Elettra) e si imbattono proprio in Elettra (si noti che l'Oreste di Euripide, seguendo il modello eschileo delle Coefore, ha già riconosciuto la sorella. Il riconoscimento di Elettra, invece, divergendo profondamente da Eschilo, avverrà più tardi cf. 577 segg.). Oreste, dunque, nasconde la propria identità ed approfitta, giocando anche sul fatto che racconta di avere notizie di Oreste, dell'ignara sorella per venire a conoscenza delle vicende accadute ad Argo. A questo punto, ricompare in scena il marito di Elettra, che, informato dalla moglie di quanto sta accadendo, con un gesto di cortese ospitalità riceve gli ospiti nella sua modesta casa. Oreste, dunque, profondamente colpito dal gentile gesto del contadino, si lascia andare ad una profonda riflessione sul valore della nobiltà:


φεῦ·
οὐκ ἔστ᾿ἀκριβὲς οὐδὲν εἰς εὐανδρίαν·
ἔχουσι γὰρ ταραγμὸν αἱ φύσεις βροτῶν.
ἢδη γὰρ εἶδον ἄνδρα γενναίου πατρὸς
τὸ μηδὲν ὄντα, χρηστά τ᾿ἐκ κακῶν τέκνα,
λιμόν τ᾿ἐν ἀνδρὸς πλουσίου φρονήματι,
γνώμην τε μεγάλην ἐν πένητι σώματι.
πῶς οὖν τις αὐτὰ διαλαβὼν ὀρθῶς κρινεῖ;
πλούτῳ; πονηρῷ γ᾿ἆρα χρήσεται κριτῇ.
ἢ τοῖς ἔχουσι μηδέν; ἀλλ᾿ἔχει νόσον
πενία, διδάσκει δ᾿ἄνδρα τῇ χρείᾳ κακόν.
ἀλλ᾿εἰς ὅπλ᾿ἔλθω; τίς δὲ πρὸς λόγχην βλέπων
μάρτυς γένοιτ᾿ἂν ὅστις ἐστὶν ἁγαθός;
κράτιστον εἰκῇ ταῦτ᾿ἐᾶν ἀφειμένα.
οὗτος γὰρ ἁνὴρ οὔτ᾿ἐν Ἀργείοις μέγας 380
οὔτ᾿αὖ δοκήσει δωμάτων ὠγκωμένος,
ἐν τοῖς δὲ πολλοῖς ὤν, ἄριστος ηὑρέθε.
οὐ μὴ φρονήσεθ᾿, οἳ κενῶν δοξασμάτων
πλήρεις πλανᾶσθε, τῇ δ᾿ὁμιλίᾳ βροτοὺς
κρινεῖτε καὶ τοῖς ἤθεσιν τοὺς εὐγενεῖς;
οἱ γὰρ τοιοῦτοι καὶ πόλεις οἰκοῦσιν εὖ
καὶ δώμαθ᾿· αἱ δὲ σάρκες αἱ κεναὶ φρενῶν
ἀγάλματ᾿ἀγορᾶς εἰσιν. οὐδὲ γὰρ δόρυ
μᾶλλον βραχίων σθεναρὸς ἀσθενοῦς μένει·
ἐν τῇ φύσει δὲ τοῦτο κἀν εὐψυχίᾳ. 390
ἀλλ᾿—ἄξιος γὰρ ὅ τε παρὼν ὅ τ᾿οὐ παρὼν
Ἀγαμέμνονος παῖς, οὗπερ οὕνεχ᾿ἥκομεν—
δεξώμεθ᾿οἴκων τῶνδ᾿ἐντός. ὡς ἐμοὶ πένης
εἴη πρόθυμος πλουσίου μᾶλλον ξένος.
αἰνῶ μὲν οὖν τοῦδ᾿ἀνδρὸς ἐσδοχὰς δόμων,
ἐβουλόμην δ᾿ἄν, εἰ κασίγνητός με σὸς
ἐς εὐτυχοῦντας ἦγεν εὐτυχῶν δόμους.
ἴσως δ᾿ἂν ἔλθοι· Λοξίου γὰρ ἔμπεδοι
χρησμοί, βροτῶν δὲ μαντικὴν χαίρειν ἐῶ.



“Oh! Non c'è niente di sicuro in fatto di nobiltà d'un uomo. La natura della gente si cambia. Ho visto spesso figli d'un uomo bennato: non erano nessuno, e per converso, da persone di basso ceto figli egregi; angustia nella mentalità di un ricco, e invece, in un povero, grande assennatezza. Qual è dunque il criterio che discrimina? La ricchezza? È un criterio certo invalido. L'assoluta indigenza? Ha la sua tara la povertà che, col bisogno, insegna i vizi. Allora passiamo alle armi? Chi mai potrebbe, guardando ad una lancia, garantire il valore? Sarà meglio lasciare queste cose come stanno. Quest'uomo non è certo uno dei grandi di Argo nè fa pompa d'un casato prestigioso. È soltanto uno dei tanti, ed ecco che si svela di prim'ordine. Non sarà il caso di fare giudiuzio? - Dico a voi che sbandate, tutti pieni di pregiudizi. Non è forse il caso di giudicare chi è nobile o no in base al tratto e alla moralità? Sono questi che regolano bene le case e le città, le carni vuote d'anima sono solo simulacri per la piazza. Nè un uomo vigoroso regge al colpo di lancia più d'un debole: tutto il segreto è l'indole, è il coraggio. Ora, poichè l'accoglienza la merita, presente o assente, il figlio d'Agamennone, accettiamo l'alloggio in questa casa! Sarà bene ch'entriate, servi. A me sia dato sempre d'incontrare un ospite povero e premuroso, anzi che un ricco. Io lodo l'accoglienza di quest'uomo. Certo vorrei che tuo fratello, in prospero stato, mi conducesse alla sua casa prospera. Non è detto che non venga: sono saldi gli oracoli d'Apollo. Tanti saluti ai vaticini umani!” (trad. it. di F. M. Pontani).

Considerando il fatto che Oreste appartiene alla famiglia reale, ciò che qui il figlio di Agamennone afferma sembra alquanto moderno, perciò, se si confronta questo discorso con numerosi passi della poesia arcaica, si può notare quanto questo discorso poteva risultare innovativo (e, forse, sovversivo) per il pubblico ateniese. In particolare, Euripide mette in discussione l'antica e tradizionale opposizione, tipica del linguaggio politico della Grecia arcaica, fra ἁγαθοί e κακοί. Può, si chiede Oreste, un povero essere ἁγαθός? In cosa consiste la nobiltà? C'è una reale differenza fra i nobili ed i poveri? La risposta che Euripide fornisce al suo pubblico è contenuta nel verso 367: οὐκ ἔστ᾿ἀκριβὲς οὐδὲν εἰς εὐανδρίαν (“non c'è niente di sicuro in fatto di nobiltà d'un uomo”). Inoltre, ed è questo il punto fondamentale, per Oreste (Euripide) il marito di Elettra è un modello di quella umile gente che può essere considerata aristocratica non in virtù del sangue, ma in virtù delle azioni, dei gesti e della generosità. In altri termini, il marito di Elettra è il simbolo di una povertà dignitosa che non toglie all'uomo la rispettabilità sociale e morale (cf. quello che dice il contadino in 362-363: καὶ γὰρ εἰ πένης ἔφυν,/ οὔτοι τό γ᾽ἦθος δυσγενὲς παρέξομαι “Io sono povero, ma non sono un cafone, lo vedrete”).


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