Πάνω σ'έναν ξένο στίχο, L'ODISSEA IN SEFERIS: SOPRA UN VERSO STRANIERO ΠΑΝΩ Σ'ΕΝΑΝ ΞΕΝΟ ΣΤΙΧΟ

SOPRA UN VERSO STRANIERO: L'ODISSEA DI SEFERIS




Ricollegandomi al precedente contributo in merito all'interpretazione di Kavafis dell'Odissea, o meglio dell'Odissea in quanto esperienza di viaggio, presento un testo molto famoso di un grandissimo poeta greco del Novecento: Giorgio Seferis (premio Nobel nel 1963). Il poeta nacque a Smirne nel 1900 e morì ad Atene nel 1971. Il lettore italiano può consultare l'edizione curata da Filippo Maria Pontani che presenta, in traduzione italiana e con testo greco a fronte, un'ampia antologia del poeta greco: Giorgio Seferis, Poesie, Milano 1963.
La poesia che presento, composta nel Natale del 1931, si intitola Sopra un verso straniero (Πάνω σ'έναν ξένο στίχο). A partire da un verso di un sonetto del poeta cinquecentesco J. Du Bellay «Heureux qui comme Ulysse a fait un beau vojage» (che viene tradotto in greco dal poeta nel primo verso della lirica) Seferis presenta una personale lettura del mito di Odisseo.
Così Filippo Maria Pontani presenta brevemente il componimento:

«In questa ennesima elaborazione del mito odissiaco si avverte la fraternità del poeta, e della stirpe di cui è figlio, col suo eroe esperto e dolente, proteso a scaltre conquiste, ma capace di parlare coi morti quando i vivi non bastano (è un'altra allusione alla Νέκυια), ricco d'abilità manuali e incantatore di mostri (mostri d'anima come nell'Itaca di Kavafis), avido del chiuso mondo degli affetti e insieme dell'azzurra malìa del mare, conscio d'un irreparabile solitudine dell'efimero. Si direbbe che poche letture dell'Odissea siano più penetranti di questa: il poeta sconta in se stesso la sua odissea. E la memoria che salta i tempi e accosta, nello spazio obbligato del mare greco, le figure del mito e della storia, della poesia e della biografia, induce con finezza e naturalezza Erotòcrito e Areti (i protagonisti del poema cretese di Kornaros) con la problematica della giustizia e del destino che commoveva il poeta nella favolosa infanzia. Elli, a cui la lirica è dedicata, è una cugina di Seferis» (cfr. op. cit., pp. 316-317).

Ecco il testo greco (la grafia è quella del sistema unitonico di accentazione. L'originale, però, essendo stato composto prima della riforma ortografica del 1982, aveva l'accentazione politonica) e la mia traduzione italiana (in diversi punti, però, non mi discosto dalla versione del Pontani) con un breve commento linguistico :

Ευτυχισμένος που έκανε το ταξίδι του Οδυσσέα.
Ευτυχισμένος αν στο ξεκίνημα, ένιωθε γερή την αρματωσιά μιας
αγάπης, απλωμένη μέσα στο κορμί του, σαν τις φλέβες όπου
βουίζει το αίμα.

Fortunato colui che fece il viaggio di Odisseo.
Fortunato se alla partenza sentiva la robusta armatura
di un amore, distesa nel suo corpo, come le vene dove
rumoreggia il sangue.


v.1 si noti il verbo έκανε aoristo terza sing. del verbo κάνω 

Regge l'accusativo ταξίδι (=viaggio).

In greco antico κάμνω aveva come significato transitivo quello di “lavoro con sforzo”, “fabbrico”, “costruisco”. Come intransitivo significava “mi affatico”, “mi sforzo”, “mi stanco”, “sono stanco”. Al participio aoristo e perfetto attivo il verbo indicava da Omero “i defunti”, i “trapassati”. Nel greco moderno il verbo κάνω corrisponde all'antico ποιέω. Questa voce antica è scomparsa dal lessico del greco moderno, come verbo. Permangono, invece, una serie di sostantivi connessi a tale verbo:
Es: ποίημα (pron. pìima)=poesia, poema;

ποίηση (pìissi)=poesia;

ποιητής (piitìs)=poeta;


Va ricordato, inoltre, che κάνω intransitivo, tra i vari significati, significa “stare (di salute)”. È idiomatica la frase: τι κάνεις; = come stai?
(*il verbo traduce anche il nostro “costare”, “venire a costare”: πόσο κάνει;= quanto costa?).

Μιας αγάπης με ακατέλυτο ρυθμό, ακατανίκητης σαν τη μουσική 
και παντοτινής 
γιατί γεννήθηκε όταν γεννηθήκαμε και σαν πεθαίνουμε, αν 
πεθαίνει, δεν το ξέρουμε ούτε εμείς ούτε άλλος κανείς.

Di un amore col ritmo indissolubile, invincibile come la musica
ed eterno
perché nacque quando nascemmo e quando moriamo,
se muore, non lo sappiamo né noi né altri.


Si noti la congiunzione temporale όταν, relitto del greco antico in quanto attestata a partire dai poemi omerici. Analogamente si veda αν dal valore ipotetico.

Παρακαλώ το θεό να με συντρέξει να πω, σε μια στιγμή μεγάλης 
ευδαιμονίας, ποια είναι αυτή η αγάπη· 
κάθομαι κάποτε τριγυρισμένος από την ξενιτειά, κι'ακούω το 
μακρινό βούισμά της, σαν το αχό της θάλασσας που έσμιξε 
με το ανεξήγητο δρολάπι.

Prego Dio che mi aiuti a dire, in un istante di grande
felicità, quale sia questo amore.
Siedo talora in terra straniera e ascolto
il suo lontano rumoreggiare, come il fragore del mare che
si mescola all'inspiegabile acquazzone.


Si noti il verbo παρακαλώ=prego. Traduce anche il nostro “Prego!”.
Deve essere sottolineato anche che l'antico παρακαλέω-παρακαλώ, tra i vari significati, significava “pregare, supplicare”. Nel testo di Seferis regge il congiuntivo istantaneo να με συντρέξει: “prego Dio che mi aiuti”. Συντρέχω nella lingua attuale significa “aiutare”, “soccorrere”, mentre il significato originario era “corro insieme”. In Omero Il., XVI, 335 il verbo (che ricorre all'aoristo συνέδραμον) assume il significato ostile di “azzuffarsi”, “corrersi addosso”.
Va osservato che il greco moderno conserva l'antica preposizione συν.
Nella lingua arcaizzante regge antichi dativi:
Es: συν τω χρόνω=con il passare del tempo

συν τοις άλλοις (pron. sin tis allis) =tra l'altro 

συν Θεώ (pron. sin theò)=con l'aiuto di Dio 

Nella lingua della matematica, inoltre, significa “più”:

δύο συν δυο ίσον τέσσερα (pron. dhio sin dhio isson tessera)=due più due uguale quattro. 



να πω= congiuntivo istantaneo da λέ(γ)ω. Ho tradotto “a dire”. Come già si è detto il congiuntivo greco può tradurre il nostro infinito. 

ποια είναι η αγάπη= interrogativa indiretta. Si noti l'uso dell'indicativo (είναι, che ricorda l'antico infinito del verbo essere, è una terza persona singolare di είμαι=io sono). 

Il moderno pronome interrogativo ποιος, ποια, ποιο continua la forma antica ποῖος, α, ον.

Έσμιξε è un aoristo, terza persona singolare del verbo σμίγω< style="font-weight: bold;">μίγνυμι-μιγνύω-μίσγω. Esiste in greco moderno anche la forma αναμιγνύω< gr. antico ἀναμίγνυμι. Και παρουσιάζεται μπροστά μου, πάλι και πάλι, το φάντασμα του Οδυσσέα, με μάτια κοκκινισμένα από του κυμάτου την αρμύρα κι'από το μεστωμένο πόθο να ξαναδεί τον καπνό που βγαίνει από τη ζεστασιά του σπιτιού του και το σκυλί του που γέρασε προσμένοντας στη θύρα. Ed ecco che appare davanti a me di nuovo, ancora, il fantasma di Odisseo con gli occhi tutti rossi dalla salsedine e da un desiderio divenuto maturo. Riguarda il fumo che esce fuori dal tepore della sua casa ed il cane che è invecchiato aspettando davanti alla porta. Si noti il vocabolo φάντασμα attestato almeno a partire dai Sette contro Tebe di Eschilo (v. 710). Ritorna successivamente in un passo del prologo dell'Ecuba di Euripide (si ricordi che tale prologo è pronunciato proprio da un fantasma: lo spettro di Polidoro, il più giovane figlio di Ecuba e Priamo, ucciso da Polimestore. Cfr. v. 54). 

με τα μάτια κοκκινισμένα=con gli occhi rossi. Si noti che il greco moderno per tradurre il nostro “rosso” usa το κόκκινο (la lingua arcaizzante conserva ερυθρός) che risulta attestato da Eronda (III sec. a. C. cfr. 6, 19). Letteralmente significava “di colore scarlatto” e derivava dal κόκκος: il chicco del melograno. Oggi il vocabolo κόκκος rimane nel significato di chicco, grano, granello: Es. κόκκος καφέ=chicco di caffè. 



από του κυμάτου την αρμύρα= si noti, oltre all'anastrofe (από regge την αρμύρα!), la sopravvivenza di due vocaboli del greco antico. Nella lingua moderna, infatti, το κύμα (sostantivo declinato esattamente come nell'antica forma della terza declinazione!) indica “le onde”, “i flutti”, mentre αλμύρα o αρμούρα , che indica la salsedine, corrisponde all'antico ἁλμυρίς-ίδος (vocabolo con valenza scientifica attestato a partire da Ippocrate, Aristotele e Teofrasto. In ambito culinario, invece, in Plutarco, indica le vivande in salamoia). Deve anche essere osservato che il corrispettivo poetico di ἁλμυρίς-ίδος è ἅλμη= “acqua marina” nell'Odissea, presso Pindaro e Platone; “salsedine” nell'Odissea, in Pindaro e nei tragici. 

Si noti anche che il greco moderno conserva l'aggettivo antico ἁλμυρός attestato nell'Odissea, da Pindaro, dalla poesia tragica da Tucidide e da Platone.

το σκυλί του που γέρασε προσμένοντας στη θύρα= Qui Seferis fa riferimento al noto e commovente episodio del cane Argo raccontato nell'Odissea (XVII vv. 290-327), che qui sotto riporto in originale ed in una mia traduzione:

ὣς οἱ μὲν τοιαῦτα πρὸς ἀλλήλους ἀγόρευον· 290
ἂν δὲ κύων κεφαλήν τε καὶ οὔατα κείμενος ἔσχεν,
Ἄργος, Ὀδυσσῆος ταλασίφρονος, ὅν ῥά ποτ᾽ αὐτὸς
θρέψε μέν, οὐδ᾽ ἀπόνητο, πάρος δ᾽ εἰς Ἴλιον ἱρὴν
ᾤχετο. τὸν δὲ πάροιθεν ἀγίνεσκον νέοι ἄνδρες
αἶγας ἐπ᾽ ἀγροτέρας ἠδὲ πρόκας ἠδὲ λαγωούς· 295
δὴ τότε κεῖτ᾽ ἀπόθεστος ἀποιχομένοιο ἄνακτος,
ἐν πολλῇ κόπρῳ, ἥ οἱ προπάροιθε θυράων
ἡμιόνων τε βοῶν τε ἅλις κέχυτ᾽, ὄφρ᾽ ἂν ἄγοιεν
δμῶες Ὀδυσσῆος τέμενος μέγα κοπρήσοντες·
ἔνθα κύων κεῖτ᾽ Ἄργος, ἐνίπλειος κυνοραιστέων. 300
δὴ τότε γ᾽, ὡς ἐνόησεν Ὀδυσσέα ἐγγὺς ἐόντα,
οὐρῇ μέν ῥ᾽ ὅ γ᾽ ἔσηνε καὶ οὔατα κάββαλεν ἄμφω,
ἆσσον δ᾽ οὐκέτ᾽ ἔπειτα δυνήσατο οἷο ἄνακτος
ἐλθέμεν· αὐτὰρ ὁ νόσφιν ἰδὼν ἀπομόρξατο δάκρυ,
ῥεῖα λαθὼν Εὔμαιον, ἄφαρ δ᾽ ἐρεείνετο μύθῳ· 305
"Εὔμαι᾽, ἦ μάλα θαῦμα, κύων ὅδε κεῖτ᾽ ἐνὶ κόπρῳ.
καλὸς μὲν δέμας ἐστίν, ἀτὰρ τόδε γ᾽ οὐ σάφα οἶδα,
εἰ δὴ καὶ ταχὺς ἔσκε θέειν ἐπὶ εἴδεϊ τῷδε,
ἦ αὔτως οἷοί τε τραπεζῆες κύνες ἀνδρῶν
γίγνοντ᾽· ἀγλαΐης δ᾽ ἕνεκεν κομέουσιν ἄνακτες." 310
τὸν δ᾽ ἀπαμειβόμενος προσέφης, Εὔμαιε συβῶτα·
"καὶ λίην ἀνδρός γε κύων ὅδε τῆλε θανόντος.
εἰ τοιόσδ᾽ εἴη ἠμὲν δέμας ἠδὲ καὶ ἔργα,
οἷόν μιν Τροίηνδε κιὼν κατέλειπεν Ὀδυσσεύς,
αἶψά κε θηήσαιο ἰδὼν ταχυτῆτα καὶ ἀλκήν. 315
οὐ μὲν γάρ τι φύγεσκε βαθείης βένθεσιν ὕλης
κνώδαλον, ὅττι δίοιτο· καὶ ἴχνεσι γὰρ περιῄδη·
νῦν δ᾽ ἔχεται κακότητι, ἄναξ δέ οἱ ἄλλοθι πάτρης
ὤλετο, τὸν δὲ γυναῖκες ἀκηδέες οὐ κομέουσι (...)
ὣς εἰπὼν εἰσῆλθε δόμους εὖ ναιετάοντας,
βῆ δ᾽ ἰθὺς μεγάροιο μετὰ μνηστῆρας ἀγαυούς. 325
Ἄργον δ᾽ αὖ κατὰ μοῖρ᾽ ἔλαβεν μέλανος θανάτοιο,
αὐτίκ᾽ ἰδόντ᾽ Ὀδυσῆα ἐεικοστῷ ἐνιαυτῷ.

“Cosi fra loro queste dicevano.
Intanto un cane rizzò muso e orecchie,
Argo, il cane dell'intrepido Odisseo, che un tempo in persona
nutrì, senza poterne godere, prima di partire per la sacra
Ilio. In passato i giovani lo portavano
a caccia di capre selvatiche, caprioli e lepri.
Ora, invece, se ne giaceva abbandonato,
poiché ormai il suo padrone era morto,
su abbondante letame di muli e buoi, che davanti alle porte
veniva ammucchiato in grande quantità affinché i servi
lo portassero a concimare il grande terreno di Odisseo.
Là giaceva il cane Argo, pieno di zecche.
Ed allora come avvertì che Odisseo era vicino
cominciò a scodinzolare ed abbassò le orecchie,
ma non fu in grado di avvicinarsi al suo padrone.
Allora Odisseo, in disparte, vedendo il suo cane
si asciugò una lacrima senza farsi vedere da Eumeo.
E subito Odisseo gli chiese: “questo cane in mezzo al letame è davvero
una cosa che suscita meraviglia! Il suo corpo è bello,
ma non so bene se era in grado anche di correre rapidamente
o se era come i cani che stanno presso le tavole dei signori
ed allevati dai padroni per bellezza.”
E tu Eumeo rispondevi così:
“Si tratta di un cane appartenuto ad un uomo morto lontano.
Se nel corpo e nella vitalità fosse ancora
come Odisseo lo lasciò quando partì per Troia,
nel vedere la sua forza e la sua rapidità ora tu proveresti meraviglia!
In mezzo alla profonda boscaglia non gli sfuggiva nessun
animale che scorgesse. Inoltre era abile nell'inseguire le tracce.
Ora, invece, è sfinito dalla sofferenza. Il padrone lontano dalla patria
è morto e le ancelle lo trascurano (....).
Così dicendo entrò nella casa ben costruita,
andò dritto nel megaron tra i pretendenti illustri.
Ed Argo fu portato via dal destino della nera morte
dopo che aveva rivisto dopo venti anni Odisseo”.




Tornando alla lingua del passo di Seferis va osservata la forma προσμένοντας< προσμένω (il greco antico è uguale). Si tratta di un participio attivo presente indeclinabile. Il medio, invece, si declina come il greco antico. Si noti anche la sopravvivenza dell'antico θύρα, forma della καθαρεύουσα.

Στέκεται μεγάλος, ψιθυρίζοντας ανάμεσα στ'ασπρισμένα του

γένια, λόγια της γλώσσας μας, όπως τη μιλούσαν πριν τρεις

χιλιάδες χρόνια.

Απλώνει μια παλάμη ροζιασμένη από τα σκοινά και το δοιάκι, 
με δέρμα δουλεμένο από το ξεροβόρι από την κάψα κι'από 
τα χιόνια. 

Si erge nella sua grandezza, sussurrando tra la sua barba
bianca, parole della nostra lingua, come era parlata
tremila anni fa.
Stende un palmo piena di calli per le gomene ed il timone,
con la pelle lavorata dal vento di tramontana, dalla canicola
e dalle nevi.


Nella porzione di testo sottolineato Seferis mette in rilievo la sostanziale unità della lingua greca nel corso dei secoli (questo non significa, ovviamente, che il greco di Omero sia uguale a quello di Seferis!!). Il greco, infatti, è una lingua indeuropea attestata dall'epoca micenea fino ai giorni nostri (in sostanza, la lingua indoeuropea di più lunga tradizione). Va detto che, malgrado tale continuità, esiste un grosso problema linguistico: la pronuncia. In Grecia molti pensano (ed insegnano) che il greco ha sempre avuto una sola pronuncia. In altre parole, la pronuncia da Omero ad oggi non è cambiata. Questa posizione, che ha forti componenti ideologiche, è del tutto priva di fondamento scientifico! È risaputo che, all'interno della stessa lingua greca antica, la pronuncia dell'età arcaica era indubbiamente diversa da quella dell'età ellenistica ed imperiale. Del resto, non si può parlare di una pronuncia greca antica, ma di più pronunce che cambiavano a seconda del luogo, in sostanza, del dialetto. Inoltre, il confronto con altre lingue indoeuropee fornisce allo studio della lingua greca la possibilità di verificare che, ad esempio, l'antica η in origine non poteva essere pronunciata [i], dal momento che corrispondeva alla ē indoeuropea. Indubbiamente, la pronuncia del greco dell'età dei Vangeli era già molto simile a quella odierna (e ne abbiamo le prove per asserire ciò), ma non si può affermare in alcun modo che i poemi omerici venissero letti in età arcaica e classica nella pronuncia odierna! Va detto che, se è vero che leggendo il greco antico alla maniera moderna (non erasmiana) abbiamo la certezza di utilizzare una pronuncia storicamente esistita e dotata di una notevole continuità storica, applicare la pronuncia moderna a tutto il greco è una pratica contraria ai fondamenti stessi della storia della lingua greca (disciplina che ha due componenti: una sincronica ed una diacronica!). Si ricordi, a proposito della credenza greca dell'esistenza di una sola pronuncia, che nel Settecento il letterato greco purista Alessandro Elladio scrisse in greco antico un dialogo contro Erasmo in cui affermava che la pronuncia greca moderna corrispondeva perfettamente a quella degli antichi greci.


Θα 'λεγες πως θέλει να διώξει τον υπεράνθρωπο Κύκλωπα που 
βλέπει μ'ένα μάτι, τις Σειρήνες που σαν τις ακούσεις ξεχνάς, 
τη Σκύλλα και τη Χάρυβδη απ'ανάμεσό μας· 
τόσα περίπλοκα τέρατα, που δε μας αφήνουν να στοχαστούμε, 
πως είταν κι'αυτός ένας άνθρωπος που πάλαιψε μέσα στον 
κόσμο, με την ψυχή και με το σώμα. 

Diresti che voglia cacciare il gigante Ciclope
che guarda con un solo occhio, le Sirene che, appena le senti, perdi la memoria,
Scilla e Cariddi in mezzo a noi.
Tanti complicati mostri, che non ci lasciano pensare
che anche lui era un uomo che lottò
in mezzo al mondo, con l'anima e con il corpo.

In questi versi Seferis allude a famosi episodi raccontati da Odisseo alla corte dei Feaci:


-Polifemo (libro IX)



-Le Sirene (libro XII)



-Scilla e Cariddi (libro XII)





Si noti il sostantivo τέρατα. La forma è identica a quella antica. Attualmente significa “mostro” anche in senso figurato come in italiano “mostro di memoria”, “mostro di intelligenza”. Si tratta di un vocabolo che ha un'ampia attestazione antica a partire da Omero.


Είναι ο μεγάλος Οδυσσέας· εκείνος που είπε να γίνει το ξύλινο 
άλογο και οι Αχαιοί κερδίσανε την Τροία. 
Φαντάζομαι πως έρχεται να μ'αρμηνέψει πώς να φτιάξω κι' 
εγώ ένα ξύλινο άλογο για να κερδίσω τη δίκη μου Τροία.

È Odisseo il grande: quello che disse di fare il cavallo
di legno e gli Achei conquistarono Troia.
Mi immagino che venga a spiegarmi come costruire
pure io un cavallo di legno per conquistare la mia Troia.




Si noti che qui πώς è accentato in quanto si tratta di avverbio. La congiunzione invece non porta accento!
Si ricordi che l'episodio della conquista di Troia e del cavallo di legno non è narrato dall'Iliade (malgrado sia presupposta la futura conquista della città da parte dei greci). Nell'Odissea (canto VIII), invece, alla corte di Alcinoo, sull'isola dei Feaci, Demodoco, il cantore cieco, su richiesta di Odisseo stesso, racconta lo stratagemma del cavallo (vv. 487-520) suscitando nell'eroe, che ancora non aveva rivelato la propria identità ai Feaci, il pianto (sarà proprio il pianto di Odisseo l'elemento che porterà alla rivelazione da parte di Odisseo stesso ad Alcinoo della sua identità nel canto IX). Altri poemi appartenenti al ciclo epico (perduti) narravano estesamente i fatti della conquista di Troia: la Piccola Iliade e la Distruzione di Ilio.


Γιατί μιλά ταπεινά και με γαλήνη, χωρίς προσπάθεια, λες με 
γνωρίζει σαν πατέρας 
είτε σαν κάτι γέρους θαλασσινούς, που ακουμπισμένοι στα δίχτυα 
τους, την ώρα που χειμώνιαζε και θύμωνε ο αγέρας, 
μου λέγανε, στα παιδικά μου χρόνια, το τραγούδι του Ερωτόκριτου 
με τα δάκρυα στα μάτια· 
τότες που τρόμαζα μέσα στον ύπνο μου ακούγοντας την αντίδικη 
μοίρα της Αρετής να κατεβαίνει τα μαρμαρένια σκαλοπάτια. 


Perché parla con voce bassa e con tranquillità, senza sforzo.
si direbbe che mi conosce come un padre
o come i vecchi uomini di mare, che appoggiati alle loro reti
nel tempo in cui faceva burrasca ed il vento infuriava,
mi raccontavano, durante la mia infanzia, l'Erotocrito
con le lacrime agli occhi.
E allora nel sonno tremavo a sentire l'avverso
destino di Aretì discendere i gradini di marmo


L'Erotocrito è un poema epico comprendente quasi 11000 decapentasillabi a rima baciata composto da Vincenzo Cornaro, poeta cretese vissuto tra il XVI e il XVII secolo. La prima edizione a stampa risale al 1713. (si ricordi che Creta viene conquistata dai Turchi nel 1699).




Μου λέει το δύσκολο πόνο να νιώθεις τα πανιά του καραβιού 
σου φουσκωμένα από τη θύμηση και την ψυχή σου να γίνεται 
τιμόνι. 
Και να 'σαι μόνος, σκοτεινός μέσα στη νύχτα και ακυβέρνητος 
σαν τ'άχερο στ'αλώνι.

Mi racconta il difficile peso di sentire le vele della nave
che si gonfiano dal ricordo e la tua anima farsi
timone,
l'essere solo, oscuro nel buio della notte ed alla deriva
come paglia nell'aia.


Si noti che il verbo λέει regge i congiuntivi να νιώθεις να γίνεται να 'σαι e να βλέπεις (della porzione successiva di testo)
Si noti l'aggettivo ακυβέρνητος (senza nocchiero) attestato in età imperiale (Plutarco e Luciano).

Την πίκρα να βλέπεις τους συντρόφους σου καταποντισμένους 
μέσα στα στοιχεία, σκορπισμένους: έναν -έναν. 
Και πόσο παράξενα αντρειεύεσαι μιλώντας με τους πεθαμένους, 
όταν δε φτάνουν πια οι ζωντανοί που σου απομέναν.

(Mi racconta) l'amarezza nel vedere i compagni tuoi annegati
e dispersi fra gli elementi: uno per uno.
E quanto stranamente diventi coraggioso nel parlare con i morti,
quando non bastano più i vivi che ti sono rimasti.

Si osservi il participio καταποντισμένους <καταποντίζω= “far affondare”, “colare a picco”, “mandare a fondo” (forma identica a quella antica) attestato in Lisia, Demostene, Polibio, Plutarco e nel Vangelo di Matteo (18,6).
Si noti anche l'uso del vocabolo τα στοιχεία “gli elementi”. Il vocabolo moderno è identico alla forma antica. Esattamente come nel greco antico può significare:
-le lettere dell'alfabeto: Aristotele, Poetica 20, 2
-gli elementi, i principi (in senso filosofico e scientifico, come in Seferis): Senofonte, Platone, Polibio, Timeo, Isocrate, Aristotele, Plutarco, Galeno.


μιλώντας με τους πεθαμένους: “parlando con i morti” l'espressione fa riferimento al canto XI dell'Odissea, dove viene descritto l'incontro dell'eroe con le anime dei morti (si ricordi l'incontro con Tiresia, con la madre Antìclea ed i principali eroi della guerra di Troia: Achille, Agamennone, Aiace). 



παράξενα= “stranamente” si tratta di un avverbio dell'aggettivo παράξενος. Nella lingua moderna significa “strano”, “insolito”, “curioso” e può anche essere riferito a persone (assume anche il significato di “scorbutico”). Si noti che, invece, negli Acarnesi di Aristofane (v. 518) l'aggettivo aveva valore di “mezzo straniero”. L'uso moderno è attestato a partire dalla tarda età imperiale. 

La lingua moderna ha anche il verbo παραξενεύω= “meravigliare”, “stupire”, “diventare intrattabile”, “diventare scorbutico”.


Μιλά...βλέπω ακόμη τα χέρια του που ξέραν να δοκιμάσουν 
αν είταν καλά σκαλισμένη στην πλώρη η γοργόνα 
να μου χαρίζουν την ακύμαντη γαλάζια θάλασσα μέσα στην 
καρδιά του χειμώνα.

Parla..vedo ancora le sue mani, che sapevano provare
se la gorgone della prora era ben costruita,
donarmi l'azzurro mare senza flutti
nel cuore dell'inverno.


μιλά si tratta del verbo μιλάω/μιλώ

Nella lingua moderna ha il significato di “parlare”, “conversare”, “tenere un discorso”. Si noti che l'antico ὁμιλία oggi indica “la conferenza” (cfr. Senofonte, Memorabilia 1,2,6 ), ma anche “parlata”, “discorso”, “conversazione”.






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